Cartucce e Banchetto

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Ai morcc. Torniamo indietro nel tempo, ero in età scolare e la gente di Porzano si era già assestata conducendo la vita quotidiana nella normalità delle impostazioni di pace e di ricostruzione dopo la devastazione dell’ultima guerra.

Novembre i giorni dei morti, anche il primo con la celebrazione di Tutti i Santi, era compreso con i giorni successivi, 4 novembre incluso, come periodo temporale “ai morcc”. Erano giorni di vacanza scolastica considerati dagli alunni come festa, lontano dal costretto impegno dei compiti e quindi occupare il tempo che amabilmente i genitori ci concedevano, pur con l’occhio vigile.

Non ci si annoiava, i più vivaci, pochi, inventavano sui due piedi giochi coinvolgenti e scherzi di gruppo, benevolmente accolti o evitati. Luoghi comuni per esprimerci erano nel limite, chiesa per le funzioni, casa, strada e cimitero, niente di più ne avanzava.

Il cimitero. Il cimitero era il più affollato, gente che brulicava tra le tombe, deponendo fiori crisantemi del proprio giardino. Rassettando alla bell’è meglio il cumulo di terra che segnava la presenza interrata del defunto, candele accese, moccoli compresi, che colavano cera sgocciolando a terra su di una foglia con il buco passante per raccoglierne senza dispersione quella che per noi ragazzi era l’elemento base per produrre luminose fiamme con le cartucce. Sì, proprio le cartucce usate, acquisite o contrattate in cambio di “ciche” (biglie di terracotta).

Le nostre abili mani raccoglievano le colate delle candele della propria tomba e furtivamente anche quella accanto, in assenza del legittimo parente.

La cera si manipolava a lungo, come pasta per tagliatelle, fino ad ottenere un “biscotto” morbido, grosso come il dito di una mano, che subito si calcava, dentro la cartuccia vuota, fino all’orlo, niente stoppino, l’involucro di cartone pressato faceva la stessa funzione, ma impastando la cera con gli aghi di mugo sparsi, colti
tra i cespuglietti che ornavano alcune tombe sparsi qua e là.

Con questi aghi, la cui resina sprigionava un effetto spettacolare al momento dell’accensione, scoppiettii, sfrigolii e scintille come fuochi d’artificio, ridotti in miniatura, consumavano lentamente cartuccia e cera, fino al fondo metallico, ma lo spettacolo esilarante consisteva nell’aggiungere sulla fiamma un pizzico o rametto di aghi, per esaltarne l’effetto scoppiettante, con il lancio della fiammata, come l’effetto drago. Questo produceva, ovviamente, scottature alle mani e/o capelli strinati. Un altro diversivo per noi ragazzi consisteva nell’attesa e aggressione, con rami di foglie (sfoiaröi), ai passanti di ritorno dal cimitero, dopo il rosario, con le candele accese per illuminare il percorso nel buio della sera, meglio e più divertente se c’era nebbia, per non essere individuati.

Il gioco per aggressione era soprattutto diretto a spegnere la candela delle ragazze che nel trambusto cercavano rifugio tra i genitori, oppure scappavano strillando e gridolini acuti proteggendo viva la fiamma con il concavo della mano. Il rischio dello spegnimento della candela era previsto tanto che più in là la fiamma di qualcuno ridava il lume richiesto.

Proprio nell’ultima di quelle sere, il 4 novembre, dopo il Rosario recitato all’unisono nel cimitero illuminato da molteplici fiammelle, nonni, genitori, ragazze, giovanotti e bambini facevano ritorno chi in paese, chi alla cascina per disporsi intorno al fuoco generoso della cucina.

Si parlava del più e del meno, degli incontri della giornata, ma in alcune case si aspettava non solo l’ora del riposo ma qualcuno dei familiari che, per il rompete le righe, stava combattendo, si fa per dire, la sua giornata da reduce di guerra.

Quattro novembre – il banchetto. Giornata piena per reduci e combattenti, autorità e prete compresi. Don Cesare, con il pesante piviale nero e bordure argento, celebrava in latino, chierichetti accanto, l’ufficio per i soldati morti in guerra. Al termine della funzione Don Cesare aspergeva il catafalco coperto da un altrettanto tessuto nero, bandiera tricolore in testa ed elmetto prima guerra 15/18, quattro grossi candelabri neri ed infine l’Ita Missa Est. In uscita dalla Chiesa, si formava il drappello dei numerosi convenuti, bandiera tricolore in testa, a buon passo il corteo si avviava verso il monumento alle scuole elementari, appello ai caduti “Presente” e subito dopo il corteo si avviava al cimitero, dove si concludeva la cerimonia al cospetto delle lapidi sulla facciata della cappella. Il resto della gloriosa giornata, all’insegna della vittoria, si svolgeva con il banchetto tradizionale nel salone delle suore dorotee, se ben ricordo. Cosa succedesse nel gran salone di mattonelle rosse e bianche non ci era dato di sapere, se non stando in strada, via San Martino, piazza e il Corteas, giungevano all’ascolto “bla, bla , bla”, canti e stonature interrotti da qualche sporadico applauso.

Il Convivio. Da sottolineare la presenza in cucina dell’acclamatissimo B. Pansera, cuoco di forchette auree, coadiuvato da donne collaudate tra pignatte, padelle e le più giovani a servire ai tavoli.

Ormai la giornata volge al termine, i reduci si riassettano e fingendo sobrietà ed equilibrio raccolgono ognuno le proprie stoviglie nel “manti’” (tovagliolo) chiuso con il nodo (groppo) ai sommi capi, come se il contenuto fosse un bebè portato dalla cicogna, e via malsicuri sulle gambe facevano ritorno verso casa.

Due personaggi mi sono rimasti impressi in modo indelebile, mio nonno Stefen Frer e Bigio Pansa Parolot, assai alticci affrontavano nel buio della nebbiolina serale la via di casa.

La loro destra reggeva l’oscillante involucro, il “mantì col tont”, la “fundina”, “el perù”, “el cücià” e “el cortel” con l’andatura barcollante procedendo a zig zag per la strada ormai deserta, fino a raggiungere la porta di casa e tentare di agganciare la maniglia per entrarvi e… Buonanotte.

In altre case, nel frattempo, lanterna in mano, si raccoglievano i pochi effetti, pennuti e conigli in gabbia pronti a migrare per altri lidi in cerca di fortuna.

Era il Sanmartì.

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