Debitori dell’Amore vicendevole

XXIV domenica del Tempo Ordinario. Es 32, 7-11.13-14; 1 Tm 1, 12-17; Lc 15, 1-32. Saluto alle Comunità di Leno, Milzanello e Porzano

I testi delle Sacre Scritture che abbiamo ascoltato ci invitano a cantare “le misericordie del Signore”, cioè le “magnalia Dei”: le meravigliose opere di Dio per l’umanità. Esse sono doni gratuiti e meravigliosi, che non troviamo nella nostra povera umanità, fino a quando questa non viene incontrata da Gesù; sono doni offerti per essere donati.

Per prenderne coscienza ed accoglierli è necessario metterci in ascolto della Parola, che è Gesù, Parola del Padre.

La nostra tentazione, come quella di Israele, di Saulo, degli scribi e farisei, non è tanto quella del rinnegamento di Dio, quanto piuttosto di stravolgere il nostro atteggiamento nei suoi confronti, passando dal rapportarci a Lui per servirlo al rapportarci a Lui per servircene: è questo il vero significato del vitello d’oro. Costruirsi un dio che si accontenta del culto dell’uomo e si piega alla sua volontà.

Intendendo così Dio, l’uomo non potrà mai cogliere, apprezzare, contemplare e cantare le misericordie del Signore; perché Lui, per amore e fedeltà a se stesso e all’umanità da lui creata, non si piega alla volontà dell’uomo. Così l’uomo, rimanendo in quell’atteggiamento di rivalsa nei confronti di Dio, rimane ripiegato su se stesso e non riesce ad alzare lo sguardo, la mente ed il cuore per cogliere il Bello che ci abita e ci attornia (Dio) e le persone e le cose belle che, come fiori meravigliosi e profumati, abitano la nostra persona, la nostra società e rallegrano il giardino del mondo, fatto di persone e cose meravigliose, create da Dio per la gioia dei suoi figli.

Mi piace, terminando il mio mandato in queste nostre tre comunità, alzare lo sguardo e osservare dal punto di vista della Parola ascoltata, questa piccola porzione di giardino del mondo, che è Leno e, insieme con voi, ringraziare Dio per i frutti succulenti e i fiori profumati, da Lui fatti sbocciare in questi anni, assaporarli e respirarne il profumo.

Vedo e contemplo innanzitutto il bagliore della luce divina che, illuminando, mostra ogni cosa nel suo profondo significato, la fa conoscere per ciò che è e da rilievo ad ogni volto umano, segnato ora dalla gioia, ora dal dolore e poi dalla preoccupazione o dalla tristezza e, ancora, dalla fatica, dall’attesa e, finalmente, dalla speranza, che nuovamente ridona gioia. Rivedo così, con lo  sguardo di tenerezza ed d’amore di Dio, tutti i volti che ho incontrato in questi anni e rimango ammirato per l’opera di Dio che riporta sempre e tutto allo splendore della vita come Lui ce l’ha donata.

Ecco, dunque, le sue opere.

La sua manifestazione nel Mistero celebrato nella liturgia con tutta la comunità, soprattutto quando è riunita per l’Eucaristia domenicale: quanti volti, quante persone impegnate a rendere belle le nostre celebrazioni, affinché in esse possa manifestarsi Colui che è “il più bello tra i figli dell’uomo”, come afferma il Salmo 45. Quante volte nelle nostre assemblee liturgiche ci siamo sentiti famiglia e abbiamo espresso la gioia di sentirci fratelli, radunati da Gesù intorno all’unico Padre celeste e riscaldati dall’amore dello Spirito Santo.

Persone semplici con il canto, la musica, la proclamazione della Parola di Dio, la preghiera, il servizio liturgico, la pulizia e la preparazione del tempio …, guidati dalla presidenza del sacerdote, sono state strumento per farci toccare con mano la presenza di Dio!

Non fa forse parte delle “misericordie di Dio”, delle sue meraviglie compiute per la sua Chiesa e, attraverso di essa, per tutta l’umanità rendere efficaci i segni liturgici e riempire della sua presenza l’assemblea radunata nel suo nome? Non sono forse miracoli questi, che si sono ripetuti e si ripetono nelle nostre comunità?

E poi, quanta misericordia offerta e ricevuta da Dio, attraverso le mani del sacerdote nel sacramento del perdono e attraverso le mani e il cuore di tante persone: ho visto adulti piangere di gioia per il perdono ricevuto; giovani mostrare ardimento nel vivere la fede cristiana in una società che la rifiuta; genitori trovare il coraggio di riaccogliere figli che se n’erano andati di casa sbattendo la porta; coppie di sposi ritrovarsi dopo la separazione; figli chiedere perdono ai genitori; bambini riabbracciarsi dopo una lite e godere la gioia del perdono dato o ricevuto … Qualcuno ha veramente imparato che se si fa esperienza della misericordia e del perdono di Dio, si può realmente cambiare il mondo attorno a sé, facendo circolare la Sua misericordia. Allora vien voglia di cantare la gioia di appartenergli.

Sono stato testimone di una dedizione ammirevole di tanti cristiani verso i poveri, gli anziani, gli ammalati, le persone diversamente abili, le famiglie in difficoltà: chi col sostegno morale, chi con quello economico, chi con la vicinanza e donando del tempo, altri con l’accompagnamento spirituale, alcuni con l’impegno educativo, l’aiuto culturale, sanitario lavorativo … Ho conosciuto mogli accettare il “martirio” – non esagero – pur di non tradire la fedeltà al sacramento celebrato … e ho pianto per loro e con loro: un pianto di sofferenza, ma anche di gioia per la forza che lo Spirito ha donato loro.

Tutti col denominatore comune della carità cristiana che è accettazione della sofferenza, gratuità, disinteressata, prolungata nel tempo.

Non è forse una meraviglia tutto questo? E chi, se non Dio, ha suscitato tutto questo bene e ha dato i mezzi per compierlo? “Chi ce l’ha fatto fare” se non Lui?

Per non parlare, poi, dell’attenzione verso i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e le loro famiglie!

Prima che un seme sbocci e diventi un fiore profumato o un frutto succulento ci vuole tempo, luce, caldo, acqua e tanta pazienza. Quante persone ho visto impegnate in un volontariato corresponsabile perché il seme  della giovinezza potesse sbocciare in fiore profumato o in frutto saporito di vera umanità, fecondata dallo Spirito, per diventare a sua volta strumento e sostegno per la maturazione di altri! Quanto amore, quanta dedizione, quanta fatica, quanta perseveranza, quanta speranza, sorretta da una fede in quel Dio che certamente non disattende tanto amore, lo rende fecondo di bene e dà certezza alla nostra speranza.

Quante energie profuse da parte di educatori, catechisti, animatori, genitori e tanti altri giovani e adulti per sostenersi a vicenda  e non cedere alla tentazione della delusione o dello scoraggiamento! Non è forse meraviglioso tutto questo? E Dio ha operato queste meraviglie attraverso di noi, perché abbiamo risposto positivamente alla sua chiamata.

Non posso, a questo punto, non esprimere un grazie sincero e affettuoso ai nostri sacerdoti per il loro impegno, per la loro perseveranza nel rimanere in prima linea, per la loro preparazione, per la condivisione fraterna, soprattutto nella progettazione pastorale e nella preghiera comunitaria settimanale: grazie don Davide, grazie don Renato, grazie don Alberto, grazie don Ciro, vi voglio bene. Grazie anche a don Riccardo e a don Domenico. Insieme con loro non posso dimenticare l’affetto per noi sacerdoti e l’impegno nella testimonianza e nella presenza discreta, ma fruttuosa delle nostre suore: grazie Suor Maria Pia, grazie Suor Graziella, grazie suor Florence; un grazie anche a Suor Laura e a Suor Lidia. 

Desidero esprimere riconoscenza anche ai Consigli pastorali e degli affari economici, volendo ringraziare tutta la comunità, essendone loro i rappresentanti.

E voglio che cogliate un altro aspetto meraviglioso, che io ho osservato: il desiderio di crescere nella conoscenza di Dio per poterlo amare come Lui ci chiede, non solo attraverso il culto, ma secondo una chiamata e un mandato che Egli ogni giorno  ci rinnova. Alcuni giovani e adulti sono stati perseveranti ai momenti sedentari o itineranti di formazione, agli incontri di spiritualità, alla preghiera comunitaria, all’adorazione eucaristica e alla Lectio divina, sperimentando che questa, come dice Gesù a Maria di Betania, “è l’unica cosa necessaria” (Lc 10,42); non perché tutto il fare non serva, ma perché tutto si compie in modo vero e produttivo a partire dall’incontro con Gesù e dall’ascolto della sua parola.

Tutto questo sostenuto da una preghiera perseverante, soprattutto da parte dei malati e degli anziani che, non potendo partecipare fisicamente alla vita della comunità cristiana, hanno offerto la loro sofferenza e la loro preghiera, si sono uniti spiritualmente anche attraverso la radio parrocchiale e “La Badia”, hanno incoraggiato, favorito e sostenuto l’impegno di tutti. E’ vero loro sono i nostri parafulmini. GRAZIE!

Ed ecco che da questo clima ecclesiale di carità, preghiera e sostegno reciproco è sbocciato uno dei fiori più belli: il diaconato e il prossimo presbiterato di Nicola Mossi. E’ un altro splendido dono che Dio fa alla sua Chiesa attraverso la nostra comunità.

Anche l’incontro e la collaborazione con le Istituzioni e le associazioni civili, a partire dall’Amministrazione e dal Consiglio comunale, per arrivare a tutte la Associazioni, non per il colore politico, ma per la loro missione di governo e di animazione a servizio della società, sono stati un dono, che ci ha permesso di testimoniare come a tutti deve stare a cuore il ben comune ed è proprio in tempi difficili, come è il nostro, che è necessario unire le forse e utilizzare ciò che ci accomuna per fare il bene di tutti.

Ora forse qualcuno penserà: nel giardino, insieme al profumo dei fiori, alla dolcezza dei frutti, alla fragranza del verde … ci sono sempre anche odori sgradevoli, erbacce, spine pungenti, frutti amari …

E’ vero! E così è stato e sarà anche nel giardino dissodato dai benedettini nel territorio di Leno. Eppure anche tutto questo, se visto nel contesto della natura, ha un senso e dà significato al lavoro di chi si impegna a tenere pulito e ordinato il giardino.

Così, i momenti di tensione, di dolore, di confronto acceso, di incomprensione … hanno dato e daranno motivo ad un maggior impegno nel cercare di far crescere in questo giardino i fiori e i frutti più belli del perdono, della riconciliazione, della pace, dell’armonia, della comunione, della carità sincera.

E’ ciò che io auguro a tutti, mentre vi ringrazio dal profondo del cuore per questi sei anni tosti, eppure meravigliosi; impegnativi, eppure gioiosi; laboriosi e per questo coerenti con la missione che mi è stata affidata: qui ho celebrato per voi e con voi il Mistero dell’amore di Dio; qui ho condiviso con voi gioie, fatiche e speranze; qui ho offerto insieme con voi l’amore, la cui sorgente è Dio; qui con voi ho gioito, ho sperato, ho pianto, ho sofferto e ho perseverato nella fede. Vi ringrazio delle numerose manifestazioni di affetto che mi avete offerto in questi giorni. Vi chiedo di dimenticare gli scandali che avessi arrecato, la cattiva testimonianza e le eventuali offese: vi chiedo perdono e comprensione. Così desidero assicurare che non mantengo rancori con nessuno, perdono con sincerità di cuore chi mi avesse in qualche modo offeso. 

Ora mi rimane un solo debito, quello dell’amore, come dice S. Paolo: “non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole” (Romani 13, 8). E siccome sono stato amato molto, devo ricambiare molto. Per questo, come gesto di riconoscenza, mi impegno ad aprire le mie labbra e il mio cuore al Signore, come Mosè, ad intercedere per tutti coloro verso i quali sono debitore, chiedendo alla Vergine Maria di sostenermi nella mia intercessione. E voi pregate per me. 

A tutti il grazie più sincero e riconoscente.

Guarda le immagini del saluto:

Saluto a mons. Giovanni Palamini

Giovani, per favore, non invecchiate!

Quando parliamo di “vecchiaia” generalmente ci riferiamo all’età anagrafica delle persone. Allora l’esortazione nel titolo di questo scritto è assurda, perché se si vive è impossibile non invecchiare; oppure è un’esortazione a togliersi la vita prima che arrivi la vecchiaia o, ancora, un augurio a morire prima che giunga la vecchiaia. Niente di tutto questo, naturalmente.

Intendo piuttosto esortare i giovani a rimanere giovani nell’animo, nei sogni, nelle relazioni, nei desideri, nelle mete da raggiungere, negli ideali… Ci sono, infatti, molti anziani – “vecchi” è un po’ dispregiativo! – che nell’animo sono ancora giovani, freschi, moderni, entusiasti, positivi, aperti al futuro, pur coscienti che sarà breve, e hanno imparato ad usare i mezzi moderni per mantenere vivi questi sentimenti… E ci sono giovani stanchi, rassegnati, sfascisti, demoralizzati, senza sogni, senza ideali, allineati, fotocopie gli uni degli altri sia nel parlare, come nel vestire, nelle scelte, nei comportamenti; giovani che già parlano così: “quando io ero giovane… ai miei tempi… non c’è futuro e speranza per noi… nella vita l’importante è avere salute, soldi, divertirsi fin che si può ed essere capaci di farsi rispettare”.

É così che si invecchia velocemente e presto! Perché con questo modo di pensare si va nella direzione di lasciarsi condizionare dalle cose che abbiamo o non abbiamo, dall’invidia e dalla gelosia, dallo sballo per un solo momento di euforia che passa presto e poi ti ripiomba nel tremendo quotidiano. É così che si diventa schiavi del giudizio degli altri, di un allineamento assurdo, della poca stima di stessi, delle cose che abbiamo che occupano il tempo e lo spazio e ci impediscono di rientrare in se stessi e tappano non solo orecchie e occhi, ma anche l’intelligenza e il cuore e impediscono di vivere la libertà per la quale siamo creati e nella quale possiamo vivere autentiche relazioni di amore, di amicizia, di dono. Gli strumenti che la moderna società ci mette nelle mani sono un ottimo aiuto per una vita migliore, ma l’uso che spesso se ne fa impedisce di crescere in umanità e crea grossi problemi relazionali, non solo generazionali, ma anche tra coetanei. Tutto ciò perché non si utilizzano per “servire” l’uomo e la donna nelle loro relazioni e come risposta ai veri bisogni, ma spesso per soffocare il grido di sofferenza che c’è in loro per la paura di affrontare il dolore, il sacrificio, qualche rinuncia e scelte che richiedo coraggio e scommessa su se stessi, senza cogliere che è proprio tutto questo che realizza in pienezza la nostra umanità.

Eppure, i giovani che usano nella direzione della ricerca di sé, dell’Altro e degli altri gli strumenti che abbiamo a disposizione (social e quant’altro) quanta soddisfazione trovano nel loro percorso, quanto guadagno di tempo e di energie, quante fonti di arricchimento intellettuale e spirituale, quanti “indirizzi” di realtà, luoghi, persone, comunità… per farsi aiutare nella loro ricerca, nella costruzione dei propri ideali di vita, nel cammino di soluzione di crisi affettive, spirituali, intellettuali, relazionali, vocazionali, di fede!

Allora sui social è necessario cercare esperienze positive, edificanti, costruttive, maestre di vita. Essi sono come l’albero in mezzo al giardino dell’Eden: segno di libertà. Spetta all’uomo e alla donna decidere: essere liberi dalle illusioni e prendere in mano sul serio la vita, lasciandoci guidare dall’Autore della vita, anche coi mezzi che abbiamo a disposizione; oppure renderci schiavi delle illusioni menzognere che ci prospettano la vita come un gioco, che semplicemente diverte e non richiede nessun impegno da parte di colui o colei che l’ha ricevuta in dono.

Chi accetta la prima proposta trova anche nei nuovi strumenti della tecnica e nella scienza proposte serie e belle per la ricerca personale di fede, vocazionale, professionale, spirituale… ne trova grande giovamento e viene proiettato verso orizzonti sempre più grandi di vita, che impegnano sì la persona, ma la portano verso quelle mete ambite che inizialmente non avevano forme precisa, ma man mano si delineano in modo sempre più preciso e danno quella pace interiore e quella sicurezza che rende l’animo perennemente giovane: è la giovinezza di chi scopre di essere abitato da Dio, che non ha età, perché è Eterno e ci ha fatti per l’eterna giovinezza.

Chi va nella seconda direzione invecchia presto perché consuma velocemente ogni esperienza e in poco si sente stanco, ma mai sazio. E questa distanza tra la stanchezza e l’impossibilità di continuare a “consumare” ciò che il mondo mette a disposizione rende infelice e disperata la persona: sì la rende “vecchia”! Vorrebbe, ma non può più. Desideri inappagati rendono triste e vecchio l’animo umano.

Solo se cerchiamo la Vita che è in noi e la cerchiamo con tutte le nostre forze e tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, il nostro desiderio non andrà deluso, perché la Vita, che è Dio,  si mostra e si offre sempre a chi la cerca e ne sazia la fame, lasciandolo continuamente aperto al nuovo, che è l’eterna giovinezza.

Giovani, abbiamo bisogno che voi cerchiate questa Vita, per insegnare anche a noi adulti ad usare per questo scopo i nuovi strumenti e a non disprezzare mai quanto di buono oggi il mondo ci offre, orientarlo al bene. E, allora, cari giovani, non lasciate che questi strumenti vi rendano schiavi, perché invecchiereste prima di noi. Usateli per ritrovare la vostra libertà, la libertà dei figli di Dio e insegnate anche a noi la strada! Vi prego, giovani, non invecchiate! 

Il bello dell’estate

Quando si avvicina l’estate e le giornate si allungano ci sembra di vivere di più. La luce dà pienezza ai nostri giorni, completezza alle nostre relazioni e pare rendere più chiara ed evidente la verità. Perfino la vita spirituale sembra rifiorire e riscaldarsi insieme alla natura e al calore del sole: quando al mattino ci svegliano i raggi del sole ci par di essere baciati della tenerezza di un Dio che conosciamo come Padre; camminando nella campagna per un po’ di svago e per dare vigore al nostro corpo godiamo della bellezza della natura che ci avvolge con tutti i colori: dall’azzurro al blu del cielo, dal bianco al giallo  della luce, dal rosa all’oro e al rosso del sole… per passare poi al verde della natura, all’oro del frumento, al colore della terra… e, ancora, ai variopinti fiori e frutti. E che dire del canto degli uccelli: il passerotto, la rondine, la gazza ladra, l’upupa, il merlo, la cornacchia, lo stornello, il fringuello… E, poi, ecco il guizzo di una biscia d’acqua, i salti di un leprotto, la corsa di un coniglietto, il canto di un gallo, la risposta di una gallina, il volo di un gabbiano… il saluto di un cucciolo… E, da lontano la vita, del paese: le grida di bambini che giocano, i nomi gridati a voce alta, i rumori della strada, i rintocchi delle ore, il suono delle campane. E qui viene alla mente l’”Ave Maria” di Carducci: 

Ave Maria! La campana squilli
ammonitrice: il campanil risorto
canti di clivo in clivo a la campagna.
Ave Maria!
Quando su l’aure corre
l’umil saluto, i piccioli mortali
scovrono il capo, curvano la fronte
Dante ed Aroldo.

Allora la brezza leggera, il vento che ti accarezza, l’aria che sfiora il viso sembrano segni di una Presenza, autore di tutta questa bellezza, che pare ci dica: “Guarda, ammira, accogli, contempla, stupisci e… loda, ringrazia, gioisci e condividi. E, ancora, ci soccorre la poesia di Carducci:

Una di flauti lenta melodia
passa invisibil fra la terra e il cielo:
spiriti forse che furon, che sono
e che saranno?
Un oblio lene de la faticosa
vita, un pensoso sospirar quïete,
una soave volontà di pianto
l’anime invade.
Taccion le fiere e gli uomini e le cose,
roseo ’l tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondeggianti
Ave Maria.

Tutto questo apre l’animo alla contemplazione e alla preghiera e ci prepara al ritorno nel contesto umano con uno spirito nuovo: quella luce, quel canto, quello spazio, quei colori, quelle voci, quei suoni, quel vento, quegli incontri… tutto rimanda a quella Presenza che tutto ha creato e che tutto ha offerto all’uomo: quella Presenza è Dio e si chiama Padre, che ci ha donato suo Figlio Gesù e lo Spirito dell’amore. E’ Lui che ha messo nelle mani dell’uomo questo meraviglioso creato perché possiamo curarlo come dono prezioso, onde possa sempre parlarci di Lui e la nostra cura sia una delle  espressioni dell’uomo per dire il nostro grazie e il nostro amore a Colui che “ci ha amati per primo”.

Sì, l’estate con la sua luce, il suo splendore, il suo calore e i tempi di riposo che ci concede, può diventare il tempo per rinsaldare i nostri legami con Dio e con i fratelli; per riscaldare il nostro cuore e renderlo sempre più sensibile verso i bisogni del prossimo e del creato che Dio ci ha affidato. Può essere il tempo e l’occasione per ricordarci che, come abbiamo il dovere di curare la nostra vita fisica, il nostro corpo, la nostra bellezza, così dobbiamo dare un senso a questa cura riconoscendo che siamo opera di Dio, insieme a tutto il creato, e solo se riconosciamo questa verità e impareremo a sentirci parte del creato e a curarlo come curiamo e desideriamo essere curati noi stessi.

Sovvenire alle necessità della Chiesa, secondo le proprie possibilità

Fino ad ora, tranne una breve parentesi per il restauro dei lampadari, non ho affrontato l’aspetto economico della gestione della nostra parrocchia. Scusate se ora mi permetto di introdurre questo argomento, perché anche la gestione del patrimonio di immobili e mobili della parrocchia fa parte dei miei doveri di parroco. 

Nel giuramento che ogni parroco fa nelle mani del Vicario Generale della Diocesi prima di fare l’ingresso in parrocchia, tenendo la mano destra sulla Bibbia, tra le altre cose promette: “ … come stabilito dal can. 1283, §1 del Codice di Diritto Canonico, prometto con giuramento di svolgere onestamente, fedelmente e con animo pastorale le funzioni amministrative inerenti ai beni e agli affari economici dell’ente di cui divengo titolare”.

Come si può capire, nella vita di una comunità cristiana – in quanto ogni cristiano è “cittadino di questo mondo” – hanno la loro rilevanza anche gli aspetti sociali, economici, culturali e giuridici. Essi, naturalmente, vanno gestiti e vissuti alla luce del Vangelo e delle indicazioni della Chiesa. 

Tra le opere di carità che la Chiesa ancora indica al cristiano come risposta evangelica al suo contributo alla vita comunitaria, una recita così:  “Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa, secondo le proprie possibilità”.

La prima comunità cristiana, viveva con intensità questo aspetto e chi aveva la possibilità condivideva i suoi beni e deponeva ai piedi degli Apostoli il proprio contributo materiale per sostenere i poveri, le attività di evangelizzazione e pastorali della Chiesa (cfr At 2,42-47; 4, 32-35; 5, 12-16).

Ora, le caratteristiche della prima comunità cristiana, anche se vissute in modalità nuove, permangono anche nella Chiesa di oggi. Ogni cristiano sente il dovere di sostenere la Chiesa, partendo dalla comunità in cui vive, perché possa svolgere adeguatamente il suo servizio liturgico, di carità, di evangelizzazione e di contributo attivo alla vita della società. Per questo anche le strutture che la parrocchia possiede e che servono per rispondere meglio alla vita cristiana, al culto e alla formazione dei suoi membri vanno tenute e amministrate con diligenza; tanto più che sono frutto di lavoro, condivisione e segno di una fede vissuta e trasmessa dai nostri avi, ai quali dobbiamo gratitudine e riconoscenza.

Tanti di noi hanno sentito i racconti dei loro nonni o dei loro genitori, circa l’impegno profuso – in tempi di vera povertà – per costruire o rinnovare e mantenere la chiesa, l’oratorio, la casa delle suore e tutti gli altri ambienti di proprietà. Hanno aguzzato ingegno e fantasia per reperire i mezzi in modo che non mancasse niente allo scorrere della vita cristiana nella ferialità e nelle feste. E ancora oggi riecheggia l’orgoglio per una bella chiesa, un oratorio dignitoso e tutte le altre strutture, che sono segno della presenza di una comunità viva.

Io voglio ringraziare dal profondo del cuore tutti coloro che hanno a cuore e sostengono concretamente, con la loro generosità il mantenimento delle strutture della nostra parrocchia. 

A volte incontro persone che ritiengono “dovuto” ogni servizio che la parrocchia offre; e, in realtà non è stabilita nessuna quota: questo per dare ad ognuno la libertà di “sovvenire alle necessità della Chiesa secondo le proprie possibilità” e non mettere a disagio coloro che non potessero dare quanto potrebbe essere richiesto.  Il desiderio, però, è anche quello di far crescere una coscienza viva del dovere che ogni cristiano ha di contribuire veramente secondo le proprie possibilità e non di sentirsi libero di compiere o no questo “dovere”. Anche perché tutto torna a vantaggio di tutti. Ciò che viene offerto nelle varie occasioni, infatti, solo in minima parte viene utilizzato per lo stipendio dei sacerdoti. Ad esempio, su un bilancio annuo di circa € 700.000,00 (anno 2018), solo € 33.000,00 sono utilizzati per il compenso ai sei sacerdoti che fanno servizio nella nostra parrocchia, uno dei quali, per sua volontà, lo fa gratuitamente. Tutto il resto è utilizzato per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture, il pagamento delle utenze (energia elettrica, metano, acqua, telefono, ecc.), per la liturgia (sacrista, sacerdoti forestieri per la predicazione e la confessione, cera, particole e ostie, vino per la messa, fiori, restauro arredi sacri, manutenzione organo, ecc.), per la formazione dei ragazzi/giovani e degli adulti (catechismo, genitori ICFR, ecc.), per le assicurazioni (circa €. 10.000,00 annui), per la carità e le missioni (più di € 25.000,00 senza considerare l’attività della “menonera”), per la formazione (relatori vari), per le tasse e imposte varie, per la pulizia degli ambienti, ecc.

Quando in parrocchia si svolge un’attività a favore della comunità quante persone, sussidi, tempo, strumenti e ambienti mette a disposizione: “deve” farlo, è suo compito! Ma, per favore, aiutateci a farlo con serenità attraverso un perseverante, generoso e doveroso contributo economico; certo, SECONDO LE VOSTRE POSSIBILITÀ, ma, per favore, sentitelo come un DOVERE, derivante dalla vostra appartenenza alla comunità cristiana!

La parrocchia di Leno non ha altre entrate se non le offerte liberali dei suoi fedeli; quindi tutte entrate “incerte”, che dipendono dalla sensibilità e dalla generosità dei fedeli che, durante la Messa a cui partecipano, o in occasioni particolari (battesimi, matrimoni, anniversari, prima comunione e cresima, funerali, Natale, Pasqua, una guarigione, o altri eventi), esercitano la loro corresponsabilità per l’impegno economico della parrocchia, facendo un’offerta.

Non aspettate solo le occasioni straordinarie. L’offertorio della Messa domenicale chiede la partecipazione attiva dell’uomo all’offerta del pane e del vino. Ecco perché alcuni membri della comunità cristiana passano a raccogliere le offerte: chi dona pone un segno concreto di partecipazione all’offerta di Gesù che, come pane, si spezza per la fame di ogni uomo. Ora, quelle offerte che vengono raccolte saranno impiegate per la “fame” della comunità; la fame delle persone, ma anche la fame degli ambienti che le persone utilizzano per crescere come autentici cristiani e imparare a condividere, come pane spezzato, quello che ognuno è ed ha. Inoltre quelle offerte verranno incontro anche alla fame di altri uomini, che sono pure nostri fratelli, vivono lontano da noi, ma, come noi, son amati dal Signore. Anche fare un’offerta in denaro con amore significa essere “pane spezzato” per la fame dei fratelli.

Sarebbe bello insegnare anche ai ragazzi il gesto di mettere un’offerta nel cesto all’offertorio della Messa: basta poco. Ricordate la vedova al tempio che ha offerto due monetine? Gesù l’ha apprezzata non tanto per la quantità, ma per le generosità d’animo e perché si è sentita in “dovere” di fare la sua, seppur piccola, parte per il tempio del Signore.

Alcuni interventi necessari

Ora,come parrocchia, abbiamo bisogno di affrontare alcuni interventi per la manutenzione dei nostri ambienti: 

  • la chiesa di S. Michele: abbiamo vinto l’umidità, installando due centraline che invertono l’umidità dell’acqua. Ora stiamo sostituendo termoventilatore, che non è sufficiente a riscaldare la chiesa e non può rimanere acceso durante gli incontri, in quanto troppo rumoroso. Abbiamo levato il pavimento e verrà posato un riscaldamento elettrico sotto la nuova pavimentazione di cotto antico. Inoltre stiamo provvedendo a rimuovere l’intonaco ammalo rato, per sostituirlo con uno nuovo poroso, adeguato a resistere all’umidità. Inoltre verrà sistemato il tetto dell’abside, in quanto ci sono parecchie infiltrazioni di acqua. Il preventivo è di circa € 62.000,00
  • La chiesa parrocchiale: con l’evento atmosferico dell’11 maggio scorso si sono aggravate alcune criticità che già c’erano e se ne sono aggiunte altre: tre puntoni di capriate hanno bisogno di intervento, alcune onduline si sono mosse e con loro i coppi sovrastanti, i ferma coppi e l’impianto antivolatili, le vetrate sono state lesionate, un abbaino è volato via, ci sono infiltrazioni di acqua. Inoltre i muri di basamento assorbono molta umidità che rovina anche i marmi degli altari laterali.

Ci sarebbe, poi, da ritinteggiare tutto l’interno della chiesa.

  • L’oratorio S. Luigi: dopo una verifica tecnica, ha bisogno di un grossi intervento riguardante la staticità e l’antisismica. Interventi in parte già preventivati e con copertura economica.

Queste problematiche riguardano tutta la comunità. Faccio appello e confido nella responsabilità e nella generosità di tutti.

Come sostenere ed aiutare la nostra Parrocchia

La parrocchia di leno non possiede proprietá da cui possa ricavare entrate fisse. Per sostenere le spese di manutenzione degli ambienti, delle utenze, di contribuzione ai sacerdoti e agli altri collaboratori, per compiere progetti di evangelizzazione e di formazione puó confidare solo sulle offerte liberali dei fedeli, che, per i soggetti d’impresa, sono deducibili (elemosine, offerte in occasione dei battesimi, cresime – prime comunioni, matrimoni, funerali, anniversari di matrimonio, feste di classe, messe… e altre occasioni significative della vita personale, famigliare, di gruppo, dell’ azienda…).

Si può disporre di un lascito testamentario, nel qual caso occorre specificare con precisione ciò che si lascia e l’intestazione esatta: Parrocchia Santi Pietro e Paolo in Leno. Se si vuole fare un’offerta in denaro, si può versare direttamente sul conto corrente, di cui offriamo le coordinate bancarie (IBAN):

Per la Parrocchia:
Parrocchia Santi Pietro e Paolo
IT75T0834054632000000000732

Per l’Oratorio S. Luigi:
Parrocchia Santi Pietro e Paolo
IT33T0834054632000000010509

Battezzati per vivere la vita nuova da risorti

Nella seconda domenica di quaresima la liturgia ci ha proposto il meraviglioso brano della trasfigurazione di Gesù. Una visione mozzafiato, tanto che i tre apostoli presenti rimangono confusi, “imbambolati” diremmo noi: “troppo bello per essere vero!”; e non sanno cosa pensare, cosa dire, cosa fare. Pietro azzarda una proposta, ma “non sapeva quel che diceva”, commenta l’evangelista Luca. Eppure quello che vedono è la verità “più vera” di ciò che attende ogni uomo che voglia seguire Gesù: è la vita nella luce di Gesù, dove il bene, il vero, il bello risplendono per sempre… per l’eternità; e nessuno può più sciupare niente di ciò che Gesù ha toccato col suo amore oblativo.

Gesù vuole rendere certi, non solo i tre apostoli che ha condotto con sé sul monte, ma ogni uomo che voglia credere nel suo Vangelo e porre la sua fiducia in Gesù, figlio di Dio e figlio dell’uomo, che tutti sono chiamati a condividere quella “bellezza eterna”.

L’evangelista Luca afferma che Mosè ed Elia, apparsi accanto a Gesù, parlano del “suo esodo che doveva compiere a Gerusalemme”. Vuol dire che l’attuarsi della verità di quella visione paradisiaca richiede un cammino di “uscita” – esodo, appunto – nel quale non si possono saltare le tappe. Gesù si è immerso completamente nella nostra umanità – lo stesso suo battesimo nel Giordano ne è segno –, ma non si è lasciato avvelenare dalle acque malefiche del peccato in cui sguazzava l’umanità. Ha attirato su dì sé tutto il male e il peccato del mondo, ha effuso il suo profumo di vita attraverso l’amore che bagna, lava, piega, sana, sostiene, raddrizza, scalda, risuscita … confondendo così l’odore di morte che il maligno ha diffuso nel mondo. Ha inebriato il principe di questo mondo, consegnandosi alla morte, illudendolo così di vittoria. La morte di Gesù, in realtà, non è altro che il risultato di quel cammino di abbassamento che segna lo stile di Dio, che è umiltà, benevolenza, pazienza, amore oblativo … capace di sconfiggere anche la morte, in quanto la vera vita appartiene a coloro che la sanno donare per amore. Vince veramente non chi fa morire l’altro, ma chi lo fa vivere, perché così dimostra di amare la vita; e solo chi ama la vita può vivere veramente. E la vita è una: è Dio! Chi combatte contro la vita di qualcuno combatte contro Dio, in quanto ogni vita è sua. 

Illudendosi di avere vinto, il maligno ha cantato vittoria, ma Gesù al terzo giorno si mostra vivo e annuncia che la sua vittoria è per la vita degli uomini, mostrando così la verità di tutto quanto ha detto, fatto e vissuto. Da allora l’uomo conosce la via della vita e sa che passa anche attraverso la sofferenza, la malattia, il dolore, la lotta, la solitudine, la tentazione, la prova, la morte … ma sa che tutto questo è un “esodo”: un “uscire” gradualmente dagli acquitrini del male, del peccato e della morte per giungere alla vita nuova, di cui già è reso partecipe nel battesimo, ma che viene sempre avversata da colui che vorrebbe la rivincita sul Dio della vita, pur sapendo che la vittoria di Gesù è definitiva.

Ecco perché noi non dobbiamo avere paura! Piuttosto, ritorniamo spesso alle fonti della grazia – i sacramenti e la parola di Dio, offerti dalla Chiesa – che rinnovano in noi la vita ricevuta nel battesimo, e ci troveremo su quel monte a contemplare Gesù risorto, vivente, che ci mostra i segni della crocifissione e della morte per dirci che la risurrezione e la vita anche per noi sono il risultato dell’accettazione della volontà del Padre, in ogni momento e situazione, nel segno di quel battesimo che ci ha fatti figli suoi nell’Unigenito Figlio Gesù. Allora sentiremo risuonare nel nostro cuore l’Alleluia pasquale anche nei momenti più tristi e bui della nostra esistenza, pur se la nostra bocca non riuscisse ad esprimerlo, ma il nostro spirito si unirà al canto della Chiesa che, non solo a Pasqua, ma ogni domenica e ogni giorno celebra nella Messa la pasqua di Gesù e la nostra pasqua e canta l’Alleluia pasquale. 

Ritorniamo al Battesimo e ci troveremo sempre a fare Pasqua.

A nome di tutti i sacerdoti e delle suore, a tutte le famiglie e ad ogni singola persona l’augurio più sincero di riscoprire il proprio battesimo come fonte di ogni grazia per la vita, accompagnati da Cristo Risorto e Vivente in mezzo a noi e dentro di noi. BUONA PASQUA.

Dal cuore squarciato del tuo Figlio hai fatto scaturire per noi il dono nuziale del Battesimo

Nel racconto della Passione secondo il Vangelo di Giovanni ascoltiamo un passaggio significativo, che i padri della Chiesa hanno sempre letto con riferimento al Battesimo e all’Eucaristia: “uno dei soldati con una lancia gli (il riferimento è a Gesù crocifisso e morto) colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua”  (Gv 19,34). Nel commento a questo testo la Bibbia di Gerusalemme afferma che “il sangue (cfr le note a Lv 1,5 e a Es 24,8) attesta la realtà del sacrificio dell’agnello offerto per la salvezza del mondo (“il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”: Gv 6,51b), e l’acqua, simbolo dello Spirito, la sua fecondità spirituale. Per questo molti Padri hanno visto nell’acqua il simbolo del battesimo, nel sangue quello dell’Eucaristia e in questi due sacramenti il segno della Chiesa, nuova Eva”, nata dal costato aperto di Cristo, nuovo Adamo (cfr Ef 5,23-32): da qui l’umanità nuova. 

Ecco, dunque, da dove deriva al battesimo la capacità di generare figli di Dio: dal sacrificio di Cristo sulla croce. Egli, dice sempre il vangelo secondo Giovanni, “chinato il capo, consegnò lo Spirito” (19,30b) e, subito dopo, ecco l’acqua che esce dal suo cuore, come segno della fecondità dello Spirito, cioè della sua capacità di generare creature nuove, figli di Dio. E’ il soffio vitale che Gesù lascia nel mondo, mentre la sua vita riprende la forma divina, in modo che la sua offerta sia un dono perenne di vita per tutti gli uomini. Una vita che non si annulla nella morte, ma, passando attraverso la morte, si rigenera fin quando sia introdotta nella definitività della vita divina.

E questo è possibile perché “dal cuore squarciato del suo Figlio, il Padre ha fatto scaturire il dono nuziale del Battesimo” (così leggiamo nel prefazio del Battesimo): per un gesto estremo d’amore Gesù ha fatto di noi una cosa sola con Lui, come Lui è una cosa sola con il Padre; come nelle nozze, dove i “due diventano una sola carne”. Così, essendo Gesù una cosa sola con il Padre ed essendosi unito a noi per mezzo della sua incarnazione, che ha il suo sigillo nella morte e risurrezione, ci conduce alla piena comunione con il Padre, attraverso quel patto nuziale che è il sacramento del battesimo.

In quel patto Dio si impegna alla piena fedeltà, alla quale non verrà meno, avendoci dato in pegno il suo stesso figlio e avendo effuso su di noi lo Spirito, che ci rende consapevoli della nostra figliolanza e della paternità di Dio nei nostro confronti e ci dona la capacità di chiamare Dio col nome di Padre.

Ma essere e vivere da figli rimane sempre una nostra libera scelta. Neanche il battesimo, che pure ci dona il germe della santità divina (cioè la possibilità di vivere da “santi”, in quanto figli del “Santo”, in un cammino che ci avvicina sempre più a Lui) costringe la nostra vita. Tocca a noi scegliere ogni giorno se appartenere alla famiglia di Dio, accogliendo i doni di grazia che ogni giorno Dio ci fa, non per legarci a sé in quanto nostro benefattore, ma per offrirci, nella gratuità del suo amore, i mezzi necessari a vivere un cammino di santità, che perfeziona la nostra umanità e la rende sempre più simile a quella di Gesù, l’uomo perfetto, cioè l’uomo pienamente riuscito.

Credo che la quaresima di quest’anno possa essere un ottimo esercizio di conversione, cioè un cammino che ci fa ricomprendere il nostro battesimo come il dono più bello che Dio in Gesù ci ha offerto per dare pienezza alla nostra vita di uomini e di donne, riscoprendolo come dono che apre davanti a noi la via per una vita bella, che conduce alla pienezza della verità dell’uomo, come sublime creatura, nella quale Dio stesso “si compiace”, perché in lei vede riflessa la sua immagine, non più sbiadita, grazie alla perfezione e alla santità del suo Figlio Unigenito, nella quale pure noi ci specchiamo.

“Io sono la via, la verità e la vita” dice Gesù, offrendosi a noi. Nessuno può offrirci di più, nessuno può offrirci tanto, nessuno al mondo può anche solo avvicinarsi ad una simile offerta da fare all’uomo. Allora vale davvero la pena di “vendere tutto” … per fare spazio in noi all’Unico che può darci tutto, perché Lui è Tutto. 

Buon cammino.

Grazie anche a voi di Milzanello

La gratitudine, pur se chi opera secondo lo stile cristiano del servizio a Dio e al prossimo non l’aspetta, quando giunge è sempre gradita e dona gioia e ulteriore motivazione a chi la riceve. Essa non è mai corrispondente al servizio reso, ma è solo segno di gradimento e soddisfazione da parte di chi ha ricevuto un segno di cortesia, di servizio, di attenzione.

Solo la gratitudine di Dio e la sua ricompensa supera di gran lunga lo sforzo compiuto da chi ha reso un servizio a uno dei suoi figli o un atto di culto o di onore a Lui.

Ora, seppur le parole e lo scritto non pareggiano il molto bene ricevuto, desidero esprimere l’immensa gratitudine che porto nel cuore per il cammino fatto insieme con la comunità di S. Michele in Milzanello in questi cinque anni. Quando sono arrivato ho trovato una comunità carica, motivata – per questo devo ringraziare a chi mi ha preceduto. Ora posso dire che queste caratteristiche hanno messo in atto nella parrocchia di Milzanello un moto di purificazione, di confronto e di impegno notevoli, dandole un volto sempre più comunitario e disposto ad affrontare e superare insieme le divergenze, le difficoltà i problemi propri di una comunità piccola, ma eterogenea. Nel cammino abbiamo scoperto la bellezza e la ricchezza della diversità e l’abbiamo rivolta al bene compiuto insieme. La gratitudine è, quindi, rivolta a tutti i membri della comunità: a chi ha potuto partecipare attivamente alla realizzazione dei vari momenti liturgici, di formazione, ricreativi, di sistemazione degli ambienti, di sostegno alle varie manifestazioni; ma anche a coloro che non hanno potuto essere “attivi” in queste situazioni e, però, hanno partecipato da “fruitori”; e pure a coloro che, per vari motivi, non hanno voluto partecipare, ma si sono lasciati interrogare sia dalla loro scelta, sia dalla scelta di coloro che sona stati “attivi” o semplicemente “fruitori”. Io, comunque, ho visto un crescendo di presa di coscienza che, proprio perché la parrocchia è di piccole dimensioni, ha bisogno dell’apporto di tutti perché non perda la sua vitalità e unicità e possa contribuire positivamente a costruire una vera comunione con le altre parrocchie, che hanno comunque bisogno della “figlia più piccola”, non fosse altro che per esercitarsi ad un amore tenero, come quello di un padre o una madre verso la figlia più piccola o, ancora, dei fratelli verso la sorellina più piccola. Del resto ho notato anche un crescere graduale, per verità con un po’ di fatica, verso quella “unità pastorale” che siamo chiamati a costruire, accettando e offrendo collaborazione, partecipazione e confronto nelle varie proposte interparrocchiali. 

Continuiamo così, sempre alla ricerca del meglio, non abbassando mai l’impegno, l’entusiasmo e il coinvolgimento: sempre in nome di quel Gesù che tutti chiama ad un amore vero e autentico, che non ha bisogno di incentivi, perché è un amore gratuito: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi … Da questo conosceranno che siete miei amici”.

Grazie a tutti: coloro che semplicemente, ma con convinzione, partecipano alla messa festiva del sabato o della domenica, ai malati e agli anziani che si uniscono spiritualmente alla nostra preghiera e alla nostra carità, ai catechisti, a tutti i volontari (sacristi, animatori, manutentori, incaricati per la pulizia, per i fiori, per la biancheria …), all’ANSPI, al coro, ai ragazzi che fanno servizio liturgico, ai ministri straordinari della comunione. Grazie alle famiglie che frequentano l’oratorio con i loro bambini. Grazie ai papà, alle mamme, ai nonni/e, ai bambini, agli adolescenti, ai giovani, agli adulti, agli anziani, ai pensionati e a chi lavora, agli agricoltori, agli operai, ai professionisti … a don Ciro, che si è appassionato a questa nostra comunità, alle persone e agli ambienti e cerca di coordinare al meglio tutto; insieme a lui grazie anche alle suore che, pur discretamente, sono presenti anche al cammino di Milzanello e agli altri sacerdoti che si alternano per non far mancare i sacramenti e la Parola di Dio: l’alimento più importante per la nostra vita cristiana. Grazie!

Insieme abbiamo fatto crescere la comunità e, per servirla meglio, abbiamo cercato anche di mantenere al meglio le strutture: abbiamo sistemato il portico nel retro della chiesa, ripristinato il rustico per avere un luogo coperto per la cucina durante le feste, messo a norma i giochi, rifatto il muretto e la rete di recinzione, restaurato la sala per i compleanni, sistemato alcuni infissi, rifatto i servizi igienici e messi a norma, messo a norma la caldaia della chiesa, risanato la stanza dove ora è posto il battistero, installato i nuovi corpi illuminanti in chiesa … E le nostre casse non sono vuote grazie anche all’attività del bar, alle offerte da parte di chi usufruisce dei nostri ambienti (un grazie speciale a chi si dedica alla gestione di queste attività) e alla beneficenza di alcune persone, famiglie e ditte che danno un contributo economico quando si tratta di affrontare opere un po’ più onerose del normale, come quelle che abbiamo elencato.

A nome dei sacerdoti e delle Suore

don Giovanni

Verrà a visitarci dall’alto come sole che sorge

Credo che ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, abbia fatto l’esperienza di alzarsi al mattino presto e recarsi in un luogo un po’ “speciale” per veder sorgere il sole. E’ un’emozione particolare, soprattutto là dove si passa repentinamente dal buio pesto alla luce celestiale, che precede immediatamente il giallo-rosso del sole che sorge. Questa visione dà proprio l’impressione di passare dalla morte alla vita, dal nulla all’esistenza, dalla paura alla gioia, dal turbamento alla pace. Un’esperienza particolare io l’ho vissuta sul monte Sinai. Insieme con alcuni amici sacerdoti, sono salito di notte, al buio, in stile di pellegrinaggio di fede, pregando e meditando l’esperienza di Mosè, descritta nelle Sacre Scritture, mentre sale questo monte per incontrare Dio. 

Un monte desertico, aspro, arido, alto, imponente, che ti mette alla prova … E, mentre tu credi che dopo tanta fatica troverai finalmente Dio, improvvisamente ti accorgi che, nel segno di quel sole, è Dio che trova te, sorgendo furtivamente come il sole, che sorprendentemente si innalza sopra quel monte, pure altissimo e maestoso, mai però quanto quella luce che, apparentemente lontana, ti avvolge con un abbraccio che ti riscalda dopo il freddo della notte; ti ridona forza dopo la fatica della salita; ti ristora dopo il lungo cammino; ti accarezza come fosse una madre; ti dona coraggio dopo la paura del buio che ti impedisce di vedere dove metti i piedi; ti ridona speranza dopo il dubbio di riuscire nell’impresa; dona forma ad ogni cosa che non riuscivi a riconoscere … e avresti voglia di non più staccarti dall’incantevole visione di quella luce e di quanto, vicino e lontano, sotto i tuoi piedi e all’orizzonte, questa luce ti concede di ammirare. Comprendi allora quanto è bello il creato, quanto è bello l’uomo, centro di questo creato e a lui offerto per vivere nella meravigliosa vita che Dio gli ha donato.

Ecco perché fin dai primi secoli (336 d. C.) i cristiani hanno offerto anche al mondo di coloro che adoravano il sole come fosse un dio, l’annuncio del Natale come la possibilità di conoscere quel Dio che ha creato quella meraviglia che è il sole, e hanno fissato la festa della nascita di Gesù proprio nel giorno in cui i “pagani” celebravano il “dies natalis solis invicti” (la festa del solstizio di inverno). Gesù è il vero sole non vinto dalle tenebre. 

Dunque, la festa cristiana del Natale ha voluto collegarsi a simboli, usanze, tradizioni già presenti per rivitalizzarle mediante il significato nuovo che la venuta al mondo di Gesù comportava. “E questo spirito di “rinascita” alla luce e alla vita può essere rivissuto anche oggi: segna l’avvento nel mondo di una nuova luce, capace di dissipare le tenebre che anche oggi ci minacciano, e di una nuova vita inaugurata dalla presenza di Dio tra gli uomini, che può far sentire Dio non come realtà lontana e indifferente, ma vicino e coinvolto con la storia umana”.

Anche oggi Dio, nella persona del Figlio, “viene a visitarci come sole dall’alto” e desidera che noi cristiani aiutiamo gli uomini a comprendere come anche oggi Dio ci offre Gesù come un dono d’amore e un segno che non si impone, ma interpella il cuore. Ecco il perché di un “segno” fragile e debole come “un bambino” . “Ogni bambino chiama in causa la capacità di cura dell’adulto poiché si presenta inevitabilmente sotto i tratti della fragilità umana … Gesù bambino si consegna nelle nostre mani, lasciando che siamo noi a disporre di Lui. Egli, nella storia, ha incontrato mani accoglienti e mani ostili in ogni tratto del suo camminare in mezzo a noi, da Betlemme al Gòlgota, dalla mangiatoia al sepolcro. Il Bambino è segno dell’identità stessa di Dio”.

Il vecchio Simeone al tempio, prendendo tra le braccia questo Bambino, riconoscendo in lui il segno dell’amore di Dio, ebbe ad esclamare: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace … perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza!”.

La nostra fede ci dice che la debolezza di quel Bambino, che morirà crocifisso, è la potenza dell’amore di Dio. E’ la potenza che vince il male, l’odio, la violenza, la vendetta, la morte.

Non lasciamo che il Natale venga “mondanizzato”. Impegniamoci, invece, a cristianizzare i segni “mondani” del Natale, perché anch’essi si trasformino nel richiamo al mistero dell’amore di Dio per ogni uomo. Luci, regali, pranzi, vacanze … tutto diventi segno della festa e della gioia che nascono dal’ingresso di Dio nella storia e dal suo farsi nostra guida e compagno di viaggio nella nostra vita.

A tutti un augurio che sgorga dal cuore dei vostri sacerdoti e delle nostre suore.

Proposta di cammino per l’anno pastorale 2018-2019

Progetto pastorale per l’anno 2018-2019

META: Riscoperta della “vita nello Spirito”, infusa in noi per mezzo del Battesimo, perché possa risplendere in noi la bellezza del volto di Dio, in un autentico cammino di santificazione

MEZZI:

1. Per la riscoperta del Battesimo: 

  • Catechesi “spicciola” all’inizio della messa sul rito del battesimo; e man mano, esporre in chiesa i segni del battesimo con didascalie.
  • Dare risalto al fonte battesimale. 
  • Curare meglio la catechesi battesimale. Costituire il registro dei catecumeni, dove vengono scritti i nomi di coloro per cui viene chiesto il battesimo attraverso una domanda scritta, dove si appongono le motivazioni della scelta. Questa verrà presentata dai genitori portando i loro figli in una domenica stabilita. Con i genitori si stabilisce un itinerario di preparazione, terminato il quale si celebra il battesimo comunitario.
  • Negli anni che vanno dal battesimo all’inizio della catechesi parrocchiale dei bambini si propongono annualmente alcuni incontri per i genitori, i padrini e, dai tre ai sei anni anche per i bambini.
  • Partecipazione comunitaria alla celebrazione dei battesimi, anche quando sono celebrati fuori dalla Messa.
  • Ricordare ogni mese in una messa, i battezzati del mese corrente, invitando le persone ad informarsi sulla data del loro Battesimo
  • Proporre ai ragazzi, dopo il periodo dell’ ICFR, un’esperienza come assistenti di catechismo.
  • Proporre la celebrazione di ricordo del battesimo (per i bambini da 1 anno a 6 anni e loro genitori e padrini)
  • Proporre la  celebrazione per i 18 anni per “restituire il dono”  della fede battesimale; sempre con invito personale.

2. Riprendere a pregare con intensità. 

Da soli: mattino, sera (con un esame di coscienza); in famiglia: prima dei pasti, mattino e sera, nei tempi forti dell’anno liturgico, in momenti significativi (di dolore, di gioia, di scelte, ecc.) della vita famigliare; in comunità: la Messa domenicale e festiva, le proposte di cammino comunitario di preghiera: Lectio Divina, adorazione eucaristica, catechesi, processioni, pellegrinaggi.

Le adorazioni distribuite durante il mese avranno sempre un momento di preghiera comunitaria: lunedì mattina lodi e ufficio delle letture ore 08.30-09.30; il primo giovedì del mese alle ore 09.30; il 12 di ogni mese ore 08.30; il primo venerdì del mese alle ore 20.00; la domenica alle ore 17.30.

3. Imparare il discernimento personale e comunitario.

A livello personale far precedere ad ogni scelta o intervento significativo nella nostra o altrui vita, la preghiera di invocazione allo Spirito Santo, la richiesta di un consiglio a persone cristianamente mature o ai sacerdoti o suore, la richiesta di preghiera ai singoli e alla comunità, la partecipazione frequente alla confessione e alla comunione sacramentale, la guida spirituale, la meditazione personale della parola di Dio.

Come comunità cristiana prima di prendere decisioni, di fare scelte (pastorali, economiche, lavorative, ecc.), di intraprendere progetti… pregare in comunità e personalmente lo Spirito Santo, condividere i pareri in incontri comunitari, imparare ad accettare le decisioni prese e a verificarne il cammino di attuazione.

Chiediamo alla Madonna, madre della Chiesa, di accompagnarci in questo cammino perché possiamo diventare sempre più discepoli di Gesù, forti nella fede, solleciti nella carità e pieni di speranza in un presente abitato dall’amore di Dio e in un futuro che ci attende ricco di doni di grazia e di nostre buone opere. 

Per dire grazie

Desidero introdurre le pagine dedicate alla parrocchia di S. Martino in Porzano – El Corteàss – con un grazie sincero e riconoscente a questa piccola, ma grande comunità. Piccola per dimensione geografica e per numero di abitanti, ma grande per la generosità di cuore, la forza d’impegno, la perseveranza nelle proposte, la collaborazione alla vita della comunità ecclesiale, la capacità di coinvolgimento e di riconciliazione…

In questi cinque anni, sostenuti soprattutto dalla presenza e dal coordinamento amorevole e costante di don Alberto, il volontariato singolo e di gruppo si è consolidato e ampliato. Ogni settore della vita ecclesiale – liturgico, catechistico, ludico, sportivo, ricreativo, culturale, musicale, canoro, aggregativo… – ha dato il meglio di sé per fare in modo che questa “piccola” comunità potesse dimostrare la sua “grandezza” nella capacità di fare comunità, nel conservare e utilizzare al meglio il patrimonio che possiede, nel dimostrare di avere qualcosa di bello, di grande e di originale da donare alla Chiesa e al Paese.

Per suscitare la comunione ha coinvolto famiglie intere con i suoi diversi membri nelle diverse manifestazioni liturgiche (pensiamo a Piero sempre presente, al coro, ai ministranti piccoli e grandi, ai lettori, a coloro che mantengono pulita e ordinata la nostra chiesa, a coloro che preparano e coordinano le processioni, la Via Crucis Vivente, ecc.), catechistiche (è evidente a tutti la disponibilità e l’impegno dei catechisti), devozionali (pensiamo alla devozione alla Madonna della Stalla, alle feste quinquennali, ai rosari nelle famiglie il mese di maggio, alle messe al cimitero, ecc), alle feste patronali (quanta gente coinvolta!), pensiamo al torneo di calcio che richiama gente da ogni dove (quanti volontari mobilita il nostro Tito!), alla briscola che raccoglie persone da tutto il circondario per parecchi mesi all’anno (quanti collaboratori insieme a Manuele!), al GREST (nel quale, insieme a don Alberto, si mobilitano mamme, adolescenti e giovani per servire con amore gratuito i più piccoli), alla festa di mezza estate che dà pieno compimento alle attività estive, al gruppo “non solo mamme” che durante tutto l’anno si impegna a creare occasioni per trovarsi a mantenere l’amicizia lavorando per la parrocchia. E, forse, ho dimenticato qualcuno o qualcosa: sono i più presenti davanti al Signore.

In cinque anni, grazie a questo impegno abbiamo potuto anche riportare alla sua originale bellezza la nostra chiesa parrocchiale: abbiamo rifatto i tetti (il progetto e il denaro quando siamo arrivati don Alberto e io erano già pronti), restaurato l’interno della chiesa, rifatto l’illuminazione, restaurato le tele degli altari laterali e della pala del Moretto (quanto sono belle!). L’impegno economico non è stato indifferente (prossimamente daremo il resoconto di tutto), perciò abbiamo dovuto aprire un fido di € 150.000 con la Banca, programmandone il rientro entro tre anni. Questo termine non è ancora scaduto e, praticamente, noi siamo già rientrati: ci manca solo di pagare metà costo del restauro delle tele. E tutto ciò grazie all’impegno dei volontari delle varie attività e alla generosità dei Porzanesi.

É proprio vero che “l’unità fa la forza”. Tutto questo movimento presente nella nostra parrocchia prima di tutto l’ha resa più famiglia, ha diffuso la carità, ha rigenerato la gioia di partecipare insieme all’incontro festivo dell’eucaristia, il desiderio di conoscere di più il Signore nella catechesi; ma ci ha anche dato il modo di mantenere il tesoro che i nostri avi ci hanno lasciato, perché a nostra volta lo consegniamo bello a chi viene dopo di noi.

Non possiamo negare che nel cammino ci siano stati ed esistano tutt’ora alcune divergenze e qualche malumore, del resto nessuno è perfetto! Ma sono anche queste difficoltà che tengono desta la volontà di confrontarci continuamente col Vangelo di Gesù e tra di noi, per rendere la vita sempre più bella ed imparare a vedere negli altri il volto della santità di Gesù. Così pure, rimane sempre l’impegno nell’insistere sulla partecipazione di  tutti alla Messa domenicale, ma anche questa rimane sempre una meta a cui guardare.

Come non dire grazie, dunque, a tutti i Porzanesi per questa dedizione alla comunità e alla sua crescita? 

Grazie! e che il Signore vi benedica.