Covid: la memoria e il suffragio

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la messa, celebrata in piazza Paolo VI, in ricordo delle persone defunte a causa della pandemia

Nello scenario suggestivo e solenne di questa piazza che si apre davanti al nostro duomo e che con Piazza Loggia costituisce il cuore della città di Brescia, celebriamo questo rito solenne, nel quale desideriamo si fondano insieme la memoria e il suffragio. E io voglio subito ringraziare tutti voi che avete accolto l’invito a condividere questo momento singolare.

In questa piazza si trova oggi rappresentata la nobile anima della terra bresciana, della città e della provincia. Le vostre persone, stimatissimi rappresentanti delle istituzioni, delle amministrazioni locali e delle diverse associazioni, sono testimonianza eloquente del grande senso di umanità che anima il nostro popolo e della comunione che vicendevolmente ci lega. Ci sentiamo parte di una storia di cui abbiamo contribuito a scrivere una pagina non secondaria, ma soprattutto ci sentiamo uniti nell’esperienza di quella umanità che rende ogni persona immensamente grande e che trova la sua espressione più vera nei momenti di maggiore difficoltà.

È questo il senso di ciò che stiamo vivendo: una società che non onora i suoi morti, che non conserva vigile memoria delle sue sofferenze e della generosa risposta che queste sanno suscitare è una povera società, senza radici e senza futuro, perennemente fluttuante alla deriva. Ricordare con affetto commosso chi ci ha lasciato in circostanza dolorose, rendere merito con sincera gratitudine a quanti hanno dato viva testimonianza di dedizione e di coraggio significa compiere quel naturale atto di omaggio che la dignità umana si attende. Il cuore di ognuno di noi ne sente il bisogno.

Alla memoria grata si aggiunge il suffragio. C’è un orizzonte più grande di quello della terra in cui viviamo: è l’orizzonte del cielo che la sovrasta e la abbraccia. La fede dischiude alla vita umana una visione che – se rettamente intesa – permette di coglierne ancora di più la nobiltà e la grandezza. Secondo l’insegnamento della sacre Scritture, l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, destinato a condividere con lui la pienezza della vita. Il senso di Dio apre naturalmente al rispetto per la dignità dell’uomo, offre il fondamento più solido al riconoscimento dell’onore che ogni persona merita: “La gloria di Dio è l’uomo vivente” – ha scritto sant’Ireneo, uno dei grandi padri della Chiesa.

La pagina del Vangelo che la liturgia ci propone in questa domenica e che abbiamo appena ascoltato muove nella stessa direzione. A Pietro che domanda quante volte dovrà perdonare chi lo offende e che arriva a ad immaginare di farlo fino a sette volte, Gesù risponde invece che deve perdonare fino a settanta volte sette. Un perdono, dunque, senza misura e senza condizioni. La reazione immediata di ognuno che ascolta è che la richiesta del Cristo sia impossibile da realizzare: è qualcosa che va al di là delle nostre forze e che ci condannerebbe alla frustrazione. Ci rendiamo tuttavia conto della grandiosità di una simile prospettiva: il perdono senza misura è espressione di un amore che non si ferma davanti a nessun ostacolo e che rimane intatto a anche a fronte del male ricevuto, dell’offesa gratuita, della cattiveria, dell’ingratitudine, della vigliaccheria. Rispondere al male con il male è istintivo: è purtroppo la cosa più facile. Vincere il male con il bene è decisamente più difficile, è scelta sofferta e impegnativa, che tuttavia dice la misura di una coscienza e la sua apertura al mistero della bontà infinita di Dio. “Il Padre vostro che è nei cieli – dice Gesù ai suoi discepoli – fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Dio non fa del bene solo a chi se lo merita, ma fa del bene per riscattare chi fa il male, per sorprenderlo e conquistarlo con la sua bontà. Ecco dunque la prospettiva che viene aperta, il cielo che si dispiega sopra la terra: il mistero santo di Dio offre all’uomo l’orizzonte in cui collocarsi per dare compimento a se stesso. Mistero di grazia per i vivi e mistero di pace e consolazione per i defunti. Al bene offerto da Dio ai vivi va infatti aggiunto il bene da lui offerto ai defunti, cioè il riposo eterno e la luce perpetua, partecipazione definitiva e perenne alla sua beatitudine.

La memoria e il suffragio aprono al futuro, ci spingono a raccogliere l’eredità spirituale che ci giunge dall’esperienza vissuta, in particolare dalle consegne di quanti ci hanno lasciato. Credo che questa eredità consista nell’invito ad un coraggioso rinnovamento della società. Non possiamo semplicemente girare pagina, dimenticare presto un’esperienza dolorosa e imbarazzante, ritornare al più presto ad una normalità che sia semplicemente ciò che si è sempre fatto. La voce che ci viene dai giorni che ci hanno visti sofferenti ma anche più uniti e più decisi nell’aiutare i più deboli, è un appello a cambiare ciò che non più essere accettato come normale. Abbiamo compreso molto più chiaramente quanto sia necessario costruire una socialità che abbia sempre più i tratti di una comunità solidale, attenta ai più deboli, non condizionata dall’ansia di un profitto esagerato e alla fine disumano e dalla logica di un consumo ingordo e cieco; una comunità rispettosa del suo ambiente, non rapace, che mira ad uno sviluppo sostenibile, ispirato da sani principi morali. Abbiamo bisogno di una progettualità sapiente e concreta, che riconosca chiaramente nel bene comune il suo costante obiettivo e si impegni a perseguirlo con intelligenza e determinazione. È questo il nobile compito della politica, che nei giorni della grande sofferenza è risultato ancora più evidente e di cui comprendiamo ora ancora meglio l’importanza.

Una grande lezione di vita ci è giunta dai mesi dolorosi di questa pandemia. Mi sembra di poter dire in coscienza che non ne è mancata la consapevolezza. Si tratta ora di mantenerla viva e di trasformarla in azioni capaci di rinnovare la società. Non possiamo e non dobbiamo semplicemente ritornare al passato. C’è un colpo d’ala che la memoria ci esorta a imprimere al nostro vissuto, per il bene nostro e delle generazioni future.

Il Dio della grazia e della consolazione, cui abbiamo consegnato con fede i nostri morti e a cui noi stessi ci consegniamo come viventi creati a sua immagine, sostenga il nostro proposito e accompagni il nostro cammino. Ci aiuti a dare alla nostra società un volto sempre più umano, unendo i nostri sforzi in un’opera che possa essere guardata con riconoscenza da quanti verranno dopo di noi.

Ci benedica il Signore e ci custodisca.
Faccia risplendere per noi il suo volto e ci faccia grazia.
Il Signore rivolga su di noi il suo volto e ci conceda pace
(Nm 6,24-26).

Tremolada ai novelli: Siate amorevoli

In Piazza Paolo VI il vescovo Pierantonio ha ordinato quattro nuovi sacerdoti bresciani: don Alberto Comini, don Nicola Mossi, don Stefano Pe e don Alessio Torriti. Leggi l’omelia del Vescovo

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

siamo riuniti per celebrare con gioia l’ordinazione presbiterale di quattro nostri giovani, che hanno risposto con generosità alla chiamata di Dio. A loro anzitutto si rivolge il nostro pensiero in questo momento; a loro e ai loro cari, genitori e familiari, si indirizza il nostro affetto e anche la nostra riconoscenza. Attorno a loro ci stringiamo, disponendoci a vivere un momento di grazia, che è segno dell’amore fedele del Cristo risorto per la sua Chiesa e per l’intera umanità.

Non è questa la data in cui normalmente si celebrano le ordinazioni sacerdotali. Circostanze dolorose e drammatiche ci hanno obbligato a posticiparla. Controlli, distanziamenti, mascherine protettive sono i segni tuttora presenti di una situazione non ancora pienamente risolta, che abbiamo dovuto affrontare con coraggio e che ha lasciato ferite profonde. Voi – cari candidati – siete i sacerdoti ordinati nell’anno del grande contagio, di quella pandemia che ha flagellato il mondo e particolarmente le nostre terre bresciane. Siete tuttavia – lo dico con profonda convinzione – uno dei segni con cui la provvidenza di Dio ha risposto al senso di smarrimento e di impotenza che in questi mesi abbiamo tutti provato; siete una preziosa testimonianza della speranza che non viene meno, di una vita che non si spegne ma che ancora di più si alimenta alla sorgente divina dell’amore. La vostra consegna all’amore fedele di Dio ricorda a tutti noi che questa è la strada da percorrere sempre, in particolare quando la sofferenza bussa alla porta o prepotentemente la scardina. La solidarietà generosa e coraggiosa – lo sappiamo bene – è stata infatti e continua ad essere la vera risposta alla sfida del grande contagio. Tante persone si sono dimostrate ancora più attente alle necessità dei più deboli e ancora più disponibili a condividere beni materiali ma soprattutto energie e sentimenti. Una ordinazione sacerdotale si pone decisamente in questa linea, perché risponde alla logica dell’offerta di sé fino al sacrificio e svela la radice divina di ogni testimonianza d’amore fraterno e solidale.

Mi piace leggere in questa prospettiva anche il fatto che la nostra celebrazione avvenga non all’interno della cattedrale ma sul suo sagrato, in questa bella piazza che la città di Brescia ha voluto dedicare a san Paolo VI. Ciò che le circostanze hanno imposto ha forse anche un valore di segno: ci aiuta a comprendere meglio che ogni consacrazione è per il bene della Chiesa ma anche del mondo, che si viene ordinati non per se stessi ma per la missione, per l’annuncio del Vangelo e quindi per la salvezza di tutte le genti.

Nella lettera pastorale che ho da poco consegnato alla diocesi, tentando una rilettura spirituale del tempo di prova che abbiamo dovuto affrontare, ho voluto esprimere una mia profonda convinzione, che cioè dall’esperienza vissuta emerge la necessità di concentrarsi sull’essenziale della vita cristiana, per essere comunità di veri credenti e contribuire con decisione al rinnovamento della società. L’essenziale della vita cristiana – ce lo dice la Parola di Dio – va ricercato nell’amore vissuto e prima ancora accolto. Un amore di risposta che poi diventa comunione fraterna, amicizia sincera e servizio generoso. Sappiamo bene qual è il segno distintivo dei discepoli di Cristo. Le parole del Signore che abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo di Giovanni ce lo hanno chiaramente indicato: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri”. Tuttavia – ce lo dice sempre lo stesso brano del Vangelo – il comandamento dell’amore vicendevole trasmesso da Gesù ai suoi discepoli è preceduto da un suo invito accorato: “Come i Padre ha amato me così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”.

Voi – cari ordinandi – avete scelto proprio questa frase come motto per la vostra ordinazione presbiterale. In effetti questo è il punto cruciale. Qui sta o cade la nostra vita di discepoli del Signore. Occorre anzitutto “rimanere nel suo amore”, prendervi dimora, sentire nel profondo del proprio cuore che “ci ha visitati dall’alto un sole che sorge” e che in questa aurora di redenzione abbiamo sperimentato l’infinta misericordia di Dio. Mantenendoci ancorati a questa ardente benevolenza riusciremo a liberarci dalle strette del nostro selvatico egoismo, tanto duro a morire. Attirati dall’amore del Cristo crocifisso, misteriosamente uniti a lui come i tralci alla vite, siamo infatti entrati nella vita eterna per il Battesimo che abbiamo ricevuto. Occorre però dare a tutto questo l’avvallo della nostra libertà e lottare ogni giorno per “far morire in noi – come ci dice l’apostolo – l’uomo vecchio che si corrompe dietro le passioni ingannatrici”.

Che cosa si chiede dunque oggi anzitutto a un servitore di Cristo, a chi riceve l’ordinazione presbiterale? Si chiede che abbia conosciuto l’amore di Dio non per sentito dire, che abbia fatto personalmente e continui a fare l’esperienza della grazia, che abbia gustato “quanto è buono il Signore” e che perciò possa dire in piena onestà, insieme con Pietro. “Signore, tu sai che ti amo”. Anche voi – cari ordinandi – siete stati amati e scelti per essere testimoni del Vangelo della grazia. Con il Battesimo prima e ora con questa ordinazione presbiterale, venite inseriti con una specifica missione in un disegno provvidenziale. Vi siete votati alla causa della redenzione, grazie alla quale l’umanità ha riguadagnato la speranza ed è stata riscattata da un triste destino. Guardate dunque all’umanità intera con il vivo desiderio di vederla in pace, unita e concorde per la potenza del nome di Gesù. Indirizzate a questo obiettivo tutte le vostre energie, perché questa è la volontà di Dio. Non dimenticate mai che la luce della carità di Cristo è quanto tutti si attenderanno da voi: cercheranno nei vostri gesti e nelle vostre parole le tracce della bontà di Dio e della sua amorevole vicinanza.

Siate dunque uomini di comunione ma sappiate che la comunione deriva dalla grazia di Dio. Fate dunque spazio all’azione dello Spirito nell’intero corso della vostra vita. Siate terreno buono che accoglie la semente feconda della rivelazione di Dio. Lasciatevi costantemente raggiungere nel segreto del cuore dall’amore di Cristo che conquista e trasfigura. Il vostro ministero sarà così la naturale espressione di un amore ultimamente sponsale, la cui essenza rimarrà un segreto tra voi e colui che vi ha chiamato. Vi raccomando in particolare la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia: siano i cardini della vostra vita spirituale e del vostro servizio alla Chiesa. Una preghiera che attinga costantemente alla Parola di Dio e una celebrazione eucaristica sempre accompagnata dal senso del mistero.

Proprio la preghiera e l’Eucaristia vissute nella verità consentiranno alla grazia di Dio di manifestarsi in voi con tutta la sua potenza, al di là di ogni nostra capacità e anche attraverso la nostra debolezza. “Abbiamo un tesoro in vasi di creta” – ci ha ricordato san Paolo nella seconda lettura che è stata proclamata – un tesoro che è la luce di Dio, la gloria splendente della sua santità. Ci è chiesto di lasciarla trasparire in noi, di non ostacolarla, di non mortificarla. “Noi non annunciamo noi stessi – dice sempre san Paolo – ma Cristo Gesù Signore”. Siamo servitori, ambasciatori, araldi, messaggeri che offrono al mondo una ricchezza di cui non sono padroni e di cui non si deve approfittare. Siamo presi a servizio per gioire dei frutti del Vangelo insieme con chi lo accoglierà, senza pretese di ricompense o riconoscimenti mondani, senza tornaconto personale, liberi dalla ricerca del successo personale, del plauso della folla, dalla soddisfazione dei numeri.

Nulla fermerà l’opera della grazia di Dio se questa troverà un cuore che generosamente le si affida. Non temete dunque – cari ordinandi – le vostre fragilità, non vergognatevi della vostra debolezza. La misericordia di Dio è grande e si manifesta in modo ancora più efficace là dove più evidenti sono i nostri limiti. I vasi di creta non impediscono al tesoro di mostrarsi; anzi, rendono ancora più evidente la sua grandezza. Non temete dunque i vostri limiti e nemmeno i vostri sbagli. Temete piuttosto l’incredulità del cuore indurito, le pretese dell’io orgoglioso e avido che cerca in ogni cosa la propria gratificazione. Temete la tendenza a primeggiare, la rivendicazione di potere e la pretesa di avere sempre ragione. Temete il rischio di fare del vostro ministero un piedistallo su cui salire o una nicchia in cui rifugiarsi comodamente. Siate veri servitori del Signore, lasciate risplendere in voi la gloria che è sua e molti ne saranno attratti e vi saranno riconoscenti.

Un ultimo pensiero vorrei condividere con voi, che traggo dalla prima lettura che abbiamo ascoltato. Mosè supplica il Signore suo Dio e domanda aiuto per sostenere il formidabile compito che gli è stato affidato: quello cioè di guidare un popolo che è divenuto numeroso e che domanda di essere costantemente assistito. Il Signore invita Mosè a nominare settanta uomini tra gli anziani di Israele e rivolgendosi al suo fedele servitore dice: “Io toglierò dello spirito che è su di te e lo porrò su di loro e porteranno insieme a te il carico del popolo e tu non lo porterai più da solo”. Mi conforta ascoltare queste parole. Il sentimento di Mosè è infatti anche il mio, chiamato come sono a portare il carico di un popolo numeroso, con il desiderio di non lasciargli mancare quanto è necessario. Questi settanta anziani che ricevono parte dello spirito di Mosè in vista della condivisione del suo compito diventano figura del presbiterio che forma con il vescovo una cosa sola, nella guida della Chiesa di Cristo in cammino nella storia. Di questo presbiterio – cari candidati – voi da oggi entrate a far parte e io sin d’ora vi ringrazio per l’obbedienza che pubblicamente esprimerete nei miei confronti e nei confronti dei miei successori. È un’obbedienza che non va intesa come muta sottomissione ma come sincera condivisione di un mandato che proviene dall’unico vero pastore della Chiesa, cioè il Cristo risorto. Vorrei raccomandarvi questa comunione con me e con tutti i confratelli. Non si è preti in solitaria ma nella comunione del presbiterio diocesano. Là dove sarete mandati vivete dunque la fraternità e l’amicizia con quanti condividono il vostro ministero. Abbiate rispetto e affetto per chi ha sulle spalle un numero maggiore di anni, lasciatevi ammaestrare dalla loro esperienza. Mantenetevi in costante dialogo con tutti. Siate schietti ma prima di tutto amorevoli, liberi da ogni protagonismo e da ogni gelosia. La fraternità presbiterale sia il primo dono da voi offerto alle comunità che vi accoglieranno, perché anch’esse saranno invitate sempre più nei prossimi anni a vivere un’esperienza di comunione all’interno di ciascuna parrocchia e di più parrocchie tra loro. Lo Spirito santo ci sta infatti guidando verso forme sempre più intense di ministerialità e di sinodalità, attraverso le quali risulti ancora più evidente la forma nuova della vita redenta.

Il cammino che si apre davanti a noi, pur segnato da incertezze che non potremmo velocemente annullare, è carico di quella speranza che poggia sulla presenza costante del Dio con noi. “Tutto è possibile a chi crede” – aveva ricordato Gesù a un padre prostrato nel dolore. Questa parola è rivolta oggi anche a noi, soprattutto a voi, cari candidati. Conservate viva la vostra fede e il vostro ministero risplenderà della gloria di Dio.

La madre del Signore, arca della nuova alleanza e stella del mattino, vi custodisca nella fedeltà alla vostra chiamata e vi sostenga nell’esercizio generoso del vostro servizio alla Chiesa e al mondo. Noi vi accompagniamo con la nostra preghiera e il nostro affetto.

Lettera ai fedeli della diocesi di Brescia

Carissimi tutti,

in questi giorni mi ritorna spesso alla mente questa frase del Libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2-3). È la frase che scandisce le sette lettere inviate da Giovanni, l’apostolo profeta, alle sette Chiese dell’Asia a nome del Cristo risorto. Essa suona come un invito a leggere la situazione della propria Chiesa a partire dagli eventi in corso, per capire in che modo assecondare l’azione dello Spirito e dare compimento all’opera di redenzione del Risorto. A questa frase, sempre nella mia mente, se ne affianca un’altra, che viene dal Libro dei Salmi: “L’uomo nella prosperità non intende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). È proprio vero: a volte le condizioni di eccessiva prosperità ci impediscono di comprendere il senso profondo delle cose. L’improvvisa esperienza della precarietà e della debolezza, normalmente accompagnata anche dal dolore, ci apre gli occhi e ci rende più capaci di leggere la realtà.

Stiamo uscendo lentamente da una situazione di emergenza che ci ha letteralmente sconvolto. L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata: qualcosa di simile a quel che provarono i discepoli mentre erano con Gesù sulla barca in mezzo al lago di Galilea e si trovarono d’un tratto in balia di venti e onde spaventosi (cfr. Mc 4,35-41). La vita per noi in queste ultime settimane è totalmente cambiata: ci siamo sentiti improvvisamente fragili, impauriti, insicuri. Soprattutto, abbiamo dovuto contare i nostri morti, tante care persone che abbiamo affidato al Signore senza neanche la possibilità di un saluto da parte dei propri parenti. Quella prosperità cui ci eravamo abituati, d’un colpo è sparita e ci siamo ritrovati a fare i conti con il nostro limite e la nostra impotenza.

E tuttavia questo tempo non è stato infecondo. Abbiamo visto segni consolanti della Provvidenza di Dio: tanta generosità, tanta solidarietà, tanto coraggio, tanto senso di umanità. Abbiamo vissuto un’esperienza di Chiesa diversa ma non meno intensa, una vivacità e creatività che forse non avremmo mai immaginato: una grande vicinanza dei pastori al popolo di Dio, attraverso l’ascolto, il conforto, la preghiera di intercessione, la celebrazione dell’Eucaristia, l’accompagnamento pastorale delle famiglie e in particolare dei ragazzi.

Ora si comincia a respirare e si sente il bisogno di guardare avanti. Si parla di Fase 2 e poi di Fase 3 per indicare un percorso che ci attende, sul quale si dovrà riflettere con molta attenzione. Mi preme a questo riguardo condividere un pensiero che mi sta molto a cuore e che mi viene appunto dalla frase del Libro dell’Apocalisse che ho ricordato. Credo sarebbe un grave errore intendere la cosiddetta Fase 2 come un semplice ritorno alla situazione precedente l’epidemia, mettendo finalmente tra parentesi quanto è accaduto. Prima di rispondere alla domanda: “Come riprendiamo le nostre normali attività?” occorre rispondere a qualche altra domanda molto più importante. Penso sia necessario compiere quella che chiamerei una rilettura spirituale dell’esperienza attraverso una narrazione sapienziale. Un’esigenza anzitutto si impone: raccontarci che cosa abbiamo vissuto e chiederci che cosa il Signore ci ha fatto capire. Queste sono le domande che ci potrebbero aiutare: “Che cosa ci è successo? Che cosa abbiamo visto? Che cosa abbiamo provato? Che cosa ci ha addolorato? Che cosa ci ha consolato? Che cosa abbiamo meglio capito? In una parola, che cosa non potremo e non dovremo dimenticare? Penso in particolare ai sacerdoti, che ringrazio di cuore per quanto stanno facendo, e immagino la risonanza che queste domande hanno su di loro. Sarà importante farla emergere e condividerla.

Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro. La domanda guida sarà: “Che cosa si attende il Signore da noi, alla luce di quanto abbiamo vissuto?”. Come gli abitanti di Gerusalemme che ascoltarono da Pietro il primo annuncio della morte e risurrezione di Gesù, anche noi dobbiamo chiederci: “Se questo è ciò che è accaduto, ora che cosa dobbiamo fare?” (cfr. At 2,37). La nostra preoccupazione non potrà essere semplicemente quella di riprendere al più presto tutto quello che facevamo, ritornando alla cosiddetta normalità. Da più parti si sente dire: “Niente sarà più come prima!”. Per noi questo significa che l’esperienza vissuta in queste settimane ci ha consegnato una lezione di vita, ci ha scosso e ci ha fatto maturare. Dove e come dovrà dunque cambiare il nostro modo di essere Chiesa, di essere presbiterio, e anche il nostro modo di pensare la società? Su cosa dovremo puntare? Che cosa dovremo correggere o comunque ripensare, per corrispondere alla rivelazione di cui lo Spirito ci ha fatto dono attraverso un’esperienza dolorosa ma non assurda e disperata?

Quest’opera di narrazione sapienziale e di discernimento pastorale è quanto io mi sento di chiedere prima di tutto alla nostra Chiesa diocesana. Vorrei che questo avvenisse durante il tempo pasquale, fino alla grande festa di Pentecoste…

Il nostro cammino di Chiesa prosegue nella luce della Pasqua del Signore. In Lui abbiamo confidato in questo tempo di prova e a Lui continuiamo ad affidarci in questo tempo di discernimento. Sia Lui a guidare i nostri passi, nella potenza del suo Spirito. La santa Madre di Dio, che sempre veglia su di noi e per noi intercede, ci accompagni con la sua amorevole tenerezza.

Vi saluto con affetto e su tutti invoco di cuore la benedizione del Signore.

+ Vescovo Pierantonio

Adesso è il tempo delle relazioni

Nella Solennità del Corpus Domini, il discorso alla città pronunciato in Cattedrale dal vescovo Pierantonio Tremolada

“Nella notte in cui fu tradito, Gesù prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi”. Sono le parole che ascoltiamo ogni volta che si celebra l’Eucaristia. Il gesto si ripete in obbedienza al comando del Signore: “Fate questo in memoria di me” e il dono si rinnova. Ai credenti di tutte le generazioni è dato il corpo del Signore. L’Eucaristia che celebriamo, l’Eucaristia che adoriamo, che custodiamo nei nostri tabernacoli e che portiamo per le strade delle nostre città e dei nostri paesi è il corpo del Signore: Corpus Domini!

Dal racconto dei Vangeli veniamo a sapere che Gesù attese il momento della sua ultima cena con i discepoli con grande intensità, proprio per lasciare loro il suo memoriale e consegnare nel nuovo rito liturgico il suo corpo: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione” (Lc 22,15) – leggiamo nel Vangelo secondo Luca. Perché il Signore ha tanto desiderato quel momento e quel gesto? Perché ha voluto donarci il suo corpo nel segno misterioso del pane consacrato?

L’apostolo Paolo ci aiuta a comprendere quando – l’abbiamo ascoltato nella seconda lettura – scrive ai cristiani di Corinto: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 11,16-17). Mangiare l’unico pane spezzato nella celebrazione dell’Eucaristia consente dunque di entrare in comunione con il corpo di Cristo e, in questo modo, di formare in lui un unico corpo.

È questo che desidera il Cristo per noi, stringerci nella comunione con sé oltre i limiti dello spazio e del tempo e fare di noi, della sua Chiesa, dell’intero genere umano l’unica grande famiglia dei figli di Dio. “Che siano una cosa sola come noi lo siamo” – aveva chiesto Gesù al Padre nella preghiera sacerdotale prima della sua passione (cfr. Gv 17,11.21-22). E ancora prima, usando l’immagine suggestiva della vite e dei tralci, aveva raccomandato ai suoi discepoli. “Rimanete e in me ed io in voi” (Gv 15,4), perché trovassero compimento le suggestive parole del salmo: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme” (Sal 133,1).

È donando il suo corpo che il Signore della gloria rende possibile una comunione perenne con lui e tra di noi, perché è tramite il corpo che nell’esperienza umana si entra in relazione gli uni con gli altri. Il corpo umano è dono del Creatore per la relazione e per la comunione, è quella imprescindibile dimensione della soggettività umana che consente a ciascuno di noi di vivere coscientemente e liberamente l’incontro con l’altro e con il mondo. Creati a immagine e somiglianza di Dio, nessuno di noi è pensato come un essere chiuso in se stesso, orgogliosamente autonomo, ripiegato sui suoi bisogni, proteso alla propria egoistica gratificazione. Siamo invece pensati da sempre come soggetti in relazione, aperti ad accogliere il mondo che ci circonda, la terra degli uomini e il cielo di Dio.

Quanto sia importante la relazione tra di noi e quanto sia per noi vitale la reciproca comunione l’abbiamo meglio compreso in questi tre mesi drammatici, nel turbine di una epidemia che ci ha sconvolti. Guardando indietro, siamo ora maggiormente consapevoli del valore che ha il corpo nel nostro vissuto quotidiano. Ce ne siamo resi conto proprio a causa delle limitazioni che abbiamo dovuto subire: ci è stato impedito di stringerci la mano e di scambiarci un abbraccio; abbiamo dovuto e dobbiamo ancora portare una mascherina che ci copre metà del volto; siamo stati invitati a mantenere tra noi le distanze, per non essere un pericolo gli uni per gli altri. Queste restrizioni doverose hanno reso ancor più evidente il bisogno vitale che tutti noi proviamo di entrare in contatto gli uni con gli altri, di farci vicini, di esprimerci e di comunicare. Con un certo imbarazzo ci siamo a volte sorpresi a trattenerci dal compiere gesti che fino a poco tempo fa erano assolutamente spontanei. E tutto questo ora ci manca: sentiamo che questa impossibilità ci impoverisce, ci toglie qualcosa di essenziale.

Ci è ora più chiaro – mi sembra di poter dire – che il nostro corpo ha un suo proprio linguaggio, naturale e istintivo, e che questo linguaggio ci svela una verità tanto semplice quanto profonda: il mondo è molto di più di ciò che si vede e proprio ciò che non si vede è essenziale. I vincoli imposti dall’epidemia ci hanno svelato più chiaramente la dimensione simbolica dell’intera realtà, resa evidente proprio dai gesti che spontaneamente compiamo attraverso il nostro corpo. Una stretta di mano, un abbraccio, un bacio, una carezza, il prendere in braccio o sotto braccio, il caricare sulle spalle, l’avvicinarsi per parlare in confidenza, il consegnare tra le mani un dono: tutto questo rimanda ad una dimensione insieme segreta e profonda della realtà, al mondo interiore di ogni persona ma anche all’esigenza imprescindibile di comunicare con gli altri, di sentirsi accolti e amati.

Grazie al corpo noi trasmettiamo i sentimenti e viviamo le relazioni e così diamo piena espressione alla nostra umanità. Perché in questo sta l’essenziale del vissuto umano: nel sentimento e nella relazione, in ciò che proviamo e in ciò che doniamo. Nel disegno provvidenziale di Dio, l’uomo è anzitutto anima palpitante d’amore; è cuore che attinge ad un mistero invisibile e trascendente; è segreta percezione del proprio essere e slancio d’amore verso gli altri e verso il mondo, nell’amore stesso di Dio. Questo sentire amorevole, non puramente emotivo ma ricco di intelligenza e di memoria, trova espressione in un vissuto che è costantemente mediato dal corpo, dai cinque sensi che lo costituiscono ma anche concretamente dall’organismo che permette ai sensi di attivarsi. Le parole che pronunciamo e i gesti che compiano sono sempre e contemporaneamente attività del corpo e del cuore, dei sensi e dell’anima.

La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?” (Mt 6,25) – aveva detto Gesù ai suoi discepoli e alle folle nel Discorso della Montagna. È proprio così! Il corpo è un dono della provvidenza di Dio a ciascuno di noi, grazie al quale veniamo rimandati al senso profondo del vivere, alla sua autentica misura e bellezza, che provengono dalla dimensione simbolica del mondo. Vivere per il cibo e per il vestito significa mortificare la nobiltà della persona umana, mettere il sentimento e la relazione dopo i beni di consumo. Il corpo, con i suoi gesti carichi di risonanza affettiva, ci ricorda che la vita ha una sua altezza e una sua profondità e che queste oltrepassano infinitamente i confini del benessere economico, per cui troppo spesso ci affanniamo.

La salute vale molto più delle proprietà, eppure la salute è ancora poca cosa rispetto alla vita: la salute del corpo consente infatti a una persona di esprimersi in tutte le sue facoltà e capacità, ma anche quando la salute è precaria, il corpo non cessa di svolgere la sua funzione essenziale, quella di esprimere i sentimenti e di promuovere relazioni. L’esperienza della fragilità e della malattia – che abbiamo dolorosamente sperimentato in questi mesi – non ha forse reso ancora più intensa la consapevolezza che la socialità umana si fonda sulla nobiltà dei sentimenti e sulla profondità delle relazioni? La grandezza della persona umana non viene intaccata dal manifestarsi evidente della sua debolezza. Può anzi venirne esalta. Davanti alla fragilità umana il sentimento si affina e diventa fortezza, coraggio, sacrificio ma anche solidarietà, cura, generosità. In una parola, diventa virtù. E il desiderio di relazioni profonde si fa ancora più intenso e suscita testimonianze d’amore in alcuni casi semplicemente meravigliose.

Ecco dunque un’importante lezione di vita che ci giunge dai giorni dolori che abbiamo trascorso: il primato dei sentimenti e delle relazioni, la nobiltà delle virtù, l’importanza dei gesti che fanno grande il corpo perché lo mantengono collegato al cuore, la dimensione simbolica del mondo che rinvia alla gloria di Dio e al suo disegno di grazia.

Si dovrà soltanto aggiungere che tutto questo domanda vigilanza, perché è dono di Dio consegnato alla libera determinazione degli uomini. Il pericolo della contaminazione reciproca, il dovere della giusta distanza, il rigore nell’osservare le regole per la sicurezza di tutti: anche questi sono aspetti di un’esperienza che ci consegna un insegnamento di vita. La relazione autentica tra le persone va difesa e preservata, perché i sentimenti che il cuore coltiva la possono inquinare e gli stessi gesti che compiamo attraverso il corpo possono diventare offensivi. Questo succede quando si cede alla logica del tornaconto e allo stile della violenza. “Siate vigilanti” – raccomanda Gesù ai discepoli (Cfr. Mc Mc 13,33). Ogni relazione ha infatti bisogno della giusta distanza e ogni sentimento di affetto suppone anzitutto il rispetto. La mascherina sul volto, il gel igienizzante, il metro di distanziamento ci ricordano che possiamo purtroppo diventare minaccia per gli altri e questo, di nuovo, anzitutto in una visione simbolica della realtà. È dalla dimensione invisibile del nostro io, dal nostro cuore, che può sorgere il pericolo per gli altri e per l’ambiente. Quei sentimenti che ci caratterizzano come persone umane, se asserviti alla brama vanitosa del nostro io, si trasformano in energia distruttiva: abbiamo così lo spettacolo deprimente dell’ingordigia, della corruzione, dell’arroganza, della faziosità, della litigiosità, della volgarità. L’esercizio delle virtù domanda grande forza di volontà e impegno di purificazione nei confronti di se stessi, in vista della costruzione di una società più vera e più giusta. La sofferenza patita in questi mesi e la perdita di tante persone care, ci porta a dire che un simile impegno non dovrebbe essere è semplicemente auspicabile: è assolutamente doveroso.

Ritornando a contemplare il mistero eucaristico, il nostro cuore si apre alla gratitudine. Il mistero del corpo del Signore – Corpus Domini – offerto per noi e a noi donato, ci rinvia ai sentimenti del suo cuore e al suo desiderio di comunione con noi, ci ricorda il suo sacrifico d’amore, ci assicura la sua presenza vitale e perenne, ci attrae con la forza della sua mirabile testimonianza. In lui la virtù ha raggiunto la sua misura più alta, è divenuta santità, e grazie a lui si è aperta per noi la via della salvezza. Il suo corpo glorificato è ora la nuova dimora dell’umanità redenta.

“Attiraci dunque a te o Signore, accoglici nel tuo abbraccio benedicente, stringi forte la nostra mano quando il sentiero si fa buio, facci sentire la tenera carezza della tua misericordia, prendici sulle tue spalle quando ci assale la stanchezza, fatti vicino per svelarci nel segreto la verità della tua Parola. Uniti a te nel segreto del nostro cuore, posto in piena sintonia con il tuo, noi potremo diffondere nel mondo il buon profumo del Vangelo e contribuire così all’edificazione di una società dove i sentimenti e le relazioni abbiamo il posto che meritano e la virtù l’onore che le spetta.

Ci sostengano nel nostro cammino e ci custodiscano in questo desiderio di bene la Beata sempre Vergine Maria, tua e nostra Madre, i nostri santi Patroni e tutti coloro che, con la loro luminosa testimonianza, hanno onorato la storia di questa nostra città e della nostra amata terra.

Uomini di preghiera e di comunione

Sono due le esperienze che hanno particolarmente colpito il Vescovo durante la pandemia: “La prima è quella della fragilità dell’uomo, a fronte del suo illusorio senso di potenza; la seconda è quella del suo bisogno di comunione, a fronte della sua pericolosa tendenza a fare da sé”. Leggi l’omelia

Abbiamo tanto desiderato celebrare questa Eucaristia della benedizione degli oli – la Messa Crismale – nella quale si ricordano anche gli anniversari di ordinazione. Non abbiamo potuto farlo la mattina del Giovedì santo – come sempre succedeva – perché ancora nel pieno dei questa tremenda esperienza dell’epidemia. Lo facciamo oggi, 29 maggio 2020, nell’antivigilia della Solennità di Pentecoste e nella memoria liturgica di san Paolo VI, che quest’anno coincide con il centesimo anniversario della sua ordinazione presbiterale. Quest’ultima circostanza è per noi particolarmente significativa, avendo sentito molto vicino in questo tempo di prova il nostro santo papa bresciano, cui abbiamo rivolto quotidianamente la nostra supplica, invocando la sua intercessione.

Quanto abbiamo vissuto in questi ultimi tre mesi ha segnato profondamente la nostra vita e – vorrei dire – la nostra storia. Ho voluto raccomandare a tutti di non aver premura nell’archiviare come acqua passata quanto ci è accaduto. Non si tratta semplicemente di una brutta pagina da dimenticare presto. In queste lunghe settimane, nelle quali siamo stati investite da un turbine inaspettato, si sono intrecciati paura e coraggio, disorientamento e determinazione, sofferenza e consolazione. Alla fine – mi sentirei di dire – è stato l’amore generoso e creativo a lasciare l’impronta più forte. Ciò che più ricorderemo di questi giorni, sullo sfondo mesto dei lutti e dei contagi, sarà il tanto bene che si è compiuto: la vicinanza, la cura, la perseveranza, la passione, il senso di umanità, il sacrifico. E tuttavia sarà importante prendersi il tempo per raccontare quanto ci è successo, ritornare sugli eventi facendo emergere pensieri e sentimenti. Appare doverosa una consegna, che guardi al futuro e faccia tesoro di un’esperienza fino a ieri inimmaginabile. Più volte si è detto in queste settimane: “La vita non sarà più la stessa!”. Ebbene, è il momento di mostrare che è proprio così, non solo nel senso delle ineluttabili conseguenze di una situazione drammatica ma soprattutto nel senso delle sue promettenti trasformazioni. Il futuro mostrerà se da questa prova saremo usciti più deboli o più forti.

 Come sempre, è la Parola di Dio che ci apre gli ampi orizzonti in cui collocare il vissuto e ci offre le chiavi di lettura. Abbiamo ascoltato la pagina del profeta Isaia, ripresa dal Vangelo di Luca, nella quale si presenta l’opera del Messia sotto il segno della sua consacrazione. Nella sinagoga di Nazareth, davanti a quei compaesani che lo hanno visto crescere, Gesù legge quanto custodito nelle Scritture e poi dichiara adempiuto il misterioso annuncio del profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione”. In effetti, una consacrazione tramite lo Spirito era avvenuta. Gesù era stato appena battezzato nel Giordano da Giovanni e su di lui era disceso lo Spirito santo in aspetto corporeo come di colomba. Così, nell’interpretazione di Gesù stesso, la sua consacrazione avviene nella forma di una santificazione totale della sua umanità, mediante una misteriosa e intima comunione con lo Spirito. La consacrazione è immersione dell’umano nel divino, trasfigurazione di ciò che è terreno nella realtà celeste. E tutto questo, in vista di un compito da svolgere a beneficio dell’umanità, una missione che si riassume nell’annuncio della benevolenza di Dio, della sua misericordiosa opera di salvezza. “Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e a i ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”. L’essenza dell’opera che scaturisce dalla consacrazione è l’annuncio dell’anno di grazia del Signore, il suo giubileo, il riscatto da ogni vincolo umiliante, da ogni debito soffocante.

Anche noi siamo stati consacrati con l’unzione in vista del ministero apostolico. Un’unzione spirituale, cioè nella potenza dello Spirito santo, che non ci ha elevati sopra un piedistallo e nemmeno ci ha rinchiuso in una torre d’avorio, ma ci ha spinto potentemente verso il popolo di Dio e verso il mondo intero, con l’unico intento di far conoscere a tutti l’annuncio palpitante della misericordia di Dio. La nostra è un’unzione che interviene a specificare quella precedente del Battesimo cristiano, con cui siamo divenuti fratelli del Signore e quindi destinatari del sacerdozio proprio di tutti i fedeli. Il ministero ordinato è infatti servizio ai fratelli e sorelle nella fede, a quanti appartengono alla Chiesa dei redenti, uomini e donne la cui intera vita è chiamata ad assumere, in forza del mistero pasquale, la forma di una perenne liturgia. Il nostro compito è tener viva con loro e per loro l’ansia del Vangelo, il desiderio di vedere il mondo salvato, la passione per la vita, la pace, la gioia dell’umanità. Tutto ciò attraverso la carità verso i poveri, il perdono per i nemici, il riscatto per gli oppressi, illuminazione delle coscienze.

È questa stessa consacrazione a esigere da noi una lettura attenta e coraggiosa del tempo in cui si vive. L’annuncio del Vangelo della grazia domanda di conoscere da vicino i suoi destinatari, quell’umanità che è cara al cuore di Cristo e dei suoi apostoli. E qui si innesta quella rilettura spirituale, quella narrazione sapienziale che mi sono permesso di raccomandare. Lo Spirito fa vivere e insieme fa comprendere. È principio di vita e conoscenza. È lui che trasforma in memoria feconda quanto il flusso inesorabile del tempo sembra cancellare senza scampo: “Nella tua luce, Signore, vediamo la luce” – recita il salmo. Provo dunque anch’io a fare nella fede memoria di quanto abbiamo vissuto in queste ultime drammatiche settimane e a chiedere a me stesso che cosa ritengo lo Spirito mi abbia consentito di capire meglio, nell’orizzonte di quell’annuncio misericordioso che sono chiamato a dare al mondo insieme a tutti voi.

Due sono le esperienze che mi hanno particolarmente colpito e che mi hanno portato a comprendere meglio la verità della vita nell’ottica della rivelazione di Dio. La prima è quella della fragilità dell’uomo, a fronte del suo illusorio senso di potenza; la seconda è quella del suo bisogno di comunione, a fronte della sua pericolosa tendenza a fare da sé.

Ci siamo anzitutto e improvvisamente scoperti più deboli di quanto immaginavamo. Ci siamo resi conto, in modo traumatico, che non siamo padroni della realtà, che non la governiamo e neppure realmente la conosciamo. La scienza e la tecnica, insieme all’economia, avevano fatto crescere in noi l’illusoria sensazione di avere in mano le redini di un mondo che in realtà ci è apparso molto più misterioso di quanto pensavamo. Qualcosa di immensamente piccolo ha smascherato la nostra illusione di considerarci immensamente grandi. E forse questo non ci ha fatto soltanto male. Il cuore umano è naturalmente portato a confidare in se stesso, nella sua forza, nelle sue capacità. E poi cerca alleanze, sempre nella logica del potere. La Parola di Dio benevolmente ma fermamente lo ammonisce: “Non confidate nei potenti in un uomo che non può salvare” (Sal 146,3). E poi lo esorta: “Confida nel Signore e fai il bene; abita la terra e vivi con fede; cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” (Sal 37,3).  L’uomo non basta a se stesso e l’orgoglio è per lui la tentazione peggiore. Inginocchiarsi non è umiliarsi ma entrare nel mondo della grazia e della gloria di Dio con riconoscenza e fiducia. “Senza di me non potete far nulla” – dice Gesù ai suoi discepoli e all’apostolo Paolo: “Ti basta la mia grazia, la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (1Cor 12,9).

Il mondo ha bisogno ora più che mai di una testimonianza di fede umile e tenace. L’esperienza che abbiamo vissuto domanda uomini e donne capaci di sperimentare e di annunciare il primato della grazia Dio, un affidamento totale al mistero di bene che insieme ci abbraccia e ci trascende: sentire Dio, sentirsi in Dio, far sentire Dio. Noi, ministri di Cristo, dovremo essere i primi a offrire all’umanità di oggi questa limpida testimonianza di fede, presentandoci anzitutto come uomini di preghiera, in ascolto della Parola di Dio, grati per la celebrazione liturgica dei misteri di Cristo, esperti dell’azione dello Spirito nelle coscienze, abituati alla contemplazione del volto del Signore e al rispetto del volto dei fratelli. Siamo chiamati anzitutto ad affinare in noi, con amorevole docilità, il nostro senso di Dio per ritrovare in esso, senza angoscia ma con serenità, il senso del nostro limite. Ci aiuti dunque il Signore stesso ad essere vescovi, presbiteri e diaconi secondo il suo cuore, uomini di Dio, umili e poveri perché ricchi di lui.

Abbiamo poi capito in questi drammatici giorni che da soli non ce la si fa. Che quando la fragilità personale emerge in tutta la sua chiarezza, si fa vivo il bisogno di affidarsi a qualcuno che ci voglia bene, che si prenda cura di noi, che ci faccia sentire preziosi, che onori la nostra dignità. Solidarietà, affetto, cura, rispetto, consolazione: sono queste le parole che ci vengono consegnate dalla memoria di questi giorni dolorosi, parole il cui significato ci è ora molto più chiaro. Siamo stati creati per la comunione, per la reciproca accoglienza nell’amore ed ora ci rendiamo meglio conto di quanto sia illusoria la pretesa di puntare tutto se stessi, di fare dell’individualismo orgoglioso e avido il principio guida della società. Abbiamo bisogno di sguardi che si incontrano, di volti che si riconoscono, di gesti di affetto, di parole amorevoli. In una parola, abbiamo bisogno dell’amore sincero posto a fondamento dell’intera nostra vita sociale “Ecco quanto è buono e quanto è soave – recita il salmo – che i fratelli vivano insieme” (Sal 133,1).

La Chiesa, come sappiamo, sorge dall’amore del Cristo crocifisso e vive di questo amore che si fa carne nei veri credenti. “Amatevi come vi ho amato io” – dice Gesù ai suoi discepoli (cfr. Gv 13,34). E aggiunge: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Per definizione, la Chiesa è la comunità di quanti vengono convocati da luoghi diversi per riunirsi in uno stesso luogo: non in uno spazio ma in un ambiente vitale, cioè il Cristo stesso risorto e glorioso, il suo corpo mistico, una sorta di abbraccio vitale e consolante.

In questi tre mesi non abbiamo potuto frequentare le nostre chiese, che pure abbiamo lasciato sempre aperte. Abbiamo celebrato l’Eucaristia senza la presenza dell’assemblea che dà corpo al popolo di Dio. Ci è mancata questa presenza e questa partecipazione. Eppure non abbiamo smesso di sentirci Chiesa. Abbiamo percepito che l’abbraccio del Signore ci stringeva oltre i limiti dello spazio. Abbiamo pregato insieme, ci siamo sentiti spiritualmente uniti, ci siamo ascoltati, ci siamo a vicenda sostenuti. E qui io colgo l’occasione per ringraziare in particolare voi, cari presbiteri, per la vostra generosa sollecitudine di pastori. La vostra presenza, la vostra parola, i vostri sentimenti hanno permesso a molti di sentirsi comunità, di non rimanere soli di fronte al dolore e alla paura. Quella comunione di cui il cuore umano ha bisogno non è mancata in questi drammatici giorni, soprattutto grazia ad un ministero che ha reso onore a se stesso.

Occorre proseguire in questa direzione e fare dell’esperienza di Chiesa il fulcro della nostra futura pastorale: una Chiesa che è comunità di fratelli e sorelle redenti nel sangue di Cristo, capace di contrastare ogni forma di divisione e protesa con affetto verso un mondo che troppo spesso ha considerato illusione la possibilità di vivere insieme in pace.

Il dolore condiviso in questo tempo di epidemia ha reso ancora più forte il bisogno di reciproca consolazione ma anche la consapevolezza de valore che ha per ciascuno la socialità trasfigurata dalla grazia di Dio. Se siamo ministri di Cristo siamo anche servitori della Chiesa e del mondo nella linea di quella comunione che si fa solidarietà, accoglienza, collaborazione, condivisione, corresponsabilità, dialogo, amicizia.

Fa’ di noi, o Signore, dei veri uomini di comunione, strumenti della tua pace per il bene della tua Chiesa e del mondo, costruttori di una nuova civiltà insieme con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che il tuo Spirito non lascia mai mancare all’umanità di ogni tempo, testimoni consolanti della tua Provvidenza, grazie ai quali la storia mantiene viva la sua luce e la memoria la sua fecondità.

A san Paolo VI, nostro amato intercessore, affidiamo il nostro desiderio di percorrere la via che lui stesso ha percorso, facendo del suo ministero una luminosa e perenne testimonianza di bene.

Cosa dice lo Spirito alla Chiesa

L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata. Il vescovo Tremolada rilegge la situazione che stiamo vivendo nella diocesi. Per il Vescovo è un errore pensare, anche dal punto di vista pastorale, alla fase due come a un semplice ritorno alla situazione precedente

In questi giorni mi ritorna spesso alla mente questa frase del Libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2-3). È la frase che scandisce le sette lettere inviate da Giovanni, l’apostolo profeta, alle sette Chiese dell’Asia a nome del Cristo risorto. Essa suona come un invito a leggere la situazione della propria Chiesa a partire dagli eventi in corso, per capire in che modo assecondare l’azione dello Spirito e dare compimento all’opera di redenzione del Risorto. A questa frase, sempre nella mia mente, se ne affianca un’altra, che viene dal Libro dei Salmi: “L’uomo nella prosperità non intende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). È proprio vero: a volte le condizioni di eccessiva prosperità ci impediscono di comprendere il senso profondo delle cose. L’improvvisa esperienza della precarietà e della debolezza, normalmente accompagnata anche dal dolore, ci apre gli occhi e ci rende più capaci di leggere la realtà.

Stiamo uscendo lentamente da una situazione di emergenza che ci ha letteralmente sconvolto. L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata: qualcosa di simile a quel che provarono i discepoli mentre erano con Gesù sulla barca in mezzo al lago di Galilea e si trovarono d’un tratto in balia di venti e onde spaventosi (cfr. Mc 4,35-41). La vita per noi in queste ultime settimane è totalmente cambiata: ci siamo sentiti improvvisamente fragili, impauriti, insicuri. Soprattutto, abbiamo dovuto contare i nostri morti, tante care persone che abbiamo affidato al Signore senza neanche la possibilità di un saluto da parte dei propri parenti. Quella prosperità cui ci eravamo abituati, d’un colpo è sparita e ci siamo ritrovati a fare i conti con il nostro limite e la nostra impotenza.

E tuttavia questo tempo non è stato infecondo. Abbiamo visto segni consolanti della Provvidenza di Dio: tanta generosità, tanta solidarietà, tanto coraggio, tanto senso di umanità. Abbiamo vissuto un’esperienza di Chiesa diversa ma non meno intensa, una vivacità e creatività che forse non avremmo mai immaginato: una grande vicinanza dei pastori al popolo di Dio, attraverso l’ascolto, il conforto, la preghiera di intercessione, la celebrazione dell’Eucaristia, l’accompagnamento pastorale delle famiglie e in particolare dei ragazzi.

Ora si comincia a respirare e si sente il bisogno di guardare avanti. Si parla di Fase 2 e poi di Fase 3 per indicare un percorso che ci attende, sul quale si dovrà riflettere con molta attenzione. Mi preme a questo riguardo condividere un pensiero che mi sta molto a cuore e che mi viene appunto dalla frase del Libro dell’Apocalisse che ho ricordato. Credo sarebbe un grave errore intendere la cosiddetta Fase 2 come un semplice ritorno alla situazione precedente l’epidemia, mettendo finalmente tra parentesi quanto è accaduto. Prima di rispondere alla domanda: “Come riprendiamo le nostre normali attività?” occorre rispondere a qualche altra domanda molto più importante. Penso sia necessario compiere quella che chiamerei una rilettura spirituale dell’esperienza attraverso una narrazione sapienziale. Un’esigenza anzitutto si impone: raccontarci che cosa abbiamo vissuto e chiederci che cosa il Signore ci ha fatto capire. Queste sono le domande che ci potrebbero aiutare: “Che cosa ci è successo? Che cosa abbiamo visto? Che cosa abbiamo provato? Che cosa ci ha addolorato? Che cosa ci ha consolato? Che cosa abbiamo meglio capito? In una parola, che cosa non potremo e non dovremo dimenticare? Penso in particolare ai sacerdoti, che ringrazio di cuore per quanto stanno facendo, e immagino la risonanza che queste domande hanno su di loro. Sarà importante farla emergere e condividerla.

Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro. La domanda guida sarà: “Che cosa si attende il Signore da noi, alla luce di quanto abbiamo vissuto?”. Come gli abitanti di Gerusalemme che ascoltarono da Pietro il primo annuncio della morte e risurrezione di Gesù, anche noi dobbiamo chiederci: “Se questo è ciò che è accaduto, ora che cosa dobbiamo fare?” (cfr. At 2,37). La nostra preoccupazione non potrà essere semplicemente quella di riprendere al più presto tutto quello che facevamo, ritornando alla cosiddetta normalità. Da più parti si sente dire: “Niente sarà più come prima!”. Per noi questo significa che l’esperienza vissuta in queste settimane ci ha consegnato una lezione di vita, ci ha scosso e ci ha fatto maturare. Dove e come dovrà dunque cambiare il nostro modo di essere Chiesa, di essere presbiterio, e anche il nostro modo di pensare la società? Su cosa dovremo puntare? Che cosa dovremo correggere o comunque ripensare, per corrispondere alla rivelazione di cui lo Spirito ci ha fatto dono attraverso un’esperienza dolorosa ma non assurda e disperata?

Quest’opera di narrazione sapienziale e di discernimento pastorale è quanto io mi sento di chiedere prima di tutto alla nostra Chiesa diocesana. Vorrei che questo avvenisse durante il tempo pasquale, fino alla grande festa di Pentecoste. Invito perciò tutti i parroci a convocare a questo scopo, nei modi consentiti, i Consigli Pastorali parrocchiali o delle Unità Pastorali. Chiederei che a tale scopo venissero anche convocati prima di Pentecoste in una seduta straordinaria opportunamente pensata le Congreghe Zonali, il Consiglio Presbiterale e il Consiglio Pastorale Diocesano. Questo confronto sinodale sull’esperienza vissuta in queste drammatiche settimane sarà prezioso anche in vista della definizione delle linee di azione per il prossimo anno pastorale e per me sarà molto utile in ordine alla stesura della lettera pastorale che lo dovrebbe ispirare. Ai responsabili della pastorale diocesana raccomando di fornire il supporto necessario a un simile confronto.

Nel frattempo verranno date indicazioni puntuali circa i vari aspetti della vita della nostre comunità parrocchiali e dell’intera diocesi. Questa vita, infatti, domanda di essere opportunamente riavviata. È evidente che le decisioni riguardanti la ripresa delle attività pastorali non potranno prescindere dal riferimento costante ai decreti del governo nazionale e regionale e alle comunicazioni della Conferenza Episcopale Italiana e Lombarda. È mia intenzione convocare settimanalmente – ogni martedì mattina – il Consiglio Episcopale della nostra diocesi, per seguire da vicino gli sviluppi della situazione. A questa convocazione seguirà ogni giovedì mattina una comunicazione ufficiale a firma del Vicario Generale, che farà il punto sulle questioni riguardanti i diversi ambiti della vita ecclesiale. Mi riferisco in particolare alle celebrazioni delle Sante Messe feriali e domenicali, ai funerali, ai matrimoni e ai battesimi, all’amministrazione dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, alle attività degli oratori e degli altri nostri ambienti nei prossimi mesi estivi, alle nomine e destinazioni dei sacerdoti ed ad altro ancora. Un’attenzione particolare sarà rivolta alle situazioni di difficoltà dei singoli, delle famiglie, delle parrocchie, delle comunità religiose, ma anche delle scuole e degli altri enti assistenziali ed educativi. A questo riguardo saranno date precise informazione circa la gestione del Fondo Diocesano di Solidarietà e del Fondo costituito con il contributo CEI proveniente dall’8 per mille. Fermo restando che fino al 3 maggio p. v. nulla cambierà, essendo questa una precisa indicazione governativa, si avrà modo sin dalla prossima settimana di cominciare a prospettare le aperture possibili e opportune.

Il nostro cammino di Chiesa prosegue nella luce della Pasqua del Signore. In Lui abbiamo confidato in questo tempo di prova e a Lui continuiamo ad affidarci in questo tempo di discernimento. Sia Lui a guidare i nostri passi, nella potenza del suo Spirito. La santa Madre di Dio, che sempre veglia su di noi e per noi intercede, ci accompagni con la sua amorevole tenerezza.

Vi saluto con affetto e su tutti invoco di cuore la benedizione del Signore.

Benedici, o Signore, Brescia

L’omelia pronunciata in una Cattedrale senza fedeli dal vescovo Pierantonio Tremolada, in occasione della Pasqua di Risurrezione

Questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci e in esso esultiamo in esso.

Fatichiamo, Signore, a esultare quest’anno nel giorno della tua e nostra Pasqua. Ma questo è l’invito che la tua Parola ci rivolge: forte e chiaro. La nostra, Signore, non è una Pasqua allegra e spensierata. È una pasqua solenne. È venata di tristezza, al pensiero di tanto dolore e di tante perdite, ma carica di speranza. È la festa che noi celebriamo con gioia per te e con te, perché l’ultima parola, in vita e in morte è la tua. L’abbraccio ultimo non è quello delle tenebre ma quello della luce, della tenerezza che si è fatta sacrificio di redenzione.

Per questo Signor, la nostra voce vuole innalzarsi a te in questo giorno di grazia nella forma della invocazione e ripetere le parole che già ti abbiamo rivolto. La tua resurrezione sia per noi benedizione, forza di vita che ci rialza e che accompagna nel cammino che ora si apre per noi. Sia benedizione per una città da sempre fedele a ciò che merita fiducia e promuove giustizia, Brixia fidelis fidei et iustitiae, una città che rappresenta in verità tutta la comunità bresciana, il nostro territorio, la nostra gente.

Benedici, Signore, la Chiesa bresciana, i ministri ordinati, i consacrati, le consacrate e tutti i cristiani della nostra terra. Donale ancora sante vocazioni. Risveglia nei credenti la freschezza della vita evangelica e apri i nostri cuori alla comunione intima col Padre. Continua, o Signore, a donare a Brescia una comunità ecclesiale umile, feconda, lungimirante e capace di amare. La nostra Chiesa resti aperta al dialogo con le culture e le religioni che oggi abitano la città degli uomini, sia amica dei poveri e testimone coerente di fede, di misericordia e di pace.

Benedici, o Signore, Brescia e la sua fedeltà alla bellezza. Benedici la storia, la cultura, il patrimonio artistico e le tradizioni che hanno resa grande la nostra terra. Concedile un nuovo rinascimento culturale e spirituale. Dopo questo triste isolamento, riscopra il desiderio di nutrirsi della bellezza che non svanisce. Riempile il cuore della sapienza che viene dal tuo Spirito. Dona sapore ai suoi giorni, alle relazioni sociali e alla vita dei suoi cittadini perché siano fieri di quello che sono e, ancor più, di quello che vorranno essere.

Benedici, o Signore, Brescia e la sua fedeltà all’ingegno umano. Non abbandonare le imprese, i lavoratori, il commercio, le attività economiche che ci permettono di dare sostentamento alle nostre famiglie e dignità ai nostri giorni. L’epidemia che ci ha colpito ci sta insegnando che al primo posto c’è sempre la vita e la dignità delle persone. Ispira, perciò, l’ingegno, la concretezza e lo spirito solidale dei bresciani perché nel momento della ripartenza nessuno resti indietro. Donaci creatività imprenditoriale, ma anche la voglia di camminare insieme verso una società in cui il tasso di progresso non si misuri solo dalla crescita economica, ma anche e soprattutto dalla fiducia, dalla gioia di vivere, dall’onestà, dalla cura per ogni fragilità e povertà, dal sostegno offerto alle famiglie, dal rispetto per l’ambiente, dal dialogo con tutti.

Benedici, o Signore, Brescia e la sua fedeltà alla misericordia. Le nostre belle chiese parrocchiali sono la casa di Dio tra le nostre case, il segno della tua vicinanza nei nostri quartieri. Lì portiamo i bambini, lì benediciamo l’amore degli sposi, sperimentiamo la dolcezza del perdono, ci accostiamo al Pane di vita e accompagniamo i nostri cari defunti. Questo contagio ci ha dato l’impressione di toglierci tutto, anche l’ultima consolazione. Signore, rendi sempre più la comunità ecclesiale una famiglia di famiglie. Concedici, dopo questo lungo digiuno, di tornare presto a celebrare insieme l’Eucaristia. Ridona vitalità e passione educativa agli oratori, ai gruppi e alle associazioni. Facci attenti ai bisogni corporali e spirituali dei più deboli, rendici per tutti testimoni della tenerezza che viene dall’alto.

Benedici, o Signore, Brescia e la sua fedeltà alla memoria, la dedizione consolidata e matura della vita civile e amministrativa, ma anche il dolore per le vittime delle nostra storia, dei morti di tutte le guerre, di quelli delle stragi, delle violenze e delle calamità che nel corso dei secoli hanno colpito il sentire del popolo bresciano. Brescia non dimentica perché è fedele e non dimenticherà mai i morti di questa epidemia. Umilmente, con la preghiera, noi li affidiamo al tuo amore che consola e li iscriviamo nel libro della storia di questa nostra civiltà bresciana. E ti chiediamo di asciugare le lacrime di chi non ha potuto accompagnare i propri cari, di chi non ha potuto stare loro accanto nemmeno nei giorni del lutto e del distacco.

Benedici, o Signore, Brescia e la sua fedeltà alla giustizia. Benedici le autorità, le istituzioni, le forze dell’ordine, i volontari e chi ha a cuore il bene comune. Guarda lo sforzo eroico di chi si è speso in queste giornate per garantire salute e sicurezza ai vivi e onore ai defunti. Benedici i gesti di carità, la capacità di commuoversi davanti ai sofferenti e ai bisognosi. In particolare lascia che ti affidiamo i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario. Negli ospedali sono stati per molti padri e madri, figli e figlie, fratelli e sorelle, amici e anche ministri di consolazione, segno visibile del tuo amore. Donaci, dopo questa prova, il coraggio di trasformare insieme il mondo e di costruire una società dove sia ancora più vivo il senso di umanità. In particolare, fa che in questo compito così arduo e affascinante ci mettiamo in ascolto dei giovani, veri custodi del domani.

Benedici, o Signore, la città di Brescia e la sua terra. Benedici la sua fedeltà alla fede, alla bellezza, all’ingegno umano, alla misericordia, alla memoria e alla giustizia. Ti imploriamo, chìnati Signore verso di noi e aiutaci a risorgere da questa prova, in questo 2020, anno giubilare di quella Santa Croce che custodiamo nel cuore della nostra cattedrale.

Nella tua promessa di Vita ritroviamo la speranza e il coraggio di uscire dall’ombra della morte, di rialzarci in piedi e rinascere, insieme, alla nuova vita.

Maria, madonna delle Grazie, continua a tenerci per mano e conduci i nostri passi.

A te Signore, che sei il Dio fedele, guardiamo con fiducia.

Tu vivi e regni nei secoli dei secoli.

Amen

Messaggio del vescovo Pierantonio ai bambini e ai ragazzi per la Pasqua 2020

Un messaggio e un invito particolare del vescovo Pierantonio ai bambini e ragazzi della Diocesi di Brescia, in attesa della Santa Pasqua.

Aiutateci a costruire il mondo di domani

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio in occasione della Veglia delle palme

Carissimi giovani,

nessuno di noi avrebbe mai immaginato di vivere così la Veglia della Domenica delle Palme. Ricordo quanto avvenuto lo scorso anno e quello precedente: la chiesa cattedrale colma in tutti i suoi spazi, la vostra presenza vivace e festosa. Ora, mentre vi parlo, la nostra bella cattedrale è completamente vuota. Il mio sguardo deve concentrarsi su delle telecamere accuratamente posizionate, che trasmettono quanto accade qui sull’altare. Uno scenario surreale cui nostro malgrado siamo stati costretti ad abituarci, a causa di questa tremenda epidemia che ci ha colpiti.

Il pensiero va soprattutto ai nostri ospedali, ai malati che là lottano, ai loro cari che vorrebbero assisterli e non possono, ai meravigliosi medici e infermieri che operano instancabili a rischio della loro stessa salute. Molti – troppi – non ce l’hanno fatta e ci hanno lasciato. Accolti dalle braccia misericordiose del Padre, si sono congedati da noi senza poter neppure salutare. Erano per la maggior parte i nostri padri e le nostre madri, i vostri nonni e le vostre nonne, i più deboli tra noi, i più esposti, per il carico degli anni e per la fragilità del corpo. Questa epidemia, che non fa distinzione di persone, si rivela fatale soprattutto per chi è meno in grado di difendersi e proprio per questo può rubare la vita anche a chi non è avanti negli anni, quando vi sono o si ingenerano ulteriori complicazioni. Per grazia di Dio sembra che voi – cari giovani – siate più capaci di contrastarla. Siate tuttavia prudenti e rigorosi nel rispettare le indicazioni date dalle competenti autorità. Non mettete a rischio la vostra vita e quella degli altri, più deboli di voi.

Già prima che si scatenasse questo uragano, avevo in cuore di condividere con voi in questa veglia delle Palme una riflessione che attingesse all’omelia che avevo proposto alla città di Brescia lo scorso 15 febbraio, in occasione della Festa dei santi patroni Faustino e Giovita. Sentivo forte il bisogno di lanciarvi un appello, di affidarvi una sorta di mandato, riconoscendo in voi i protagonisti del mondo di domani. Quanto ora sta accadendo mi sembra renda questo invito ancora più pressante. Ed ecco allora che sto per dirvi. Vi costerà – temo – un po’ di attenzione, avrà la forma di una riflessione forse un po’ intensa. Oso sperare che non vi sarà di peso.

Sto da tempo riflettendo sulla forma che ha assunto il nostro modo di vivere (bisogna ora dire, prima che all’improvviso venisse così radicalmente sconvolto). Tra i tanti interrogativi che mi sono sorti spontanei, tre in particolare mi sono apparsi inderogabili.

Il primo: come è possibile accettare tranquillamente questa vergognosa contraddizione, che cioè 800 milioni di persone non abbiano il necessario per vivere e un numero ristretto della popolazione mondiale produca generi di consumo in misura del tutto esagerata e perciò scarti buona parte di quello che produce?

Il secondo: come si può restare indifferenti di fronte al drammatico allarme che ci viene dai cambiamenti climatici in atto e dalle conseguenze che si prospettano per un futuro già prossimo?

Il terzo: come si deve interpretare il fenomeno sconcertante del calo della natalità proprio nei paesi dove il benessere economico è maggiore?

Sono a mio giudizio segnali evidenti di uno squilibrio e di uno scontento. Con questi interrogativi aperti mi sono accostato alla Lettera Enciclica di papa Francesco sulla cura della casa comune, intitolata Laudato sì, e ho potuto confrontarmi con la sua lucida lettura della situazione attuale. Ne ho ricavato una convinzione personale che vorrei esprimere così: ci siamo incamminati ormai da molto tempo su una strada sbagliata e pericolosa. Abbiamo pensato che la qualità della vita dipendesse prevalentemente, se non esclusivamente, dall’economia e dalla tecnologia. Ci siamo lasciati ispirare, più o meno consapevolmente, da questo principio: si vive bene là dove il potere di acquisto è più alto, dove la quantità e la varietà dei prodotti è maggiore e dove la tecnologia è più evoluta. Abbiamo incoronato la pubblicità sovrana della nostra comunicazione sociale: le abbiamo offerto in dono ogni spazio fisico e mediatico, senza troppi riguardi per sentimenti o relazioni, piegandoci alla sua ferrea logica commerciale. Abbiamo fatto della tecnologia il nostro paradiso, affascinati dalla sua dirompente innovazione, e della scienza che la governa l’unico criterio interpretativo della realtà.

Siamo sicuri di aver fatto bene? Siamo certi di aver intrapreso la direzione giusta? Siamo davvero convinti che il simbolo del progresso di una società siano i centri commerciali e le Silicon Valley? Provo un attimo a pensare diversamente e mi dico: non potremmo valutare il tasso di progresso di una società a partire dal clima di fiducia che vi si respira, dalla gioia di vivere che vi si percepisce, dalla capacità di accogliersi, dalla normale pratica dell’onestà, dalla sincerità e lealtà nei rapporti, dalla presa in carico di coloro che sono più fragili, dall’offerta di una sicurezza che sia difesa esterna ma anche pace interiore, dalla lotta contro ogni forma di povertà, dall’impegno reale a integrare culture differenti, dall’attenzione educativa per le nuove generazioni, dal sostegno offerto alle famiglie, dalla promozione del dialogo intergenerazionale, dal rispetto e la cura per l’ambiente, dalla promozione della cultura a tutti i livelli e dall’esercizio della politica come servizio alla comunità civile? Non ci darebbe maggior respiro immaginare così la nostra convivenza civile?

Questo – carissimi giovani – è ciò che mi stava a cuore dirvi nella singolare veglia delle Palme che stiamo vivendo. Questo è l’invito che io vorrei farvi nel turbine dell’epidemia da Coronavirus. Voi vedrete il mondo di domani, che sicuramente ricorderà questi giorni. Costruitelo sin d’ora su un fondamento diverso da quello attuale, che sta dimostrando proprio in questo momento drammatico e doloroso tutta la sua fragilità.

L’economia e la tecnologia non sono in grado di reggere da sole una società. Esse infatti non contemplano il senso del limite, non tollerano la debolezza e non lasciano spazio al calore di un abbraccio o alla profondità di uno sguardo. Inoltre, presuppongono la sostanziale cancellazione della dimensione verticale della vita, che porta spontaneamente a guardare in alto e a guardarci dentro. L’economia e la tecnologia ci appiattiscono sulla dimensione orizzontale e in più la svuotano della sua carica relazionale, rendendo il mondo grigio e freddo e togliendo luce all’orizzonte futuro. Ne sono un chiaro segnale, a livello ambientale la contaminazione del pianeta e a livello sociale l’incremento del tasso di aggressività, particolarmente evidente nei cosiddetti social.

Quanto all’esperienza che stiamo vivendo, potremmo dire che sta smascherando clamorosamente l’illusione nella quale siamo caduti. Davanti a questa epidemia fino a ieri inimmaginabile, l’economia e la tecnologia sono finiti in fondo alla classifica: al primo posto è balzata la vita con la sua carica di umanità, il bisogno di relazione, la rilevanza dei sentimenti, la sete di speranza, la necessità di affidarsi a qualcuno oltre il limite della propria impotenza. Improvvisamente ci siamo resi conto che ogni vita è un valore, che da soli non ce la si fa, che una parola amica è preziosa quanto l’ossigeno che respira, che la vera libertà non è fare quello che si vuole ma quello che si deve, con generosità e coraggio. La libertà senza vincoli e l’individualismo narcisista hanno rivelato in questa situazione di emergenza tutta la loro meschinità.

La comunione, la solidarietà, la dedizione, insieme con la responsabilità, la determinazione e la costanza ridisegnano il profilo di una società che potrà essere decisamente diversa da quella attuale. È questo il compito che è affidato a voi – cari giovani – a partire da quel potente senso di umanità che deriva dalla riscoperta della dimensione verticale della vita, cioè dallo sguardo rivolto alle altezze dei cieli e alle profondità del cuore.

Siamo giunti a questa veglia delle Palme contemplando il mistero sublime della Trinità. L’abbiamo fatto guidati dall’apostolo Giovanni – l’evangelista teologo – e dall’icona di Andrej Rublëv. Qualcosa che mai avremmo immaginato di sentirci dire ci è stato annunciato, quasi con commozione. Dio non è uno nel senso di una singola soggettività sussistente ma è uno nella comunione d’amore delle tre sante persone: il Padre, il Figlio, lo Spirito santo. Dio è amore totale e perfetto, è scambio di sguardi celesti, è costante circolarità di bene nella luce abbagliante della gloria. Come dice bene Dante a conclusione della Divina Commedia, Dio è “l’amor che move il sole e le altre stelle”. In questo amore sostanziale e originario si fondono il bene, il bello e il vero, in un’esperienza che viene poi offerta all’intera umanità e rappresenta il segreto di ogni beatitudine. Gesù l’aveva annunciato così ai suoi discepoli, facendo intuire l’azione in noi dello Spirito santo: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). E aveva aggiunto: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,25).

Questo – cari giovani – è il vero fondamento della società che siamo chiamati a costruire. Questo amore che abita i cieli è la potenza in grado di dare forma a un mondo realmente riconciliato, dove le relazioni e i sentimenti hanno il primo posto, dove il bene di tutti è la regola di ciascuno, dove la bellezza del creato suscita gratitudine.

“Alzati e diventa ciò che sei!”: così dice papa Francesco a ciascuno di voi nel messaggio che quest’anno vi ha rivolto per questa giornata annuale della gioventù. “Alzati, sogna, rischia, impegnati per cambiare il mondo!”. È invito che ben si adatta a questo momento cruciale e alla riflessione che abbiamo condiviso. Non sappiamo come sarà il mondo tra alcuni mesi, dopo questa prova sconvolgente e dolorosa. Di certo sarà un mondo che avrà bisogno delle vostre forze e prima ancora del vostro cuore. Probabilmente ci sarà molto da ricostruire. Occorrerà farlo insieme. Voi – cari giovani – soprattutto voi, aiutateci a farlo non tornando a replicare il passato ma aprendo la strada ad un futuro nuovo e più luminoso.

Il Signore della vita, di cui ci apprestiamo a vivere nel mistero pasquale la manifestazione gloriosa, sia guida al nostro cammino.