Il mio Paolo VI: un incontro graduale

Nelle parole di Luigi Gaffurini la vicinanza al Papa bresciano

Avevo 15 anni e salutai l’elezione del bresciano Montini, Paolo VI, alla guida della Chiesa, con sentimenti di orgoglio campanilistico misto a un velo di rammarico per il “gap” di simpatia che sembrava pagare nei confronti con il suo predecessore Giovanni XXIII. Quello con Paolo VI è stato un “incontro” graduale, maturato nell’esperienza della vita, animato sempre dalla volontà di capire, per scegliere, per esserci. In occasione del “ponte” di San Giuseppe del 1969, con il gruppo degli impegnati nella parrocchia dei Cappuccini gita a Roma per un “particolarissimo” incontro con il Papa bresciano. Il nostro gruppo ebbe il privilegio di partecipare alla Santa Messa celebrata dal Papa in San Pietro. Eravamo vicinissimi al celebrante, tra l’altare e la Gloria del Bernini. Paolo VI ci citò ricordando i genitori sepolti al Vantiniano, sotto l’abside della chiesa del cimitero. Con l’età l’interesse e la comprensione delle parole e delle opere del Papa si fecero più mature e critiche. Ricordo le discussioni sull’“Humanae vitae”: sul luogo di lavoro, in parrocchia. C’era pudore a parlarne in famiglia e con la fidanzata, ma nello stesso tempo la accogliemmo come provocazione a capire di più: frequentavamo con un po’ di sacrificio gli incontri domenicali organizzati dal “Pro Familia” in via Calatafimi. Molti ne parlavano, pochi l’avevano letta. Il giudizio, veicolato dai giornali, si fondava quasi esclusivamente sull’accettazione e la pratica dei metodi anticoncezionali. Ricordo il disagio e la tristezza per giudizi e semplificazioni volgari che caratterizzarono quel dibattito. Fu una stagione travagliata anche quella dei primi anni ’70, quando le Acli in nome della fedeltà alla classe operaia in una stagione di grande malcontento decisero di recidere il legame con la Democrazia cristiana, segno dell’unità politica dei cattolici. Paolo VI dichiarò apertamente viva preoccupazione e disapprovazione. Egli, che era stato tra i principali promotori della nascita dell’associazione, annunciò con dolore la decisione di ritirare gli assistenti spirituali. Ne seguì un lungo periodo di rapporti non sempre facili a livello di parrocchie con pesanti ricadute organizzative e associative.

Accolsi con entusiasmo l’enciclica “Populorum progressio”, nella quale papa Montini, in una stagione di aspri e tragici scontri ideologici, indicava nel coraggio del confronto, nella lotta all’ingiustizia sociale, nel rispetto delle libertà individuali e dell’autodeterminazione dei popoli la via per creare la vera pace, garanzia di ordinato sviluppo e di reale progresso del mondo intero. Un messaggio forte e profetico che, anche in questo caso, non incontrò il favore dei potenti, delle parti politiche radicalmente ideologicizzate, delle parti sociali che sperimentavano la prepotenza capitalistica, dei popoli che vivevano l’oppressione del socialismo reale. In quegli anni era forte la convinzione e l’anelito per la conquista di autentica libertà, sviluppo economico ed equità sociale, autentica democrazia, affermazione della dignità della persona umana, definitivo superamento delle discriminazioni razziali e tutto questo in interi continenti. Quando le Brigate Rosse rapirono l’amico Aldo Moro fui profondamente colpito nel constatare con quanta profonda convinzione, con quanta dolorosa partecipazione Paolo VI avesse cercato di adoperarsi non solo per salvare la vita del presidente della Democrazione cristiana, ma per ribadire l’importanza e il valore assoluto dela vita umana, la dignità della persona, la libertà di tutti gli uomini.

Luigi Gaffurini

Io, prete, nel caos venezuelano

Don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum in Venezuela dal 2001, ha raccontato alla comunità di Cortine di Nave la sua esperienza missionaria in un Paese che sta vivendo una situazione drammatica.

Da più di 10 anni a El Callao come parroco di un paese di miniere d’oro ai margini della foresta tropicale venezuelana, don Giannino Prandelli, sacerdote fidei donum, ha raccontato la sua esperienza alla comunità di Cortine di Nave.

Com’è la situazione in Venezuela?

La situazione è critica, già da qualche anno le condizioni sono andate degradandosi in forma progressiva. Il valore della moneta è scaduto tanto che l’inflazione è del 13000%, la moneta quindi non ha nessun valore. Per la gente questo porta a delle conseguenze tristi perché impedisce alla popolazione di guadagnare in forma sufficiente per sopravvivere. Chi ha lavori poco redditizi deve inventarsi qualcosa, molti stanno fuggendo dal paese, si parla di 3 milioni di persone, soprattutto giovani, che emigrano. Altro tipo di migrazione è quella interna, soprattutto nella zona sud-est nella regione della Guayana, famosa per le miniere d’oro, dove la gente arriva in cerca di oro o cercando di vendere oggetti preziosi per recuperare denaro che permetta loro di comprare cibo. La mancanza di acqua e di corrente elettrica è un problema.

Quali sono i suoi compiti?

Le risorse sono poche, quando parlo di risorse non parlo solo di denaro, ma anche dell’organizzazione a livello umano e sociale, non eravamo preparati a tutto questo afflusso. Da tempo abbiamo un club di anziani, composto da 30 membri tra donne e uomini che vivevano in condizioni di disagio, a cui offriamo cibo dal lunedì al venerdì. È un miracolo quello che riusciamo a fare perché nonostante le difficoltà e i pochi aiuti che arrivano, la nostra missione non può fermarsi. La maggior parte riceve la pensione minima che non permetterebbe loro di vivere un mese intero.

A quanto corrisponde uno stipendio medio?

Chi ha un lavoro fisso, come un professore, una maestra o un impiegato guadagna circa tra i 1000 e i 2000 bolivares al mese, che corrispondono a circa 4 o 5 euro al mese. Chi lavora in imprese minerarie abbastanza organizzate può arrivare a guadagnare fino ad un massimo di 20 euro al mese. Se per il cibo ci sono grandi problemi, ancora più grandi sono le difficoltà per la casa, la macchina e le cose più comuni.

Quali sono le risposte del governo?

Il governo fa delle proposte come l’invio di casse di cibo a un prezzo controllato ed economico. Dovrebbero arrivare una volta al mese e invece arrivano dopo tre. Si dice che la corruzione sia presente anche in questo. Evidentemente non è la soluzione al problema, dall’altro lato il governo invita la popolazione a investire nelle piccole coltivazioni, una soluzione limitata perché la gente che vive in città non può farlo: l’orto richiede poi una pazienza che la fame non può attendere. Oltre a tutto questo scenario ci sono anche problemi di sicurezza: si sono formate bande criminali con armi migliori dello stesso esercito. Anche il governo ha responsabilità in questo: come possono i cittadini avere armi sofisticate quando la legge non permette nemmeno il possessi di queste armi? La presenza della guardia nazionale non ha debellato le bande che non sono il pericolo più grande, attualmente fanno più paura i piccoli delinquenti che aumentano a causa della mancanza di risorse, lavoro e denaro. Questo obbliga la gente a cambiare il ritmo di vita, anche l’organizzazione della vita ecclesiale deve cambiare ritmi e orari per adeguarsi.

Ci sono degli aiuti che arrivano dall’Italia?

Abbiamo ricevuto aiuti da parte di associazioni, parrocchie, dal Centro Missionario, ma in realtà non chiedo aiuto perché mi vergogno: come può una terra ricca d’oro chiedere altro? La necessità non dipende dalla mancanza di risorse ma dalla cattiva organizzazione della realtà economica sociale e politica che ci porta ad avere esigenze maggiori rispetto al passato. Effettivamente gli aiuti economici non sono il problema maggiore, il problema è riuscire a trovare una soluzione a questo disordine che sta creando diversi problemi tra cui la mancanza di medicinali, cibo, sicurezza, la sfiducia nelle istituzioni. Il pericolo delle bande e degli stessi militari è che a volte intervengono in forma pesante contro il cittadino comune, non distinguendo il bandito dalla gente disperata che lavora nelle miniere.

Ci sono dei contrasti con le istituzioni?

Non possiamo esporci troppo nel denunciare alcune ingiustizie, rischieremmo di essere censurati. Chi si espone è la Conferenza Episcopale: i Vescovi hanno denunciato in un documento recente, prima della Pasqua, la condizione di disagio nella quale vive la gente. Il flusso migratorio è il risultato di questa situazione: 3 milioni di persone che se ne vanno sono il segno di una situazione difficile. L’impegno della Chiesa Cattolica si fa sentire nel rispetto e nei confronti della gente che ha bisogno di essere aiutata in un cammino che recuperi le condizioni sufficienti per vivere in modo dignitoso.

Incontro zonale di formazione per catechisti – 11 aprile 2018 – don Valentino Picozzi

La ripresa dell’incontro zonale di formazione per catechisti ed educatori tenutasi mercoledì 11 aprile presso il nostro oratorio e guidata da don Valentino Picozzi.

Quel grido umano e santo di dolore

Michele Bonetti, presidente della Fondazione Tovini e il ricordo di Paolo VI legato all’amicizia profonda che legò il Papa bresciano ad Aldo Moro.

Se mi interrogo sul “mio” Paolo VI, ritrovo, da una parte, qualche ricordo diretto (invero pochi ma significativi: terminavo gli studi liceali quando Giovanni Battista Montini chiudeva la sua esistenza terrena), e, dall’altra, il pieno convincimento della attualità del suo insegnamento e della sua opera.

Tre i ricordi: uno particolare, l’altro generale, il terzo di profondità umana e religiosa. Il primo è di abitudine domestica. Si tratta di quando, adolescente, assistevo da casa alla benedizione urbi et orbi del Papa bresciano, trasmessa in televisione (bianco e nero), scandita dalla sua voce, di pacatezza e metro inconfondibili. Farsi il segno della croce avanti al successore di Pietro era, al contempo, espressione di unità familiare e di partecipazione ad un mistero universale. Il secondo ricordo è legato al contesto storico in cui stavo crescendo. Erano gli anni ‘70 e si avvertiva nettamente l’assedio che tanta cultura, più laicista che laica, rivolgeva alla Chiesa e ad un Papa che, nonostante i turbinii culturali, sociali e politici, perseverava nella difesa delle ragioni dell’uomo, della vita, della salvezza. Ne emergeva il pastore votato al servizio della verità, incoercibile agli interessi ideologici. Il terzo è la struggente testimonianza dell’amicizia che Papa Montini diede al tempo del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro – e della sua scorta -. Sento ancora vivida l’emozione della preghiera del Papa ai funerali dell’amico: “chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”. Un grido umano e santo, di dolore e speranza insieme, che incarnava nel dramma del momento la docilità alla Provvidenza.

Il “mio” Paolo VI è oggi anche la percezione della sua dirompente modernità. Darne conto è una responsabilità che compete ad ogni credente nei confronti di un pastore della Chiesa universale in via di canonizzazione, ma ad un bresciano forse di più, perché è erede del tessuto di storia e di fede che ha generato Paolo VI ed è chiamato a darne degna continuità. Invero, valgono all’oggi i fondamentali di quella “linea montiniana” che Paolo VI ha saputo esprimere, quale chiave di lettura del reale e modalità di azione, con alcuni precisi caratteri. Si tratta del discernimento come metodo, del puntare sempre all’integralità dell’uomo senza esaurirsi nel dettaglio; si tratta del dialogo e dell’incontro come stile permanente e inesauribile; si tratta del coraggio di passare i confini, dell’osare confidando nella dimensione spirituale, del tenere lo sguardo attento alle coscienze. Una “linea montiniana” che è portatrice ancora di carica, per il fascino e le potenzialità che i giovani riscoprono quando posti di fronte a Paolo VI maestro, testimone e pastore, riuscendo a trarre tuttora alimento e confronto da un vero uomo di Dio.

Michele Bonetti

Tremila sorrisi bresciani per il papa

Partiti il 5 aprile alla volta della capitale, i tremila ragazzi e ragazze di Roma Express, accompagnati dal vescovo Pierantonio, hanno incontrato il Papa al quale è stato consegnato il “frutto dell’ascolto” in vista del Sinodo dei giovani.

“Vi ringrazio della vostra accoglienza festosa. Ringrazio il vostro Vescovo per la sua introduzione e le persone che vi hanno accompagnato in questo pellegrinaggio. Grazie a tutti!”. Così papa Francesco ha salutato in Aula Paolo VI i 3000 giovani  bresciani di Roma Express che, partiti ieri sera e accompagnati dal vescovo Pierantonio, hanno incontrato questa mattina il Santo Padre. Nell’occasione hanno consegnato al Papa il “frutto dell’ascolto” in vista del Sinodo dei giovani. E’ stato un incontro particolare, caratterizzato dalla gioia per la prossima canonizzazione del Beato Paolo VI, come sottolineato dal vescovo Tremolada nel suo saluto: “Santità, la gioia mia personale e di questi tremila ragazzi e ragazze della Diocesi di Brescia che sono qui, oggi, per incontrarLa, è davvero grande. Grazie! La gioia della nostra diocesi è ancora più profonda sapendo che, presto, il nostro grande concittadino, il Beato Paolo VI, sarà dichiarato Santo da Lei”.

Mons. Tremolada ha ricordato un aneddoto significativo della vicinanza del papa bresciano ai giovani: “Quando era ancora arcivescovo di Milano, parlando dell’oratorio ad alcuni ragazzi, Paolo VI usò questa bellissima espressione: ‘Qui venite per imparare come si agisce, come si pensa, come si ama, (…) come si misura la vita’. Incontrare Pietro, oggi, stringerci intorno a lui, ci permette di rinnovare questa stessa esperienza: siamo qui per imparare a misurarci con la vita vera”.

Il Vescovo ha poi sottolineato l’impegno della Diocesi per il prossimo appuntamento sinodale: “In questi mesi, come da Lei richiesto, abbiamo ascoltato i giovani in vista del Sinodo del prossimo ottobre. Perché fosse un’esperienza di vita, abbiamo desiderato e attuato un ascolto vero e immediato, profondo e critico allo stesso tempo. Lo abbiamo affidato ai giovani stessi, chiedendo a quelli più vicini alla nostra realtà ecclesiale di ascoltare i loro coetanei. Abbiamo poi raccolto tutto quello che i giovani ci hanno detto, ed oggi Le doniamo il frutto di questo ascolto (in verità il primo frutto, perché l’ascolto sta proseguendo): lo accetti come piccolo contributo che la nostra diocesi può offrire alla Chiesa universale in vista del Sinodo”.

“Mi permetta  – sono ancora parole di mons. Tremolada – la citazione di un giovane: ‘Ma davvero i Vescovi credono che i giovani possano aiutare la Chiesa a cambiare? Sono davvero disposti a cambiare qualcosa di quel che pensano? Mi piacerebbe sentirgli dire: ‘Sì, sono disposto a cambiare, ad accettare la tua situazione, a fare miei i tuoi sogni’. Grazie, Santità, per questa sfida che ci ha consegnato: lasciarci misurare dalle domande dei giovani ed imparare ad agire, a pensare, ad amarci reciprocamente. Le assicuriamo tutto il nostro affetto e la nostra costante preghiera”.

Al termine del suo saluto, il vescovo Pierantonio ha evidenziato quanto emerso durante la meditazione con i ragazzi sulla figura del Papa, precedente l’ingresso del Santo Padre. Il Vescovo si è rivolto ai giovani chiedendo loro: “Lei per noi è?”. “La roccia!”, hanno risposto in coro i ragazzi. “Lei per noi è?”, ha chiesto nuovamente il Vescovo. “Il Pastore!”, è stata la risposta dei 3000 giovani che ha echeggiato in Aula Paolo VI.

Papa Francesco, dopo aver salutato i ragazzi, ha voluto così rispondere all’interrogativo posto dal giovane bresciano: “Mi hanno colpito le parole di quel giovane che il Vescovo ha citato poco fa: “Ma davvero i vescovi credono che i giovani possano aiutare la Chie  sa a cambiare?”. Non so se quel giovane, che ha fatto questa domanda, è qui tra voi… E’ qui?… Ma in ogni caso posso dire a lui e a tutti voi che questa domanda sta molto a cuore anche a me. Mi sta molto a cuore che il prossimo Sinodo dei vescovi, che riguarderà “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, sia preparato da un vero ascolto dei giovani. E posso testimoniare che questo si sta facendo. Anche voi me lo dimostrate, col lavoro che sta andando avanti nella vostra diocesi. E quando dico “ascolto vero” intendo anche la disponibilità a cambiare qualcosa, a camminare insieme, a condividere i sogni, come diceva quel giovane”.

Il Santo Padre ha quindi voluto porre, per ben due volte, una domanda ai ragazzi: “Voi giustamente vi chiedete se noi vescovi siamo disposti ad ascoltarvi veramente e a cambiare qualcosa nella Chiesa.  E io vi domando: voi, siete disposti ad ascoltare Gesù e a cambiare qualcosa di voi stessi?”. “Si!” è stata la risposta unanime dei giovani.

“Se siete qui – ha affermato il Papa – io penso che sia così, ma non posso e non voglio darlo per scontato. Ognuno di voi ci rifletta dentro di sé, nel proprio cuore: Sono disposto a fare miei i sogni di Gesù? Oppure ho paura che i suoi sogni possano “disturbare” i miei sogni?”

“Gesù  – sono ancora parole del Papa – è molto chiaro. Dice: ‘Se uno vuole venire dietro a me, rinneghi sé  stesso’. Perché usa questa parola che suona un po’ brutta, ‘rinnegare sé stessi’? Come mai? In che senso va intesa? Non vuol dire disprezzare quello che Dio stesso ci ha donato: la vita, i desideri, il corpo, le relazioni. .. No, tutto questo Dio lo ha voluto e lo vuole per il nostro bene. Eppure Gesù chiede a chi vuole seguirlo di “rinnegare sé stesso ”, perché c’è in ognuno di noi un “uomo vecchio”, un io egoistico  che non segue la logica di Dio, la logica dell’amore, ma segue la logica opposta, quella dell’egoi smo, del fare il proprio interesse, mascherato spesso da una facciata buona, per nascon der lo. Gesù è morto sulla croce per liberarci da questa schiavitù che non è esterna, ma interna a noi.  E’ il peccato, che ci fa morire dentro. Solo Lui può salvarci da questo male, ma c’è bisogno d ella nostra collaborazione, che ognuno di noi dica: ‘Gesù, perdonami, dammi un cuore come il tuo, umile e pieno d’amore’. Sapete? Una preghiera così, Gesù la prende sul serio! Sì, e a chi si fida di Lui regala esperienze sorprendenti. Ad  esempio, provare una gioia nuova nel leggere il Vangelo, la Bibbia,  un senso della bellezza e della verità della sua Parola. Oppure sentirsi attirati a partecipare alla Messa, che per un giovane n on è molto comune, non  è vero?, e invece si sente il desiderio di stare con Dio, di rimanere in silenzio davanti all’Eucaristia. Oppure ci fa sentire la sua presenza nelle persone sofferenti, malate, escluse… Oppure ci dà il coraggio di fare la sua volontà andando controcorrente, ma senza orgoglio, senza presunzione, senza giudicare gli altri… Tutte queste cose sono doni suoi, che ci fanno sentire sempre più vuoti di noi stessi e sempre più pieni di Lui. I santi ci dimostrano tutto questo. San Francesco d’Assisi, per esempio: era un giovane pieno di sogni, ma erano i sogni del mondo, non quelli di Dio. Gesù gli ha parlato nel crocifisso, nella chiesetta di San Damiano, e la sua vita è cambiata. Ha abbracciato il sogno di Gesù, si è spogliato del suo uomo vecchio, ha rinnegato il suo io egoistico e ha accolto l’io di Gesù, umile, povero, semplice, misericordioso, pieno di gioia e di ammirazione per la bellezza delle creature”.

Francesco ha poi salutato i ragazzi invitandoli a guardare a Paolo VI come a un modello da seguire:

“Pensiamo anche a Giovanni Battista Montini, Paolo VI: noi siamo abituati, giustamente, a ricordarlo come Papa; ma prima è stato un giovane, un ragazzo come voi, di un paese della vostra terra. Vorrei darvi un “compito a casa”: scoprire com’era Giovanni Battista Montini da giovane; com’era nella sua famiglia, da studente, nell’oratorio…; quali erano i suoi ‘sogni’… Ecco, provate a cercare questo”.

Paolo VI, i bambini e la santità

A partire da sabato 7 aprile fino a domenica 13 maggio si snoderà al Centro pastorale Paolo VI (via Gezio Calini, 30 a Brescia) un itinerario artistico – spirituale – testimoniale attraverso il quale si intende presentare la speciale attenzione che papa Paolo VI ha sempre riservato ai piccoli. L’intervista a don Giorgio Comini.

Nel percorso di avvicinamento alla tanto attesa canonizzazione di Paolo VI non poteva mancare una pagina dedicata al rapporto tra il Papa bresciano e i più piccoli. Un’attenzione probabilmente suggerita anche dal fatto che, a definitiva prova della santità del Papa bresciano, ci sono un adolescente americano e una bambina veronese di tre anni, guariti grazie alla sua intercessione quando erano ancora nel grembo materno. A scrivere questa nuova pagina è l’Ufficio per famiglia che con “I piccoli nel cuore di Papa Paolo VI” ha pensato a un itinerario artistico-spirituale-testimoniale attraverso il quale si intende presentare la speciale attenzione che papa Paolo VI ha sempre riservato ai piccoli.

Tutto questo avverrà attraverso la proposta di una mostra “Ad occhi chiusi” dello scultore Alfonso Fortuna, la presentazione di un libro “La farfalla e l’aquilone” di don Giorgio Comini (direttore dello stesso ufficio), diversi laboratori artistico-esperienziali per i bambini e una tavola rotonda, con alcune associazioni bresciane che lavorano a servizio dei bambini in difficoltà.  “La nostra proposta – sottolinea don Giorgio Comini −nasce come sorta di omaggio, di ringraziamento per l’ormai certa canonizzazione del Papa bresciano (la data esatta sarà comunicata con il Concistoro del prossimo mese di maggio, ndr) e il conseguente pieno riconoscimento della sua santità. Con il tempo, però, si è fatta anche strada la necessità, direi l’urgenza, di sottolineare come il percorso di Paolo VI verso la santità avesse preso avvio ancora con opere compiute dallo stesso sulla terra”.

Il fatto che i miracoli attribuiti a papa Montini per la beatificazione prima e per la canonizzazione, poi, abbiamo avuto per protagonisti bambini ancora nel grembo materno è stato per il direttore dell’Ufficio per la famiglia e per i suoi collaboratori uno stimolo, un invito a rileggere quella parte del magistero, delicata e forte ma anche poco considerata, che Paolo VI dedicò alla difesa, all’accoglienza, alla tutela dei più piccoli, sin dal loro concepimento nel grembo materno.

Riscoperta. “Rileggere, riscoprire pagine che sono la prova del grande spazio che i bambini occuparono nel cuore di Paolo VI – continua ancora don Comini – ha portato a dare completezza alla nostra idea di un progetto che, valorizzando e facendo conoscere la parte del magistero di Paolo VI dedicata ai bambini, riuscisse da un lato a restituire a tutti noi la responsabilità di portarlo avanti e, dall’altro lato, ad accogliere la benevolenza di Dio, attraverso l’intercessione del Papa bresciano, per tutti quei bambini che ancora oggi vivono diverse forme di sofferenza, fisica e spirituali”. I miracoli e il magistero di Paolo VI, anche grazie a iniziativa come quella proposta dall’Ufficio per la famiglia dal 7 aprile al 13 maggio, devono allora essere letti come sollecitazioni agli uomini e alle donne di oggi perché si traducano in quelli che don Comini chiama “i veri miracoli quotidiani”, quelli che trovano concretezze nalla vita di tutti i giorni.

 Tutto questo ha trovato sintesi nel progetto “I piccoli nel cuore di Papa Paolo VI”, “un percorso – continua ancora il sacerdote − che, attraverso i diversi linguaggi della bellezza e della meraviglia che sono propri dell’arte ma anche dei bambini, aiuti a valorizzare il magistero del Papa riconosciuto santo, facendolo sempre nuovo, e permetta di comprendere che il valore della vita nascente e i legami familiari rappresentano oggi più che mai i presupposti, i fondamenti di quella civiltà dell’amore tanto cara al Papa bresciano”.

L’AIDO con la gente

Il Gruppo Comunale AIDO “Giuseppe Pavia”di Leno è già entrato nel pieno delle attività dell’anno 2018.

Giovedì 8 marzo si è svolta la serata in onore della “Festa della Donna”, con un’ampia partecipazione. Un particolare ringraziamento al sindaco dott.ssa Cristina Tedaldi  e all’assessore alla cultura sig.ra Rossella De Pietro per l’intervento, sempre stimolante ed incoraggiante per il nostro operato.

Nei mesi prossimi, ci aspetta un programma denso di iniziative, che vogliamo portare a conoscenza di tutta la cittadinanza, grazie all’ospitalità del periodico parrocchiale:

  • in collaborazione con l’Associazione Progetto Donna, proporremo un corso di Autodifesa  personale femminile (date e luogo sono in corso di definizione);
  • domenica 22 aprile  offriremo un’opportunità di stare in compagnia e conoscere gente nuova, con una splendida gita a Bressanone e lago di Braies, al costo di € 30,00 a persona e pranzo al sacco (info e iscrizioni: sig.ra Giulia cell. 3331582024 e sig.ra Rita 3333675115, oppure presso la sede AIDO il mercoledì dalle ore 9.30 alle ore 11,30 ospedale di Leno);
  • domenica 6 maggio saremo presenti alla gara podistica STRALENO, siete tutti invitati ad  aggregarvi al nostro gruppo (in omaggio la nostra t-shirt AIDO);
  • a seguito dell’approvazione da parte del Consiglio Comunale, su proposta dell’Assemblea dei Soci, il nostro monumento verrà ricollocato, dall’attuale posizione in via Toscana al parco di via Re Desiderio. Nell’ubicazione attuale sarà altresì posizionata una targa commemorativa del parco AIDO.

Desideriamo, anche in questo spazio, ringraziare tutti quanti partecipano con entusiasmo alle nostre iniziative e sostengono, in qualsiasi modo, le nostre attività di sensibilizzazione alla donazione di organi.

Giulia Beschi

La sensibilità e l’indole contemplativa

Paolo VI ha governato la Chiesa in un periodo tormentato, sia sul piano civile sia su quello ecclesiale, a partire da ‘68 fino al terrorismo (morì l’anno in cui la vicenda Moro, che lo turbò profondamente, decretava praticamente la fine delle Brigate Rosse): ha preso il via in quei frangenti un cambiamento epocale che non si è ancora concluso . Prosegue la rubrica “Il mio Paolo VI”.

Giovanni Battista Montini si é materializzato agli occhi dei bresciani il giorno in cui è stato nominato arcivescovo di Milano (1954), anche se la figura del fratello maggiore Lodovico, membro dell’Assemblea costituente e poi parlamentare fino al 1968, rinnovava la memoria del padre Giorgio, giornalista e politico di spicco a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, e della famiglia Montini.

Nell’estate del 1962 ho avuto modo di incontrare per la prima volta il futuro Paolo VI. A fine agosto trascorsi qualche giorno di ferie a Pontedilegno e un giorno, mentre passeggiavo verso la val Sozzine, camminando lungo il lato destro della chiesa, scorsi il card. Montini nell’atrio della porta laterale. Ebbi l’impressione che fosse lì in attesa di qualcuno e allora gli chiedi se potevo essergli utile, in particolare se desiderava che gli chiamassi il parroco, il mitico don Giovanni Antonioli. Il Cardinale mi ringraziò assicurandomi che era tutto a posto.

L’approccio più importante si registrò però in una delle sere successive. Ero ospite di Villa Luzzago e il direttore don Enrico Tosi ci annunciò che il card. Montini ci avrebbe aggiornato sull’imminente Concilio Vaticano II. La notizia mi galvanizzò, immaginando di poter offrire una specie di scoop ai lettori di Voce. Il mio proposito giornalistico non ebbe seguito. Infatti don Tosi mi riferì che il Cardinale desiderava che la cronaca dell’incontro rimanesse riservata. Non feci salti di gioia, ma la piccola delusione fu compensata dall’interesse che la conversazione di mons. Montini sollevò: ci offrì un quadro della situazione, evidenziando le speranze sollevate dal Concilio, che mi accompagnò nei mesi successivi man mano l’assemblea conciliare celebrava la prima sessione.

Quella sera comunque misi a fuoco (parzialmente) la figura di Giovanni Battista Montini in una luce che si discostava da alcuni stereotipi su di lui che perdurano tuttora. Per capire bisogna tenere presente che all’epoca il cosiddetto mondo cattolico bresciano era diviso (con sfumature molteplici) fra una corrente popolare che in parte era rappresentata anche dalla Voce e una corrente nobile che aveva come simboli, nell’opinione comune, la Banca San Paolo e il Giornale di Brescia. I Montini erano naturalmente collocati nella corrente nobile.

Ricordo tutto questo perché serve a spiegare la mia reazione il giorno in cui Montini fu eletto papa. Vidi, vedemmo, la fumata bianca in tv nel bar che stava all’angolo fra via Tosio e via Antiche Mura. Quando l’annuncio confermò i pronostici della vigilia rimasi perplesso, domandandomi se i cardinali (o lo Spirito Santo?) avevano fatto la scelta giusta. Oggi non ho più dubbi, ma non è una resipiscenza tardiva. È una convinzione maturata lungo lo svolgersi del pontificato di Montini. Anche se, memore della conversazione di Pontedilegno, sin da subito non avevo dubbi sul fatto che avrebbe portato avanti il Concilio con decisione.

Recentemente mi sono confrontato con un signore che non conoscevo e che parlando con un gruppetto di amici esprimeva tutte le sue perplessità sulla canonizzazione di Paolo VI, osservando fra l’altro che si sono inventati un miracolo che a lui non sembra tale. Gli ho fatto presente che Paolo VI ha governato la Chiesa in un periodo tormentato, sia sul piano civile sia su quello ecclesiale, a partire da ‘68 fino al terrorismo (morì l’anno in cui la vicenda Moro, che lo turbò profondamente, decretava praticamente la fine delle Brigate Rosse): ha preso il via in quei frangenti un cambiamento epocale che non si è ancora concluso. Gli ho ricordato che l’apparente ritrosia che induceva qualcuno a chiamarlo Paolo mesto, celava delicata sensibilità e un’indole contemplativa, in un contesto di grande riservatezza.

Ho poi avuto occasione di incontrare Paolo VI in varie udienze. Il ricordo più vivo riguarda la prima dedicata a Brescia, il 28 ottobre 1963, che si tenne nell’Aula delle Benedizioni, una grande sala a forma rettangolare. Il Papa era collocato su un palco con lo sfondo di una grande tenda rossa. Assistetti all’incontro seminascosto dall’ultimo velo della tenda e accovacciato sull’ultimo gradino della pedana a un paio di metri dal Papa. Da lì potei prendere gli appunti per la cronaca dell’udienza perché a quel tempo i registratori erano grandi come una valigetta 24ore.

Due anni dopo, il 20 settembre 1965, con duecento delegate di Voce abbiamo partecipato ad una udienza in San Pietro. Paolo VI nel saluto ci dedicò parole significative elogiando «la grande funzione del settimanale che opera da 70 anni con molto zelo, profonda saggezza e anche con tanta efficacia», con l’invito a essere consoni “ai bisogni dei lettori” e a «mantenere con essi una conversazione che li istruisce, li fa pensare, li sprona all’apostolato». Al termine dell’udienza il vescovo mons. Morstabilini presentò al Papa alcuni di noi: a ciascuno Paolo VI riservò un saluto personale, evocando fra l’altro personaggi bresciani a lui cari. In quella occasione e anche in una udienza successiva a Castelgandolfo (settembre 1969) menzionò in particolare don Peppino Tedeschi.

Nel 1988 quando abbiamo celebrato i primi cento anni di Madre, ho scoperto che il giovane Gianbattista Montini, prima e dopo la ordinazione sacerdotale (1920) ha collaborato con la rivista, grazie ai rapporti che aveva con la direttrice, Angela Bianchini. Si tratta di articoli anonimi. Dalla corrispondenza delle stessa Bianchini risulta certa la paternità montiniana di un articolo di fondo apparso nel febbraio 1921 sul voto femminile, intitolato “La donna voterà”. Nello scritto, che occupa tre pagine della pubblicazione (in formato rivista), è riconoscibile lo stile analitico montiniano nella accuratezza con cui esamina il problema dai vari punti di vista, valutando i pro e i contro della scelta politica. Alla fine emerge l’idea che si tratta di una conquista democratica che per realizzarsi esige tutta una serie di precauzioni e attenzioni culturali, etiche, politiche. In molto passaggi è possibile intravedere un’idea di politica ha caratterizzato il suo magistero pontificio e che potrebbe nobilitare le miserie del dibattito politico. Alla fine un auspicio che risulta di altrettanta pregnante attualità: «È necessario formarsi una coscienza politica, non con una lettura quotidiana di giornali o col frequentare ambienti rumorosi di affari, ma col meditare e studiare, col educare la mente a letture serie e a studi severi, coll’abituarsi a giudicare le cose dalle loro conseguenze ampie e remote, sotto l’aspetto non particolare, ma generale; col cercare di applicare i principi della fede alle contingenze sociali».

Pellegrinaggio di San Valentino 2018

Il consueto Pellegrinaggio di San Valentino che si è svolto dal 16 al 18 febbraio per le coppie, questo anno ha avuto come meta la Toscana. In questi tre giorni abbiamo visitato Siena, l’Abbazia Benedettina di Monte Uliveto Maggiore, l’Abbazia cistercense di san Galgano a Montesiepi, San Gimignano, il Borgo di Monteriggioni e la città di Arezzo.

È stato interessante scoprire questi luoghi caratteristici e osservare il paesaggio Toscano che, nonostante la pioggia, ci ha lasciati stupiti e meravigliati alternando luoghi di importanza cristiana a monumenti storici che ci hanno dato la possibilità di vedere come si viveva nelle città di un tempo. È stato bello poter ammirare borghi rimasti inalterati nel corso della storia e che mantengono immutate tradizioni antiche come la corsa del Palio. Abbiamo camminato e incontrato le storie di santi che hanno reso grande la nostra terra e proclamato il vangelo di Gesù senza esitazioni, come per esempio Santa Caterina da Siena, San Benedetto, san Galgano, Sant’Agostino ed altri ancora.  Le guide ci hanno aiutato a scoprire le particolarità che contraddistinguono ciascuno di questi posti raccontandoci storie ed aneddoti con l’obiettivo di farci conoscere parti meno turistiche ma molto significative delle varie località.

Un grazie speciale a Don Ciro e a Suor Graziella che ci hanno accompagnato nella scoperta di una piccola ma incantevole parte del nostro territorio e di averci offerto l’opportunità di vivere la festa degli innamorati in maniera alternativa e comunitaria.

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Pellegrinaggio a Siena