La vocazione del sofferente

Trasmettere la fede nel tempo del dolore
“Anche gli infermi sono inviati dal Signore come lavoratori nella sua vigna”

Quale attenzione e compito della parrocchia?

Operiamo in un mondo in continua trasformazione, per alcuni versi molto difficile e complesso e qualche volta anche conflittuale. Cosa deve fare la Chiesa, come deve orientare la sua presenza, come può essere segno e testimonianza di evangelizzazione? L’interrogativo si fa ancora più esigente se, lasciando parlare l’esperienza, constatiamo che la persona sofferente è stata considerata per lungo tempo quasi come “cittadino invisibile”. É il “fratello in difficoltà” che ci mette in difficoltà, perché costituisce un caso inedito, non programmato, che disturba l’ordinario modo di venire incontro all’altro, che ci obbliga a scelte alle quali non eravamo preparati e mette a nudo la nostra poca, dimezzata disponibilità, che andava bene fino ad un certo punto ma che poi si scopre inadeguata. La parrocchia si è spesso trovata in momenti di timore, di disagio, perché non si sentiva pronta e disposta ad accogliere la totalità dei bisogni. La comunità può essere tentata di rispondere con un atteggiamento rinunciatario, trovando difficoltà nel colloquio col fratello. C’è, inoltre, un altro fatto: alcune comunità, di fronte a coloro che sono in difficoltà, non riescono a vivere una piena condivisione della situazione e non si sentono investite a livello comunicativo. Si limitano a sentimenti di compassione… Se la vicenda della persona sofferente psichicamente è solitamente un problema difficile, dobbiamo prendere coscienza anche delle difficoltà di chi è chiamato ad intervenire, della Chiesa stessa, della comunità cristiana, del singolo cristiano. Occorre seguire un itinerario di maturazione cristiana per risolvere questo problema non solo occasionalmente, nella spontaneità di qualche gesto, ma in modalità che sappiano ricollegare il servizio a chi è in difficoltà con il cuore, la vita quotidiana, la maturazione della comunità.

Radicati in una vocazione esigente

La presenza vocazionale e ministeriale dei sofferenti è preziosa per tutta la comunità. Prima di tutto essi ci aiutano a dare un senso al nostro soffrire, ci dicono che i momenti della sofferenza possono diventare preziosi sul versante dell’evangelizzazione e della salvezza. Il sofferente, alla luce della fede, dell’insegnamento e della vita di Gesù, ci fa comprendere che la sofferenza, assume un significato che va oltre la semplice considerazione e valorizzazione umana, in quanto apre la via della partecipazione alla salvezza. É la sofferenza di Cristo che viene a porsi accanto alla sofferenza dell’uomo. La croce di Cristo illumina la sofferenza umana e la rende grande ed efficace. E’ dal mistero pasquale di Cristo, morto e risorto – che il malato ci richiama con la sua fede – che impariamo a dare senso al dolore, a rendere il momento della sofferenza come un annuncio del Vangelo, un annuncio che Dio non ci abbandona ma che ci circonda del suo amore. E possiamo dire con sicurezza  che tanti malati, educati nella fede ad unire la loro sofferenza a quella di Cristo, sono capaci di aiutare malati e sani a vivere nella fede la loro sofferenza. 

Il malato: lavoratore nella vigna del Signore

É, poi, compito importante della comunità ecclesiale la promozione della persona sofferente. Si tratta di rendere operativa l’affermazione di Giovanni Paolo II, secondo cui l’uomo sofferente è “soggetto attivo e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza”. Tale affermazione indica il riconoscimento del carisma dei sofferenti e il loro apporto creativo alla Chiesa e al mondo: “Anche gli infermi sono inviati (dal Signore) come lavoratori nella sua vigna”. A nessuno sfugge l’importanza di questo passaggio del malato da oggetto di cura a soggetto responsabile della promozione del Regno. Questo cambiamento di accento nella considerazione dell0infermo diventa credibile allorquando non risuona semplicemente sulle labbra, ma passa attraverso la testimonianza della vita, sia di tutti coloro che curano con amore i sofferenti, sia di questi stessi, resi sempre più coscienti e responsabili del loro posto e del loro compito nella Chiesa e per la Chiesa. La valorizzazione della presenza dei malati, della loro testimonianza nella Chiesa e dell’apporto specifico che essi possono dare alla salvezza del mondo, richiede un lavoro di educazione amorosa da realizzarsi non solo nelle istituzioni sanitarie attraverso un accompagnamento appropriato, ma anche e in modo tutto speciale nelle comunità parrocchiali. La comunità, infatti, deve aprirsi all’accoglienza, impegnandosi a far sì che il sofferente non sia solo nella prova: gli è vicino Cristo che perdona, santifica e salva, unitamente alla Chiesa che, con i gesti della “presenza”, partecipa alla sua situazione di debolezza e prega con lui. I segni della misericordia divina sono: il sacramento di una fraterna presenza, la qualità di una sincera comunicazione, la proposta della Parola di Dio, della preghiera, l’offerta dei sacramenti, l’aiuto concreto. Di grande importanza è il ricorso a una teologia della sofferenza che, evitando di cadere nel dolorismo, sappia comunicare che anche gli eventi negativi della vita sono “realtà redenta” dal Cristo e da lui assunta come “strumento di redenzione”. Il cristiano, infatti, mediante la viva partecipazione al mistero pasquale di Cristo può trasformare la sua condizione di sofferente in un momento di grazia per sé e per gli altri fino a trovare nell’infermità “una vocazione a amare di più”, una chiamata a partecipare all’infinito amore di Dio verso l’umanità.

Armando – un ammalato

Guarda che ti riguarda

Per diversi anni, dopo l’ultima guerra, spesso, persone senza tetto, povere sotto ogni aspetto, bussavano alle porte delle case. Ero piccola, ma lo ricordo bene, perché mia nonna dava ad ognuno che si presentasse alla nostra porta, qualcosa per coprirsi, se era inverno, del cibo, solitamente del pane e delle monetine. A chi la invitava a non dare soldi, a quella determinata persona perché li avrebbe usati per ubriacarsi rispondeva:

Come li userà, sarà la sua coscienza a deciderlo. Quel che vedo io, ora, è un uomo bisognoso.

Saper guardare in faccia, senza se e senza ma, la sofferenza  ed il bisogno significa non essere indifferenti. L’indifferenza è la caratteristica della società in cui viviamo. Siamo bravi a disquisire sui nostri comportamenti per dimostrare a noi stessi e al prossimo che essi hanno una logica e spendiamo tante parole per dimostrarlo, magari anche colme di buone intenzioni. A parole.

Nella  pratica siamo concentrati su noi stessi, al riparo nel nostro microcosmo e non sappiamo vedere chi ci sta accanto, chi ci è prossimo ed il mondo che ci circonda.

La bellezza della natura che ha ispirato poeti e molte menti illuminate non è più tale.

Abbiamo volutamente tagliato, abbattuto alberi per fare posto al cemento più di quanto servisse. Abbiamo raso al suolo intere foreste incendiandole dolosamente, per creare spazi di coltivazione di grandi imprese agricole. Nella totale indifferenza abbiamo, con i nostri comportamenti, inquinato nostra Madre Terra alterandone gli equilibri e l’armonia, avvelenando l’atmosfera  con esalazioni tossiche e le falde acquifere con discariche pericolose, innescando processi distruttivi e favorendo nuove e gravi malattie. É un’indifferenza, a maggior ragione colpevole perché ottusa, non considerando chi verrà dopo di noi.

Nel Vangelo, la splendida parabola del Samaritano sottolinea come l’indifferenza può contagiare ogni categoria umana. “Guarda che ti riguarda” suggeriva uno slogan che per un periodo, anni fa, non ricordo a che proposito, appariva su un manifesto appeso sui muri del nostro oratorio. Quattro paroline che possiamo far nostre subito se vogliamo destarci dal nostro torpore e realizzare, se non è troppo tardi, che ognuno deve contribuire a combattere l’indifferenza.

Il finale della parabola del Samaritano accende una luce di speranza.

Qui Caritas parrocchiale

Per informare

Non si può che partire dai cambiamenti: monsignor Palamini, lasciando la parrocchia per altri incarichi come vicario vescovile, lascia anche il compito di presidente della caritas parrocchiale.

A lui il nostro grazie per la sua presenza e per come, in questi anni, ha guidato la caritas; a lui i nostri auguri per le sfide che lo attendono.

Un’annotazione sulle Giornate della solidarietà, la Festa della Caritas il 17 e 18 agosto scorsi in oratorio: una festa briosa e partecipata con un tempo bello che ha premiato l’impegno di quanti si sono attivati per la sua buona riuscita. In entrambe le sere, infatti, molte persone si sono sedute ai tavoli dello stand gastronomico per gustare le varianti della porchetta e altro e hanno ballato al ritmo della musica proposta aspettando anche l’estrazione dei numeri della ricca lotteria. Grazie a quanti, piccoli e grandi, con la guida dell’artista Giuliana Geronazzo, si sono divertiti, nel pomeriggio di sabato sotto il portico, a costruire la loro maschera con giornali e vinavil e a dipingerla con le tempere. Grazie a lei e a suo figlio Giacomo Filippini per aver messo a disposizione, per una mostra, alcune loro opere: chi le ha viste ne ha veramente goduto. Grazie anche a chi ha avuto la curiosità di fermarsi alla bancarella dei libri.

Raccontarsi per condividere le esperienze

Diventare volontaria Caritas per me, V., è stata una grande provvidenza. Penso che sia importante stare con la gente senza chiudersi nel proprio Io: si impara a vivere, a riconoscere i propri limiti a tentare di superarli e magari anche ad accettarli. Con l’ascolto reciproco ed il dialogo.

Da tempo, per questi motivi, desideravo dedicare un po’ del mio tempo agli altri ma non sapevo come. L’opportunità mi è stata data con l’adesione alla Caritas.

Stando alla Caritas ho ricevuto tanti doni; tra questi: il senso di appartenenza , la consapevolezza di far parte di una comunità, che ha lo stesso punto di riferimento e lo stesso obbiettivo. Ognuno con le proprie differenze ma fratelli nei valori. Grazie!

Per suscitare relazioni

Rilanciano anche l’iniziativa Offerte mensili mirate a progetti specifici: è stata già collaudata e durante quest’anno a due famiglie è stato assicurato un aiuto finanziario per molti mesi. Si assicura  l’informazione puntuale a chi aderisce.  GRAZIE a chi raccoglierà l’invito.

  

Ciao zio

Per tanti sei stato il don, ma per noi eri solo lo zio: zio Ettore.

A volte accadono cose che non si è pronti ad affrontare o di fronte alle quali non si sa come reagire. Non si trova risposta. Riaffiorano alla mente mille ricordi e in questi giorni tutti riguardano te. 

È difficile trovare le parole giuste in questo momento, perchè per noi sei stato molto più di uno zio. Vitale, come il tuo secondo nome, “proprio della vita”, una forza e uno spirito non indifferenti. Come ti piaceva dire: “Testa alta e pedalare”.

Ti sei sempre dedicato ai ragazzi e a noi giovani, che erano il tuo punto di partenza per costruire un futuro migliore, educandoli all’altruismo e alla solidarietà. Per i giovani, come per le tue passioni, ci hai sempre messo il cuore. Ci hai lasciato un bagaglio pieno di valori, di emozioni positive e di sogni da raggiungere, sempre con il sorriso in faccia. 

In questi tempi non è facile parlare ai giovani per farli ragionare senza annoiarli, eppure tu ci riuscivi. Durante le omelie non solo spiegavi le letture, ma strappavi anche un sorriso alle persone che erano lì, ed è una cosa bellissima. Si vedeva che con i tuoi discorsi volevi arrivare a tutti, dai più grandi ai più piccoli. Lo si capiva anche dai piccoli gesti, come quello che facevi venendoti a sedere vicino a noi nipoti dopo ogni pranzo dalla nonna, per scherzare e ridere insieme delle tue imitazioni, ma anche per fare discorsi seri e darci consigli preziosi. Ci mancherai quando ci troveremo a Natale o a Pasqua, e tu non sarai lì a farci ridere. Ci mancherai quando non dovremo più aspettarti arrivare dalla nonna la domenica, vestito con una camicia e i pantaloni corti, che ha vederti non lo si sarebbe detto che eri un prete.

Eri parte della nostra famiglia, anzi sei parte della nostra famiglia anche ora, perché ci guiderai da lassù: un angelo per noi nipoti e per tutti i giovani.

Ti porti via un pezzo dei nostri cuori, ma allo stesso tempo ci lasci un ricordo bellissimo che conserveremo sempre. Sappi che siamo sempre stati fieri di essere tuoi nipoti. Ora sei lì con il nonno e ti pensiamo felice, con tanta voglia di fare come l’hai sempre avuta.

In questi anni sei stato per tutti forte, deciso e accogliente, a volte anche duro, ma sempre saggio: come una quercia sotto cui i bambini si trovano a giocare. E quando un fulmine all’improvviso schianta la grande quercia, tutti rimangono sorpresi, spaventati e confusi, senza un punto di riferimento. Non sappiamo più dove guardare. E allora non resta che guardare a noi stessi, ai nostri vicini e alla nostra famiglia. 

È quello che abbiamo visto succedere in questi giorni, quando tutta questa gente è venuta a salutarti e a portare ciascuno la propria testimonianza, con affetto e gratitudine per quello che hai fatto. Tutti in qualche modo guardavamo a te e ora che non ci sei più ci troviamo a guardarci negli occhi e ci scopriamo più vicini di quanto pensassimo, accomunati da quello che tu hai lasciato a ognuno di noi. 

In questi giorni, è stata questa la tua ultima e più bella lezione: c’è tanto dolore oggi, è vero; ma c’è anche tanto amore; c’è tanta vita ancora davanti.

Grazie di tutto zio Ettore.

I tuoi nipoti Andrea, Miriam, Francesco, Luca, Edoardo, Irene, Francesca, Filippo, Paolo, Fabio, Sofia, Antonio.

Discorso di commiato per la morte di don Ettore Piceni

Rovato, 30 agosto 2019

Signore, 

impietriti, imbarazzati e disorientati in queste ore abbiamo “balbettato” parole insufficienti ad esprimere il “colmo” di ciò che è accaduto e di ciò che viviamo.  E anche queste parole che dico non basteranno; la realtà ci supera, ci sovrasta; inaspettatamente, sorpresi impreparati, noi, si dice “specialisti del sacro”, preti, forse capaci e persino abili nel sostenere altri in queste circostanze, a fatica oggi sosteniamo noi stessi; non eravamo pronti a questo, come tutti.

Classe di messa 1998. Con Ettore siamo stati i giovani, di circa 30 anni fa, porosi e sensibili allo Spirito, anticipati ed attraversati dalla grazia vocazionale, desiderosidi vivere il “dramma” e l’“enigma” di una scelta di vita e di una sequela evangelica aperta all’imprevedibile, con Ettore siamo stati compagni nel percorso che ci ha condotti all’ ordinazione sacerdotale. 

Signore, 

non è stato scontato ed immediato il riferirci a Te in questa circostanza; nel dolore disorientate reagiamo e cerchiamo il Tuo volto, ancora; davanti ad una Tua immagine e a una fotografia scattata a Gerusalemme, di noi seminaristi di allora,prima di essere la classe 1998, con qualche chilo in meno e con qualche capello in più, con Ettore, ti cercavamo, nei segni di quella terra, la cui storia rivelava le tue tracce; oggi come allora cerchiamo le tracce della tua presenza. Comprendi, Signore, la nostra fatica; la mancanza di Ettore ci tenta ad una soluzione accusatoria della realtà contingente e, forse sullo sfondo,di Dio; o ci spinge ad un tentativo di fuga, attraverso la mistificazione della realtà, in una spiritualità dei luoghi comuni che troppo spesso si esprimono nelle parolepovere di queste circostanze. Oggi, come allora, cerchiamo veramente il tuo volto e desideriamo vivere in verità e autenticità questo momento. 

Mentre scrivo, leggo il vangelo di ieri della memoria del martirio di Giovanni Battista.

“I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro”.

Con che animo lo hanno fatto, mi chiedo? Quale provvidenziale piano rivela e nasconde la morte di un uomo giusto? Fine della vita e fine della missione? E la vita di un uomo si fa tutt’uno con la realizzazione di quella missione, nella conclusione della sua vita, nella realizzazione della sua vocazione e del suo compimento. 

Ne presero il cadavere e lo posero nel sepolcro…

Si può vivere senza sapere perché si vive, ma non si può vivere senza sapere per chi si vive. Sapere per chi si vive è sapere perché si vive.  Vale anche per il morire; non è necessario forse sapere perché si muore, ma è essenziale sapere per chi si muore. Si muore per chi si è vissuti.Di quel cadavere posto nel sepolcro non rimarrà nulla, se non la certezza che la ricerca del volto di Colui per il quale si è vissuti giunge al suo compimento. Signore, concedici la certezza che ciò è vero per Ettore e sarà vero per noi; rivelaci ancora i segni della sua presenza, perché ricordando con chi si è vissuti, ci ricordiamo per chi stiamo vivendo.  

Signore,

grazie.Per la vita, la fede, il sacerdozio, per i compagni; grazie, pienamente, totalmente, ma non ti illudere, se il grazie è vero, oggi è anche teso. Sapere per chi si vive, implica sapere con chi si vive. Per questo il grazie e vero e teso, perché oggi manca Ettore, colui con il quale abbiamo vissuto. Le condoglianze che si esprimono ai familiari e parenti dei defunti sono le stesse condoglianze ricevuteda alcuni confratelli sacerdoti e da alcuni amici, rivolte alla mia classe di ordinazione per la morte di Ettore. Ciò mi ha ricondotto al senso della “parentela e familiarità sacerdotale”; alcune volte le persone trattate con meno attenzione dai preti sono i propri parenti; nella parentela sacerdotale, succede che per zelo pastorale o per pigrizia esistenziale, anche tra di noi sacerdoti non sempre abbiamo le attenzioni dovute. A questo ci richiamava don Ettore massaggiando nel gruppo WhatsApp di classe del 30 maggio 2019 a proposito dell’anniversario della nostra ordinazione. Sollecitandoci al valore della circostanza, ne suscitava la nostra attenzione perché non mancassimo alla celebrazione. Scriveva: “ci tengo”. 

Uomo della bassa, nato e cresciuto in un cortile di campagna, in un contesto semplice e bello, orfano di padre morto troppo presto, figlio di una madre, che allora come oggi era ed è una roccia, Ettore era solido, e trasparente, sanguigno, genuino emai sofisticato, diretto e chiaro, capace di concretezza e di sensibilità.“Ci tengo”, detto da don Ettore con la schiettezza e l’autenticità che lo determinava è il dono che abbiamo ricevuto da lui lo scorso maggio e che sentiamo come nostro mandato per oggi. “Ci tengo” all’anniversario di ordinazione, scriveva, per dire “ci tengo” a Gesù, “ci tengo al sacerdozio”, “ci tengo” a noi. “Ci tengo”, proveremo a non dimenticarlo. 

Per quel “ci tengo” di don Ettore confermiamo il motto della nostra ordinazione, “In nomine Domini”, nel nome del Signore, scelto da Paolo VI, che facemmo nostro a suo tempo.“In nomine Domini”, nel nome del Signore, oggi, vogliamo affidare don Ettore a S. Paolo VI. 

Per lui innalziamo infine la nostra preghiera pasquale: 

L’eterna gioia donagli, o Signore.
Splenda per lui la luce della Pasqua.
Viva nella pace. Amen.

Don Maurizio Rinaldi
Per la classe sacerdotale 1998

Alla tua ruota

El sarà mia en pret chel lè?

Iniziavano sempre così i discorsi quando c’eri tu nei paraggi e qualcuno – sempre di meno in realtà – non ti conosceva. Figuriamoci quando ti s’incontrava con la tua inseparabile Cannondale: completo a scelta, casco e via! Per noi patiti della bici, cresciuti a pane e ciclismo, non sembrava vero trovare un prete con la nostra stessa sana malattia. Nessuna esaltazione, ma una pura passione fatta di fatica e di grinta.

Ti dicevo spesso: “Sei l’unico che non capisce nulla di ciclismo, ma che allo stesso tempo ha una passione incredibilmente sana per la bici.

Era consuetudine in estate svegliarsi alle 8 di mattina e trovare sulla chat del Fan Club le foto dei tuoi giri all’alba: noi ancora a letto e tu con 100 km nelle gambe, pronto per una giornata al Grest sempre con la stessa grinta.

Nel ricordarti, Magrini in televisione ti ha definito un vulcano, Sui pedali, così come nella vita, eri un trascinatore.

Non potevi che essere tu il designato per essere il Presidente del Fan Club del Diretto di Lodetto, e sai perché? Non tanto per il tuo essere Don, ma perché di Lodetto tu eri e sei la Locomotiva.

Starti in scia era tanto difficile, snervante quanto appagante: alla tua ruota ci stavano tutti perché il vento in faccia lo prendevi sempre tu che era una meraviglia. Tutti alla tua ruota significa tutti: accoglievi ognuno a prescindere dalla fede, dalla frequentazione della Chiesa e dal carattere.

In un periodo di pena ostentazione dei simboli, ci hai insegnato la solidarietà e l’accoglienza con gesti, parole e pedalate.

Così la domanda iniziale “El sarà mia en pret chel lè?” diventava “El sarà mia ulche en pret chel lè?”

Prete, ma anche padre, fratello maggiore, amico gregario di lusso, locomotiva.

Salutaci Marco, Michele e chi come te se n’è andato con il segno della bici addosso.

Ciao Presidente, è stato bello stare alla tua ruota.

Ci hai tirato la volata fino alla fine: ora tocca a Noi.

Grazie

É una grande famiglia quella dei Piceni.

Siamo sempre stati in tanti, ma in questi giorni ci siamo scoperti ancora più numerosi di quanto pensassimo, grazie alla presenza e all’affetto che avete dimostrato tutti voi che vi siete stretti con noi attorno a Ettore.

Possiamo solo ringraziare sinceramente tutti quelli che hanno voluto, ciascuno a modo proprio, lasciarci una testimonianza di quello che Ettore è stato per loro.

Nel salutare lui che parte, è questo il modo più bello per sentirci vicini tra noi che restiamo.

Grazie di cuore dalla famiglia Piceni.

Lettera a don Ettore

Carissimo Ettore,

nel tuo cuore, il Signore aveva già posto la sua chiamata, ma tu non trovavi il coraggio di comunicarcelo e ti eri chiuso nel silenzio. Ti sei rivolto a Don Colenghi perché sapevi che godeva della nostra stima.

Mi chiamò dicendomi che aveva una cosa importante da dirmi e quindi partii subito per Brescia. In poche parole mi disse schiettamente che tu avevi deciso di entrare in seminario per diventare sacerdote. Tornato a casa lo comunicai alla mamma e abbracciandoci piangemmo, di stupore, di commozione e di gioia.

Ti voglio ringraziare per essermi ed esserci sempre stato vicino nei momenti più bui e difficili che abbiamo dovuto affrontare. 

Ti chiedo di continuare a manifestarci questa vicinanza anche ora che sei con Dio. La mamma e noi,  abbiamo bisogno del tuo amore e del tuo aiuto, che ora in Dio è perfetto.

Ti abbracciamo forte!

Ciao Ettore.

Mamma, fratelli e sorelle

Preghiera per il nuovo parroco

Signore, ti ringrazio di averci dato un uomo,
non un angelo, come pastore delle nostre anime;
illuminalo con la tua luce, assistilo con la tua grazia,
sostienilo con la tua forza.
Fa che l’insuccesso non lo avvilisca, e il successo non lo renda superbo.
Rendici docili alla sua voce.
Fa che sia per noi amico, maestro, medico, padre.
Dagli idee chiare, concrete, possibili;
a lui la forza di attuarle, a noi la generosità nella collaborazione.
Fa che ci guidi con l’amore, con l’esempio,
con la parola, con le opere.
Fa che in lui vediamo, amiamo e stimiamo te.
Che non si perda nessuna della anime che gli hai affidato.
Salvaci insieme con lui.

Paolo VI

Il saluto della classe 1955

Leno 28 settembre 2019

Caro don Giovanni,

Credevamo davvero che saresti rimasto qui per decenni e quindi per noi è stato come un fulmine a ciel sereno la decisione del Vescovo di destinarti ad un’altra parrocchia.

Come hai potuto vedere, abbiamo avuto tutti una reazione differente a questa notizia, chi dispiaciuta, chi scomposta, chi delusa, chi apparentemente impassibile, ma fidati tutta la comunità è rimasta incredula e questo mese trascorso dall’annuncio del tuo trasferimento non è certo bastato a farci riprendere dalla “botta” e siamo arrivati così presto a questa cena di congedo che però è in realtà una cena di ringraziamento e tale vogliamo che rimanga.

Grazie al Signore per la scelta fatta dal Vescovo nel 2013 di mandarti qui in mezzo a noi.
 Grazie per il lavoro che hai svolto e per le relazioni che hai creato.
 Grazie per la pazienza che hai dimostrato nell’avere a che fare con noi.
 Grazie per la linea pastorale che hai tracciato e che ci hai fatto seguire. 
Grazie per quello che hai fatto in questi sei anni. 
E con questo stesso grazie ti assicuriamo che non smetteremo di essere uniti con te, con la preghiera, con l’affetto e con l’amicizia.

Te lo dico io, ma attraverso di me te lo dice tutta la classe 55 della comunità parrocchiale.

Classe 55 Leno