Quaresima, giornata della Vita

Carissimi fedeli

Al centro dell’attenzione di questo numero della “Badia” ci sono soprattutto due ricorrenze: la giornata della vita (2 febbraio) e la Quaresima (con inizio il 26 febbraio). Forse l’accostamento di queste due ricorrenze non è casuale ma provvidenziale e significativo.

Siamo abituati a pensare alla Quaresima come a un tempo di tristezza, di penitenza, di mortificazione. Certo è un tempo di partecipazione alla passione di Cristo e, quindi, è anche un tempo di conversione, di revisione, di rettifica della nostra vita e, prima ancora, della nostra mentalità, per conformarci di più al Cristo crocifisso, che, afferma Paolo, “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20) . Ma lo scopo ultimo della Quaresima è prepararci a godere pienamente della vita del Cristo risorto. In altri termini, lo scopo della Quaresima è “la giornata della vita”.

Lo fa capire Gesù, allorchè, spiegando il senso della sua passione e morte, ricorre a due immagini illuminanti. La prima è quella del seme: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto” (Gv 12, 24). La seconda, ancora più significativa, è quella delle doglie del parto: una donna, quando deve partorire geme e soffre perché è giunta la sua ora; ma quelle doglie generano vita nuova (cfr. Gv 16,21).

Dio non chiede a nessuno di soffrire per il gusto di soffrire. Anche i sacrifici o le rinunce che ci imponiamo nel tempo della Quaresima hanno lo scopo di liberarci dal peccato (che è sempre la rovina della vita) o da qualche abitudine che ci impedisce di essere liberi (vedi la dipendenza dal fumo, dalla televisione, dai dolci; ecc.). Oppure hanno lo scopo di renderci partecipi della passione di Cristo nel donare e sacrificare insieme con lui la nostra vita per chi ne ha più di bisogno. Il fine però è sempre quello di rendere la nostra vita e quella degli altri più bella, più piena e più gioiosa. Chi ama la sua vita (cioè la tiene egoisticamente per sé), dice Gesù, ne perde il gusto e la bellezza; chi invece la perde (la dona) per me e per gli altri, questi la trova, la gusta e la gode (Cfr Mt 16,25).

In questa prospettiva possiamo ricuperare anche un’altra bella immagine evangelica, quella del tralcio e della vite. La condizione perché il tralcio porti frutto è l’unione alla vite, che è Cristo. “Chi rimane in me e io in lui, dice Gesù, porta molto frutto”. Però dice anche: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, il Padre lo taglia, e ogni tralcio, che porta frutto, lo pota, perché porti più frutto”. Ogni potatura al momento fa soffrire, fa piangere. Lo scopo però non è la sofferenza, ma un frutto più abbondante di amore, di bellezza, di gioia e di vita. “Vi ho detto queste cose – termina Gesù – perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (cfr. Gv 15, 1-11). Egli infatti è venuto non per mortificare la vita, ma “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10)

Auguro pertanto a tutti una buona Quaresima, cioè una bella “giornata della vita”.

Il vostro Parroco

Io sono il pane vivo disceso dal cielo

Omelia del parroco don Renato al funerale di Claudia Modonesi

Ho conosciuto Claudia parecchi anni fa alla Scuola di Teologia per Laici e subito mi ha colpito, oltre alla sua intelligenza e dolcezza, la voglia di sapere, di conoscere le ragioni della fede, che per lei erano anche le ragioni del vivere.

Aveva intuito che, soprattutto oggi, è importante fare spazio alla intelligenza della fede, alla conoscenza e comprensione critica della fede. Infatti, se oggi molti cristiani, si allontanano dalla fede, non è forse perché sono vissuti con una fede per lo più tradizionale o sentimentale o emotiva, senza una vera scelta consapevole e responsabile?

Da questo punto di vista è molto significativo il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato: di fronte all’affermazione di Gesù: ”Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 51), i giudei discutono aspramente e molti dei suoi discepoli non vanno più con lui. Solo i dodici apostoli restano e alla domanda di Gesù: “Volete andarvene anche voi?”, Pietro risponde: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (6, 68-69). È interessante il particolare: i discepoli, che pure avevano iniziato a credere, si allontanano da Gesù; solo i dodici restano. Perché? Perché loro non solo credono ma hanno anche “conosciuto”, sanno chi è Gesù, hanno sperimentato la bellezza dello stare con Gesù, hanno le ragioni che giustificano il loro rimanere. Lo ribadisce sempre Pietro anche nella prima lettura che abbiamo ascoltato, là dove chiede ai cristiani di essere “pronti sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza” che è in loro (1 Pt 3, 15). La vera fede, quella che resiste, è sempre arricchita dalle ragioni che la sostengono.

Questa è stata la preoccupazione principale di Claudia: conoscere e far conoscere la fede cristiana; approfondire e presentare le ragioni che la rendono bella per la nostra vita. 

Ma Claudia ha fatto tutto questo con grande “dolcezza e rispetto”, come chiede ancora l’apostolo Pietro nella prima lettura (1 Pt 3, 16). Lo ha fatto prima di tutto in famiglia: con i figli, i nipoti e particolarmente col marito Fulvio, di cui si è innamorata giovanissima e che confessa essere stato colpito soprattutto dalla sua dolcezza. Lo ha fatto nella sua comunità cristiana: attraverso il catechismo dei ragazzi e degli adulti che sapeva affascinare; attraverso l’aiuto ai piccoli più poveri e disadattati; attraverso i meravigliosi articoli su “La Badia”, apprezzati da tutti per la loro brevità, chiarezza e incisività; attraverso anche la sua partecipazione fedele ed entusiasta alla corale, un modo particolarmente efficace per mostrare la bellezza ed il fascino della fede.

In conclusione Claudia ha creduto e conosciuto, ha creduto e fatto conoscere, con dolcezza e rispetto,  che davvero Gesù ha parole che fanno vivere. Ella ha mangiato quel pane che è la carne di Gesù per la vita del mondo, non solo perché si è cibata della comunione eucaristica, ma anche perché ha assimilato lo stile del darsi di Cristo perché il mondo, credendo, viva. Si compia allora per lei la promessa di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).  

Sono qui con voi nel nome del Signore

Ecco carissimi,

Anzitutto desidero salutarvi di vero cuore e desidero anche ringraziarvi per il fatto che, per appartenenza alle parrocchie o per amicizia, di fatto siamo qui tutti a pregare e quest’oggi siete qui a pregare soprattutto per me. Di questo vi ringrazio. Per il fatto che come ci diceva la prima lettura, la preghiera del povero attraversa le nubi e non si quieta finché non sia arrivata a destinazione. Per questo vi dico grazie e vi invito a continuare a pregare e a farlo con l’atteggiamento tipico dell’umile e del povero, perché è questo che piace a Dio ed è questo che fa sì che la nostra preghiera giunga più facilmente al cuore di Dio, così come ci ha fatto capire il testo del vangelo che abbiamo appena ascoltato.

Permettete però che in modo particolare mi rivolga ai fedeli delle parrocchie che mi sono affidate: alla parrocchia di Leno, di Milzanello e di Porzano. Carissimi parrocchiani, ecco che vengo a voi profondamente cosciente della mia debolezza, della mia povertà, della mia fragilità, anzi anche del mio peccato. La debolezza e la povertà si capiscono pensando anche semplicemente all’età che mi porto dietro. Dicevano gli antichi che “la vecchiaia è già di per se stessa una malattia”. Ecco quindi che ho diversi acciacchi, che fanno parte della mia età. Così come vi sarete accorti che la mia voce è piuttosto fragile, insicura, debole.

Ho poca memoria e potrei continuare con tutti i difetti che ho, ma lascio a voi la possibilità di scoprirli un po’ alla volta. Sta di fatto che vengo a voi cosciente della mia debolezza, povertà e fragilità. E proprio per questo, così come il pubblicano al tempio che chiedeva a Dio “abbi pietà di me”, io chiedo anche a voi:

Abbiate pietà di me

Che la vostra preghiera sia sempre anche una richiesta a Dio che abbia pietà di me, della mia fragilità, dei miei peccati e nonostante questo continui ad aiutarmi e a sostenermi. Nello stesso tempo, però, vi devo dire con molta schiettezza che vengo a voi carico di fiducia. Vengo a voi con il cuore pacato e sereno, perché vengo a voi nel nome del Signore. Il fatto di aver detto di sì al Vescovo, dietro alla sua insistenza e alla sua perorazione, mi ha dato pace perché io sono profondamente convinto che dietro alla richiesta esplicita, sollecita e ripetuta del Vescovo si nasconda la volontà di Dio. E diceva già Dante Alighieri che “nella sua volontà, è la nostra pace”.

Ecco per questo mi potete cogliere, nonostante la preoccupazione e l’ansia inevitabile, in uno stato di pace e serenità perché sono convinto che con questa decisione non ho fatto altro che rispondere alla volontà di Dio.

Quindi sono qui con voi nel nome del Signore

Non sono qui perché l’ho voluto io, ma nel nome del Signore. Per questo ripeto quanto ho detto all’inizio: continuate a pregare per me, continuate a pregare perché al termine del mio servizio in mezzo a voi io posso dire come diceva l’apostolo Paolo nella seconda lettura “il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza perché io potessi portare a compimento l’annuncio del vangelo”. E allora ecco che al termine di questo servizio, quando piacerà a Dio, insieme, potremo benedire il Signore. Ancora grazie, abbiate pazienza e abbiate misericordia e continuate ad accompagnarmi. 

Amiamo con tutte le forze il Padre celeste

Carissimi parrocchiani di Leno, Milzanello e Porzano

Il vescovo Pierantonio mi ha chiesto di venire a guidare come parroco le vostre comunità. Cosciente dei miei limiti (non ultimo l’età piuttosto avanzata), ho cercato di fargli cambiare parere, ma, vista la sua insistenza, gli ho detto di sì, perché penso che uno diventi prete non per fare ciò che vuole lui o piace a lui.

Dopo aver detto di sì, sono stato confortato dalla scoperta di  queste espressioni  scritte ad un suo confratello da parte di Padre Massimiliano Kolbe, il francescano polacco morto nel 1941 nel campo di concentramento di Auschwitz in sostituzione volontaria di un papà di famiglia:

Dio, scienza e sapienza infinita, che conosce perfettamente quello che dobbiamo fare per aumentare la sua gloria, manifesta normalmente la sua volontà mediante i suoi rappresentanti sulla terra. L’obbedienza, ed essa sola, è quella che ci manifesta  con certezza la divina volontà. È vero che il superiore può errare, ma chi obbedisce non sbaglia. L’unica eccezione si verifica quando il superiore comanda qualcosa che chiaramente, anche in cose minime, va contro la legge divina. In questo caso egli non è più interprete della volontà di Dio… Amiamo dunque, fratelli, con tutte le forze il Padre celeste pieno di amore per noi; e la prova della nostra perfetta carità sia l’obbedienza, da esercitare soprattutto quando ci chiede  di sacrificare la nostra volontà. Infatti non conosciamo altro libro più sublime che Gesù Cristo crocifisso, per progredire nell’amore di Dio.

Confortato anche da queste parole, sono sereno; anzi, sono contento di venire, perché vengo a voi nel nome del Signore. Lui farà quello che le mie forze non sono in grado di fare.

Pregate per me.

Insieme a voi – in comunione con gli altri sacerdoti e con la collaborazione dei vari consigli parrocchiali – mi accingo a percorrere l’ultimo tratto di strada che il Signore vorrà concedermi. Insieme, nel nome del Signore, possiamo fare ancora cose belle e meravigliose. A presto.

Don Renato Tononi