Eucarestia, stile di vita

L’omelia pronunciata in piazza Paolo VI dal vescovo Tremolada in occasione della solennità del Corpus Domini

La preziosa tradizione del Corpus Domini ci ha fatto rivivere l’esperienza della processione eucaristica. Abbiamo portato l’Eucaristia lungo le strade della nostra città e siamo approdati qui, davanti alla cattedrale. Qui vogliamo sostare un momento e insieme meditare, raccogliendo l’invito che ci viene da questa esperienza nella quale la dimensione religiosa si unisce a quella civile. Vorremo cogliere e fa meglio emergere il senso di questa unità.

 L’Eucaristia è il pane della vita. Così lo definisce Gesù nel suo discorso presso la sinagoga di Cafarnao. In verità lui stesso è il pane della vita, ma la sua presenza e il suo dono d’amore divengono realtà nei segni del pane del vino. Questo pane è il suo vero corpo. L’Eucaristia, per ciò che si vede, è pane; in realtà è la presenza del Cristo risorto che irradia il suo amore misericordioso erigenerante.

 Le prime parole dell’Adoro te devote, preghiera divenuta cara a generazione di cristiani, suonano così in una traduzione che ceca nella nostra lingua di esprimerne il senso profondo: ”Con viva devozione io ti adoro, o divinità che ti nascondi, che ti fai presente in modo segreto dietro questi segni, figure della vera realtà. Rivolgendosi a te il mio cuore viene meno, perché contemplando te tutto si fa piccolo”.

 L’Eucaristia è l’espressione più alta di quella verità che continuamente la Parola di Dio ci ricorda: che cioè il mondo è più di ciò che noi vediamo. Il mondo è manifestazione costante di una grandezza e di una bellezza che vengono dall’alto. Vi è nel mondo un costante rapporto tra il visibile e l’invisibile, perché la realtà possiede una insopprimibile dimensione simbolicache i poeti e i profeti costantemente ci richiamano.

 L’Eucaristia, come mistero dell’invisibile che si fa visibile, ci invita ad assumere nei confronti della realtà una sorte di disposizione d’animo, un modo di porsi, un atteggiamento di fondo che la Lettera Enciclica di papa Francesco dal titolo Laudato sì definisce “profetico e contemplativo” (n. 222). È l’atteggiamento di chi è capace di rendere onore al mondo umano nella sua verità più profonda.

 Da un simile atteggiamento sorge quello che chiamerei uno stile di vita, cioè un modo di agire o un comportamento nel quale appaiono evidenti e ben riconoscibili alcuni valori fondamentali.  Sono i valori che sostanziano anche il vissuto sociale, valori che mi sentirei di definire “civici”, capaci cioè di offrire alla convivenza umana la sua autentica forma, esaltandone la nobiltà. Tra questi vorrei sottolineare stasera, nella cornice solenne della processione eucaristica del Corpus Domini, il valore del rispetto, cioè della considerazione e della stima nei confronti delle persone e delle cose. Ritengo sia importante considerare questo come un aspetto qualificante il vivere civile.

 Che cos’è il rispetto? I nostri vocabolari più autorevoli lo definiscono così: sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza devota e spesso affettuosa verso una persona. E ancora: sentimento che porta a riconoscere i diritti e la dignità di una persona. E infine: osservanza o esecuzione fedele e attenta di un ordine, di una regola. Il rispetto è rivolto anzitutto alle persone, ma può e deve riguardare anche lealtre realtà legate alla vita, per esempio l’ambiente e le istituzioni che strutturano l’umana socialità.

Se consideriamo l’etimologia della parola, possiamo ricavare indicazioni preziose. “Rispetto” è traduzione italiana del latino respectum, che deriva dal verbo respicere. Il significato del verbo è suggestivo. Vuol dire infatti guardare di nuovo, o meglio, tornare a guardarevoltandosi indietro. Occorre immaginare l’esperienza di chi incrocia sulla sua strada una persona, la vede e poi, fatti ancora alcuni passi, si volge a guardarla di nuovo. Ecco che cos’è il rispetto. È anzitutto un vedere e poi un vedere di nuovo, un tornare a fissare lo sguardo. Ti vedo,ti guardo, mi volto a guardarti di nuovo. Ti dedico dunque la mia attenzione, ti ritengo meritevole di considerazione, riconosco il tuo valore. Non procedo come se tu non ci fossi. Non ti ignoro come se tu non contassi nulla. Non ti scanso o ti calpesto come se tu fossi irrilevante o invisibile. Non faccio finta che tu non esista. Appunto: ti rispetto. C’è un sentimento che prende forma nel breve tempo che intercorre tra il primo sguardo e quello successivo e che è reso possibile dalla distanza nel frattempo intervenuta. Questo tempo trascorso, seppur breve, mi ha permesso di riconoscere l’effetto prodotto in me dal primo sguardo. Quei pochi passi compiuti mi hanno consentito di ritornare su ciò che ho visto e di riconoscerne la rilevanza. Un misterioso moto interiore si è attivato e sono ora in grado di cogliere la preziosa risonanza della realtà che mi si è presentata, che mi si è offerta in dono: una realtà di cui io non dispongo, di cui non sono padrone, di cui percepisco la grandezza e la bellezza.

 Rispetto, dunque, significa guardare le persone e le cose da quella giusta distanza che consente di riconoscerne la dignità e la nobiltà. Per avere la giusta misura delle cose spesso occorre fare qualche passo indietro e guardarle un po’ più da lontano. Così è anche per le persone. C’è sempre il rischio di fare dell’altro una preda, considerarlo un prodotto a propria disposizione, qualcosa che è semplicemente “a portata di mano”. Rispetto è avere riguardo, cioè guardare con discrezione, con un certo pudore, sentendo che lo sguardo si sta posando su un bene prezioso che non è mio, che ha un’identità simile alla mia e che possiede una dignità altissima.

 Il rispetto è la prima cosa che ci aspettiamo dagli altri e che gli altri si aspettano da noi. Viene prima dell’affetto ed è indispensabile affinché l’affetto non diventi fusione fagocitante o confidenza irriverente. Il rispetto non è mai freddo. Non va confuso con la rispettabilità. È sempre accompagnato dalla sincera considerazione per la persona o la realtà cui si rivolge, dall’obbligo interiore di rendergli l’onore che merita. Per questo i sinonimi di rispetto sono considerazione e stima. Il rispetto è contemporaneamente riconoscimento dei diritti e dei doveri. Porta a superare una visione degli diritti che si rinchiude nell’ottica ristretta dell’io inteso come semplice individuo. Credo si possa dire che c’è una disuguaglianza più profonda di quella puramente economica ed è causata non da una mancanza di risorse, ma da una mancanza di rispetto. Si può essere più ricchi o più poveri, ma se ci si rispetta a vicenda si è realmente uguali.

 Il contrario del rispetto è l’arroganza, la prepotenza, la volgarità, la derisione, lo scherno, ma anche la maleducazione e l’indifferenza, come pure lo spreco e lo sperpero. Simili comportamenti – che feriscono la società in modo molto grave – nascono dalla nostra convinzione di poter fare di quel che ci circonda quello che vogliamo, considerando l’umanità un’aggregazione da sfruttare, l’ambiente una sorta di grande mercato e noi stessi semplicemente dei consumatori. Quando il nostro sguardo si affina e diventa rispettoso, l’umanità diviene la nostra grande famiglia, la natura viene riconosciuta come l’ambiente prezioso del nostro comune esistere, noi stessi diventiamo re e sacerdoti, in una prospettiva autenticamente spirituale.

 Il rispetto non può essere imposto dall’alto: se vogliamo una società migliore, dobbiamo ripristinarlo a partire dalle coscienze. È il compito di ciascuno di noi. Compito quotidiano. È soprattutto un compito educativo, che la generazione adulta è chiamata a svolgere nei confronti delle più giovani.

 La fede nel Vangelo fa sorgere dal profondo del nostro cuore un desiderio intenso, che vorremmo condividere con tutti gli uomini e le donne di buona volontà: fare della nostra città, della nostra società civile una società anzitutto rispettosa; una società in cui ci si guarda senza ferirsi; una società dove si cerca sinceramente di comprendersi e di stimarsi; una società in cui tutto ciò che merita onore riceve il giusto omaggio; una società dove il rispetto sia davvero di casa nelle sue forme molteplici e nobili: per rispetto per gli anziani, rispetto per i bambini, rispetto per le donne, rispetto per i genitori, rispetto per i più deboli, rispetto per gli stranieri, rispetto per le autorità, rispetto per le istituzioni, ma anche rispetto per chi sbaglia, rispetto dei sentimenti, rispetto degli ideali, in una parola di tutti. E poi per l’ambiente, per il pianeta, per la natura: per gli animali, le piante, le acque, le montagne i laghi e i fiumi.

 La forma estrema del rispetto è l’adorazione. Essa è dovuta a Dio, sorgente di ogni bene. È l’atteggiamento di chi riconosce che la realtà tutta intera porta in sé il segreto di una appartenenza che la oltrepassa, che cioè oltre il visibile sta l’invisibile.

 Ed eccoci allora di nuovo all’Eucaristia, al pane che in realtà è il Corpo di Cristo, la sua presenza amabile e misteriosa in rapporto con noi. Davanti all’Eucaristia ci inchiniamo, profondamente grati per questo dono che abbiamo ricevuto. Ma ci inchiniamo anche davanti al fratello e davanti al creato, sapendo di essere – nell’ottica della stessa Eucaristia – un dono gli uni per gli altri e di aver ricevuto in dono tutto il bello che ci circonda.

 A colui che è presente e nascosto nel pane che è il suo corpo, al Signore che si è fatto nutrimento per la vita del mondo, vorrei chiedere la grazia di fare della nostra città, della nostra società una società anzitutto rispettosa, un luogo dove la considerazione e la stima reciproca sono di casa. E vorremmo affidare alla forza benedicente dello Spirito santo gli sforzi onesti di tutti quegli uomini e di quelle donne che con retta coscienza e tenace generosità stanno operando per l’edificazione di un mondo sempre più ricco di vera umanità.

Lo Spirito abiti in voi

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada in Cattedrale durante le ordinazioni presbiterali dei sette diaconi del Seminario e uno dei Carmelitani Scalzi: don Giovanni Bettera, don Marco Bianchetti, don Marcellino Capuccini Belloni, don Matteo Ceresa, don Nicola Ghitti, don Daniel Pedretti, don Luca Pernici e padre Samuele dell’Annunciazione

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, questa solenne celebrazione ci riempie di gioia. Alla vigilia della grande Festa della Pentecoste, siamo riuniti per invocare il dono dello Spirito su questi otto giovani che il Signore ha voluto chiamare al ministero del presbiterato, donandoli alla Chiesa come pastori e al mondo come singolari testimoni della sua potenza di salvezza.

Saluto con affetto sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, che ha voluto condividere con noi questo momento e onorarci della sua presenza.

Con uguale affetto saluto il vescovo Bruno e il vescovo Marco e li ringrazio per la loro graditissimapartecipazione.

Saluto tutti voi, carissimi sacerdoti e diaconi, che con la vostra nutrita presenza esprimete all’intero popolo di Dio la chiara convinzione della grandezza e dignità del vostro ministero, ricevuto per grazia ed esercitato nell’umiltà.

Saluto tutte le consacrate e i consacrati, in particolare il Superiore dell’Ordine dei Carmelitani, che condivide con tutti noi la gioia dell’ordinazione presbiteriale di uno dei suoi figli spirituali.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolari i sindaci dei paesi di provenienza dei nostri Candidati.

Saluto tutti voi che siete qui, che riempite questa nostra amata cattedrale, soprattutto voi giovani, ragazzi e ragazze. Voi ci dimostrate che il fascino della Vangelo e la sua forza di bene non sono spenti, che donare se stessi al Dio della vita nel servizio dei fratelli non lascia indifferenti. Vi chiedo di rimanere aperti all’opera di grazia che il Signore sicuramente sta compiendo anche in ciascuno di voi.

Infine, ma non per ultimo, saluto voi, carissimi ordinandi. Vi ringrazio per aver accolto la chiamata del Signore, per avergli consentito di compiere in voi la sua opera, giungendo a questo momento, che in verità costituisce un punto di arrivo e insieme un nuovo punto di ripartenza. Siate certi che il Signore non vi deluderà. Nella sua fedeltà e nella misura della vostra fede, farà della vostra vita un segno luminoso della sua gloria e la riempirà di quella gioia che viene solo dall’alto. Insieme a voi saluto e ringrazio i vostri genitori e i vostri familiari. Chiedo al Signore di ricompensarli per la loro disponibilità e generosità, non priva oggi di un certo coraggio.  Seguire e accompagnare un proprio figlio o fratello nel cammino della vocazione di speciale consacrazione a Dio, accettando di vedere segnata anche la propria vita personale da questo evento misterioso, non è cosa da poco. Sappiamo, tuttavia, che il Signore non si lascia mai superare in generosità. Egli non mancherà di darvene chiara dimostrazione.

 L’ordinazione presbiterale di questi nostri giovani fratelli avviene – come già ricordato – alla viglia della Pentecoste. La circostanza la rende ancora più solenne e ci invita a considerare il dono del ministero apostolico nell’orizzonte dell’effusione dello Spirito. È lo Spirito santo che fa esistere la Chiesa come popolo dei redenti, come sacerdozio regale e nazione santa. Grazie allo Spirito santo la Chiesa diviene, per grazia e in umiltà, la città posta sulla cima del monte, punto di riferimento per l’umanità in cammino nella storia. Dallo Spirito santo provengono poi tutti quei doni che consentono alla Chiesa di essere se stessa, e tra questi il ministero dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, servitori del popolo di Dio e dell’umanità intera nel nome di Cristo.

 La presenza e l’azione dello Spirito santo nel mondo sono invisibili. Non trovano riscontro sensibile. Se ne vedono tuttavia i segni, le tracce che si imprimono nel vissuto delle persone e nel percorso della storia. Nulla potremmo dire dello Spirito santo se non avessimo la testimonianza della Parola di Dio, in particolare della sacra Scrittura. Le letture che sono state proclamate in questa liturgia diventano perciò preziose. Mettiamoci dunque umilmente in ascolto, per cogliere qualche risonanza che ci aiuti a vivere questa celebrazione con tutta l’intensità che merita.

 Vorrei partire dal brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato. Chi scrive ricorda un episodio di cui fu spettatore e che dovette rimanergli fortemente impresso. Dice: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beve chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva»”. Siamo a Gerusalemme durante la grande festa ebraica delle Capanne. Il settimo giorno di quella festa si compiva una cerimonia suggestiva: verso sera, il Sommo sacerdote andava ad attingere acqua con una brocca d’oro alla fonte di Ghion, che alimentava la piscina di Siloe, e la portava al tempio accompagnato in processione dal popolo festante. Giunto nel grande cortile del santuario, illuminato a giorno da enormi bracieri, il Sommo sacerdote versava l’acqua sull’altare girandovi intorno per sette volte.

 Nel cuore della festa, dunque, mentre si tiene questa solenne processione, Gesù si alza e grida: “Chi ha sete venga da me. Io posso dare l’acqua che veramente disseta”. L’impressione suscitata nei suoi discepoli ma anche negli altri dovette essere fortissima. Un invito simile era già stato rivolto da lui in modo molto più discreto alla donna samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », saresti stata tu a chiedere da bere a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4,10). È l‘evangelista stesso a spiegarci in che cosa consiste l’acqua di cui Gesù parla: “Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. E aggiunge: “Infatti non vie era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”. Fortemente attento alla dimensione simbolica degli eventi, lo stesso evangelista ricorderà che, poco dopo la morte in croce di Gesù, quando uno dei soldati trafiggerà il suo fianco con una lancia, da quella ferita non uscirà soltanto il sangue ma anche l’acqua. Diviene così simbolicamente evidente quanto accaduto in segreto con la morte del Signore. Esalando l’ultimo respiro e reclinando il capo nella morte, in realtà Gesù dona lo Spirito, apre cioè la strada, dentro la storia umana, alla discesa in campo del Paraclito. Il mistero pasquale è nella prospettiva di Dio profondamente unitario. Con la morte del Figlio Unigenito del Padre, da lui accettata per amore, è stata spianta allo Spirito la strada della nostra santificazione. Si compie così promessa del profeta Isaia: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).

 Così – cari ordinandi – questo è il nostro primo augurio e il primo invito che vorrei rivolgervi come vescovo. Siate uomini che attingono alle sorgenti della salvezza, siate uomini spirituali, che si lasciano raggiungere da quest’acqua viva che il cuore di Cristo ha fatto sgorgare a beneficio del mondo. Siate esperti dell’invisibile, conoscitori appassionati di ciò che i sensi non possono raggiungere, siate frequentatori, nel raccoglimento, del mistero santo di Dio, di cui solo lo Spirito santo custodisce il segreto. Non inseguite – come ammonisce il profeta Geremia – le cisterne screpolate, che perdono acqua. Dissetatevi alle sorgenti della vita eterna. Aprite la mente e il cuore all’opera di colui che la tradizione cristiana ama definire padre dei poveri, dolce ospite dell’anima, dolce sollievo. Potrete così sperimentare il frutto della sua azione rigenerante. Sarete custoditi nell’esperienza della vita nella sua forma più vera. Ne gusterete la bellezza.

 È sempre la Parola di Dio a istruirci sui frutti dello Spirito santo, cioè sui molteplici risvolti di quella vita nuova che viene inaugurata in noi dalla sua azione di salvezza. Alla luce delle altre due letture che l’odierna liturgia ci ha proposto, credo che tra i frutti che intervengono a costituire la realtà della vita secondo lo Spirito se ne possano in particolare individuare tre, che vorrei considerare nella prospettiva del ministero apostolico e rendere oggetto di una breve riflessione. Essi sono: la comunione, la speranza e la preghiera.

 Anzitutto – cari ordinandi – lo Spirito santo potrà fare di voi degli uomini di comunione. Vi insegnerà a non considerare ostacoli le differenze che esistono nel mondo umano. Che gli uomini sono diversi non significa che sono degli estranei o degli avversari o addirittura dei nemici. È sempre molto forte la tentazione di Babele, che consiste – come si comprende bene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato – nella tendenza a vincere la paura delle diversità attraverso la logica cieca e violenta del potere. I figli di Babele costruiscono una città semplicemente con le proprie forze, secondo un proprio progetto, per farsi un nome. Edificano una torre che raggiunga il cielo, che cioè consenta di dominare dall’alto sulla grande città da loro costruita, prendendo il posto di Dio e creando una condizione di uguaglianza forzata. È la logica dell’impero che è propria di Satana e che lui stesso aveva tentato di imporre allo stesso Messia, quando, nel deserto, si era avvicinato per distoglierlo dalla sua missione di salvezza. A questa logica distruttiva lo Spirito santo sostituisce quella della comunione nell’amore, che suppone il rispetto delle differenze, l’accoglienza, il riconoscimento della dignità altrui, la collaborazione sapiente, la solidarietà, la mitezza, l’umile pazienza. Come insegna il Libro degli Atti degli Apostoli, gli apostoli della Pentecoste sono uomini di comunione, che parlano tutte le lingue, che creano unità senza mortificare nessuno.

 Carissimi ordinandi, siate dunque, proprio perché spirituali, uomini di comunione. Dimostrate al mondo che è possibile vivere insieme, in armonia, nella reciproca simpatia, nel reciproco affetto, di più, in una vera fraternità. Vivete questo anzitutto all’interno del presbiterio. Stimate i vostri confratelli sacerdoti, collaborate con loro, confrontatevi, condividete, in una parola, amateli. E guidate le comunità cristiane nella stesa direzione. Ci è affidato un compito epocale: unire le parrocchie in un cammino comune, senza mortificarle. Ricordate loro che sono sorelle, chiamate a riconoscersi parte della grande Chiesa diocesana e perciò a darsi la mano. Voi, che di queste comunità sarete pastori, siate dunque uomini di comunione.

 Siate poi uomini della speranza. “Fratelli – scrive san Paolo nel passaggio della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato – sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8, 22-24). La speranza permette di vedere ciò che ancora non esiste a partire dalle tracce che invece già sono riconoscibili. Occorre però superare il confine del sensibile. Il presente apre sull’avvenire senza ansia e con serenità quando lo Spirito che abita il nostro mondo interiore ci fa sentire accolti nell’abbraccio vittorioso del Cristo risorto. Gemiamo interiormente – dice san Paolo – aspettando la piena rivelazione dell’opera di Gesù, opera di misericordia e di santificazione. Questi gemiti non sono lamentazioni cariche di malinconia. Non son neppure lacrime di disperazione. Non siamo gente ormai rassegnata al peggio, disarmata e impotente di fronte a un destino inesorabile. Siamo uomini della speranza, ambasciatori del Cristo vittorioso, araldi della buona notizia che, come un lampo, ha illuminato la storia.  Riusciamo a guardare le profonde ferite del mondo senza lasciarci spaventare, senza paura, senza rabbia, senza inerte rassegnazione. Noi crediamo nella potenza dello Spirito che ha reso eterno l’atto di amore del Cristo crocifisso. Vogliamo perciò dare alla nostra esistenza la forma di un servizio per la gioia dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

 Come ministeri della Chiesa – cari ordinandi – voi siete chiamati a dare questa testimonianza. Non temete il mondo di oggi. Non condannatelo. Non fuggitelo. Non siate nostalgici e lamentosi. Conservate alla vostra giovinezza la freschezza che le è propria e mettetela a disposizione dell’annuncio evangelico. Ricordate che l’unico giudizio che i cristiani conoscono è quello dell’amore crocifisso. Amate dunque il mondo così come il Cristo lo ha amato. Amare il mondo non vuol dire conformarsi a ciò che lo disonora e lo sfigura. Vuol dire salvarlo nella potenza dello Spirito santo e farsi custodi della sua speranza. Amate soprattutto i più deboli e i più poveri. Fatevi loro compagni di viaggio. Tenete accesa con loro la lampada, fate in modo che non vengano tradite le loro attese, non permettete che il sorriso si spenga per sempre sul loro volto. Siate disposti a prendere sulle vostre spalle, per quanto vi sarà possibile, i pesi che stanno gravando sulle loro.

 Infine la preghiera. “Allo stesso modo – abbiamo ascoltato sempre nella seconda lettura – anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). La vera preghiera si riceve dallo Spirito santo nella forma di una sua benefica intercessione. La preghiera suppone infatti un rapporto personale con Dio, una conoscenza di lui che l’uomo da solo non si può dare. È lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. È lui che colma la misura eccedente di questa conoscenza altrimenti impossibile. Lo dice bene san Paolo, quando scrive agli Efesini: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3,17-19).

 Di questa esperienza – cari ordinandi – c’è immensamente bisogno. Sappiate che da questa interiore inabitazione del Cristo per la potenza dello Spirito dipenderà l’intero vostro ministero e – prima ancora – la vostra stessa vita di credenti. Siate dunque uomini di preghiera, siate esperti di vita interiore, siate appassionati ascoltatori della Parola di Dio e amministratori fedeli del tesoro dei Sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia. Nulla andrà anteposto a questa ricerca intima e personalissima della comunione con Cristo, di cui lo Spirito santo è l’artefice.

 Uomini spirituali, uomini di comunione, uomini della speranza, uomini di preghiera. Ecco – cari fratelli nel Signore – che cosa la Parola di Dio oggi vi raccomanda di essere, mentre vi accingete a ricevere il dono del presbiterato. E noi volentieri facciamo eco a questo invito, trasformandolo in una umile supplica per voi. La nostra voce, carica di affetto, sale al Padre per domandare a vostro favore la grazia di questa testimonianza, così preziosa per la Chiesa ma anche così attesa dal mondo.

 La Beata Vergine Maria, che per la potenza dello Spirito santo divenne Madre di Dio e Madre della Chiesa, vi accompagni nel vostro cammino con la sua materna tenerezza, vi renda sempre vigilanti e vi custodisca nella pace.

Testimoni della santità di Dio

L’omelia della Messa crismale pronunciata dal vescovo Pierantonio in cattedrale

Carissimi presbiteri e diaconi,
fratelli nel Signore e ministri della sua santa Chiesa,

la solenne celebrazione di questa Eucaristia, nella cornice del Giovedì santo e con la consacrazione dei sacri oli, è l’occasione preziosa e attesa per la convocazione intorno al vescovo di tutto il presbiterio diocesano e della comunità dei diaconi. È un momento privilegiato nel quale anche meditare insieme sulla missione che ci è stata affidata, ma ancora prima per esprimere a Dio la giusta gratitudine per il grande dono ricevuto. Essere ministri della Chiesa in forza dell’ordinazione sacramentale è una grazia immeritata, un’espressione singolare della misericordia di Dio. Non è un vanto, non è un privilegio, non è un titolo onorifico e nemmeno un riconoscimento. È una chiamata che il Signore ci ha rivolto, esclusivamente per sua condiscendenza, e un compito che noi ci siamo assunti davanti a lui in piena libertà. Abbiamo risposto con amore al suo amore e abbiamo messo la nostra vita nelle sue mani. Siamo diventati servitori di Cristo e tali ci dobbiamo considerare, per il bene della Chiesa e del mondo. Siamo infatti ministri nella Chiesa e ministri per la Chiesa, siamo parte del popolo di Dio e insieme responsabili del popolo di Dio, chiamati a guidarlo verso l‘intera umanità nello slancio generoso dell’annuncio del Vangelo.

Ed ecco allora che subito sorge spontanea una domanda: che cosa si attende da noi il popolo di Dio? Che cosa gli dobbiamo in quanto ministri di Cristo? Cosa siamo chiamati ad offrire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle nella fede che ancora guardano ai ministri di Cristo con affetto e deferenza? Ma poi la domanda si allarga, oltrepassa i confini ecclesiali e – potremmo dire – acquista la forma della sollecitazione proveniente dai confini del mondo: che cosa si attendono da noi, che cosa vorrebbero vedere in noi, quanti non sono avvezzi agli ambienti ecclesiali, quanti sono – almeno all’apparenza – distanti dalla nostra esperienza di fede, quanti sono indifferenti o addirittura fortemente critici nei confronti della Chiesa? La risposta non sarà molto diversa da quella che dovremmo formulare se ponessimo la domanda ancora più radicale, in realtà la vera domanda rivolta ai ministri di Cristo: che cosa si attende da noi il Signore, il Cristo crocifisso e risorto che ci ha voluto eleggere, consacrare e inviare?

La forza della testimonianza. Credo si attenda, insieme con tutti gli altri nostri fratelli e sorelle vicini e lontani, che siamo anzitutto ed essenzialmente degli uomini veri e perciò dei testimoni della sua santità. In tutti gli esseri umani vi è il desiderio, intenso e spesso inconfessato, di incontrare persone di cui ci si può fidare, che non ci facciano mai del male, che ci guardino con rispetto, che si prendano a cuore la nostra situazione, che sappiano davvero ascoltarci, che non approfittino delle nostre fragilità, che abbiamo piacere di aiutarci: volti amabili a cui rivolgerci con totale fiducia. Di questo il nostro cuore ha assoluto bisogno: di poter riconoscere nelle parole e negli atti umani quella carità consolante la cui sorgente – non sempre riconosciuta – è Dio stesso. La carità è infatti l’altro nome della santità e la santità è la forma vera dell’umanità. Ecco dunque che cosa ci si aspetta anzitutto dai ministri di Cristo: un forte senso di umanità, che si manifesti nello stile di una vera carità.

Meditando le lettere di san Paolo, si comprende bene in che modo la carità che rende santa l’umanità si declina nella vita di ogni giorno. La carità è infatti un florilegio di virtù, la cui radice è l’ineffabile mistero di Dio. Pur essendo più della somma della virtù, la carità riunisce in sé ciò che nobilita l’uomo. È infatti pazienza, umiltà, benevolenza, mitezza, fedeltà, fortezza, onestà, sincerità: espressioni molteplici di quella straordinaria realtà che fa grande l’uomo (cfr. 1Cor 13,4-7). E questa è appunto l’umanità che si vorrebbe sempre vedere, l’umanità santificata dalla carità Di tale umanità siamo chiamati a offrire testimonianza come ministri ordinati. Si potrà obiettare che in verità questo è il compito di ogni battezzato. È così. Ma appunto, anche noi ministri – vescovi, presbiteri e diaconi – siamo prima di tutto dei battezzati in Cristo, chiamati come i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede alla santità della carità, alla santità che trasfigura l’umanità. Questo è dunque il primo compito per noi come per tutti: per noi a maggior ragione, in forza del ministero che ci è stato affidato.

Ricchi di umanità e carità. Cari presbiteri e diaconi, siate dunque prima di tutto persone ricche di umanità. Siate uomini che vivono la carità nelle sue molteplici espressioni. Coltivate quelle virtù umane che la Parola di Dio raccomanda e che la gente semplice tanto apprezza: siate onesti e sinceri; siate accoglienti, amabili, e pazienti; siate fermi quando è necessario ma mai rigidi e arroganti, fate sentire la tenerezza del Cristo anche quando dovrete essere necessariamente severi o intervenire per correggere. Non comportatevi come padroni nei confronti del popolo di Dio, non mortificate gli altri, non siate arroganti e presuntuosi, non ritenete che la ragione sia sempre e comunque dalla vostra parte. Ricordate che il cammino della santificazione esige una conversione permanente e che il segno più chiaro della trasformazione del cuore ad opera dello Spirito santo – come ci insegnano le sante Scritture – è l’umiltà. L’orgoglio, infatti, è il grande peccato da cui sempre occorre guardarsi (cfr. Sal 19,14).

La santità battesimale assumerà poi per voi una sua forma più specifica in rapporto al ministero cui siete stati chiamati. La vostra carità di discepoli diventerà anche carità apostolica. Per voi presbiteri essa verrà a identificarsi con la carità del pastore saggio e coraggioso, per voi diaconi con quella del servitore solerte e generoso. La carità apostolica sarà la via della vostra santificazione e il vostro ministero, nel suo concreto e quotidiano esercizio, vi potrà condurre alle altezze della perfezione. Lo dice bene il Concilio Vaticano II quando, parlando dei presbiteri, così si esprime: “I presbiteri sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro” (Presbyterorum Ordinis, 12). In quanto predicatori della Parola, ministri della Liturgia e dei Sacramenti, guide autorevoli e amorevoli delle comunità, formatori delle coscienze, presenze consolanti e sananti nei momenti di dolore e di sbandamento, voi – cari presbiteri – potrete condurre a compimento quella chiamata alla perfezione che vi è stata rivolta e che rappresenta la caparra della vostra beatitudine. In modo analogo questo si dovrà dire per voi – cari diaconi – nella prospettiva di un servizio che si apre su un vasto orizzonte, ma che sempre includerà l’annuncio della Parola e l’attenzione ai poveri.

L’unità della vita. Un seria difficoltà in ordine alla santificazione mediante il ministero è costituita in questo momento dalla obiettiva fatica a conferirgli la necessaria unità. Già lo riconosceva con sorprendente lucidità il Concilio Vaticano II: “Anche i presbiteri – si legge in Presbyterorum Ordinis – immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell’azione esterna (PO, 14)”. La profonde trasformazioni attualmente in atto, il dilatarsi dello spazio di azione pastorale e il moltiplicarsi del numero di comunità parrocchiali affidate ai presbiteri, il rapporto con le strutture divenute in qualche caso oltremodo onerose, le incombenze di tipo gestionale amministrativo con le responsabilità connesse, più in generale la situazione sociale estremamente fluida rendono oggi particolarmente complesso il compito del ministero. Sta realmente cambiando il panorama del vissuto sia sociale che ecclesiale e tutto ciò domanda una seria riconsiderazione del nostro modo di agire. Non potremo sottrarci a questo importante compito di discernimento. Né in verità abbiamo alcuna intenzione di farlo. Con l’aiuto dello Spirito del Signore affronteremo l’impegno con serenità e coraggio. Non permetteremo che una diffusa sensazione di smarrimento o di resa faccia discendere sul nostro ministero un velo di malinconia. Vogliamo continuare ad essere, nel nome di Gesù, seminatori di gioia e di speranza.

Una verità, tuttavia, merita di essere richiamata con chiarezza, una verità che tocca il cuore della questione e fissa un punto decisivo. È sempre il Concilio Vaticano II a indicarcela: “Per ottenere questa unità di vita – si legge sempre in Presbyterorum Ordinis – non bastano né l’organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità. L’unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera”. (PO, 14).  Ecco dunque il segreto di una vera unità di vita nel ministero: la profonda sintonia con il Padre e il desiderio di riconoscere e compiere in ogni momento la sua volontà. “Se uno mi ama – aveva detto Gesù ai suoi discepoli – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Comunione con il Padre in Cristo: l’unità di vita si decide non all’esterno ma all’interno di noi stessi, là dove il cuore e la mente si fondono nella percezione amorosa e costante del mistero di Dio e si aprono alla conoscenza della sua santa volontà.

La bellezza della preghiera. Ed eccoci allora a parlare della bellezza della preghiera e della sua necessità nella vita dei ministri di Cristo. La preghiera, infatti, è indispensabile per giungere progressivamente a questa sintonia con il Padre celeste che unifica la nostra vita. Come ho scritto nella mia lettera pastorale, la testimonianza dei santi dimostra come “la preghiera sia prima di tutto ed essenzialmente un movimento del cuore, un atteggiamento interiore permanente, un sentire Dio e un sentirsi in Dio in ogni momento”. Di essa c’è assoluto bisogno nel cammino della propria santificazione. I ministri di Cristo, sono – potremmo dire – per definizione uomini di preghiera, uomini che conoscono e amano Dio. Il popolo di Dio ne è consapevole e questo anzitutto si attende da loro. La gente di fede, infatti, ama vedere i propri sacerdoti e i propri diaconi in preghiera, assorti nel dialogo silenzioso con Dio; si sente rassicurata e consolata dalla loro assidua orazione. La Parola di Dio, dal canto suo, esorta tutti, e in particolare i ministri, a imparare l’arte della preghiera incessante (1Ts5,16-18), capace di trasformare l’intera vita quotidiana in un culto spirituale reso a Dio (cfr. Rm 12,1-2). Ma la preghiera normalmente diviene incessante solo dopo molto tempo e grazie alla fedeltà riservata ai momenti di preghiera che scandiscono la vita.

Sarà dunque essenziale – cari presbiteri e diaconi – che questi momenti di preghiera non manchino mai nella vostra vita quotidiana e che non siano frettolosi. Non siate avari nel dare tempo al dialogo con Dio. Siate generosi. E poi siate perseveranti, risoluti nel difendere i tempi della preghiera personale. Abbiate l’umiltà di riconoscervi bisognosi di una regola e di una disciplina. Decidete bene dove e quando collocare i momenti della vostra preghiera all’interno della giornata, della settimana, del mese e dell’anno. Valorizzate quanto proposto dalla Formazione del Clero – penso in particolare ai ritiri mensili – ma sentitevi liberi di riservare anche tempi da voi personalmente scelti. Non siate rigidi nel definire le modalità della vostra preghiera – la vita spesso ci costringe a cambiare i programmi – ma siate rigorosi.

Vi raccomando in particolare la Liturgia delle Ore, che non è semplice preghiera personale, ma preghiera delle comunità cristiane e della Chiesa intera. A questa preghiera tutti noi ministri ordinati ci siamo impegnati con giuramento, proprio perché necessaria alla Chiesa. Non lasciate la nostra Chiesa priva di una preghiera così preziosa.

Tenere in alta considerazione la preghiera di intercessione per il nostro popolo: onorate le richieste di preghiera che le persone vi affidano e non trascurate di affidare al Signore le persone della vostre comunità. A questa preghiera di intercessione aggiungete quella per tutte le vocazioni, in particolari per le vocazioni al ministero apostolico e alla vita consacrata.

Insegnare a pregare. Vi chiedo, infine, di fare ogni sforzo per educare alla preghiera i nostri ragazzi e i nostri giovani. Dobbiamo sentire come particolarmente urgente il compito di introdurre le nuove generazioni nell’esperienza consolante della preghiera. È essenziale riuscire a farla loro gustare. Non la sentano come un obbligo, non la confondano con la semplice ripetizione di formule imparate a mente. Le preghiere tradizionali sono un patrimonio prezioso, ma rischiano di rimanere fredde. Tutto dipende dal modo in cui vengono recitate. Il segreto della preghiera sta infatti nello slancio del cuore, nell’amore sincero per Dio, nell’intimità spirituale con lui, nella gioia di rivolgersi a lui e di sentirsi suoi. Sappiamo poi bene che la via dell’educazione alla preghiera è la preghiera stessa, che cioè si impara a pregare pregando e pregando bene. Non c’è altra strada. Abbiate dunque a cuore i momenti della preghiera con i ragazzi e i giovani, preparateli con grande cura e viveteli con intensità.

Ambasciatori della misericordia. Questo è quanto mi premeva comunicarvi nel momento di grazia che stiamo vivendo. I santi oli che in questa celebrazione vengono benedetti ci ricordano anche la nostra ordinazione sacramentale. Anche noi, con il Signore Gesù e nel Signore Gesù per la potenza dello Spirito santo, siamo stati consacrati con l’unzione, siamo stati mandati a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Siamo divenuti per grazia ambasciatori della sua misericordia. Non abbiamo alcun merito da vantare. Noi per primi siamo da annoverare tra i poveri che attendono da Dio il lieto annuncio e i prigionieri che anelano alla liberazione; i cuori spezzati le cui piaghe il Signore è venuto a sanare sono anzitutto i nostri; per noi prima di tutti gli altri il Cristo risorto viene a proclamare l’anno di grazia del Signore, poiché nulla saremmo senza la sua misericordia. Prima di essere stati da lui scelti e inviati, siamo stati da lui amati e salvati. Mai potremo ricambiare una simile meravigliosa condiscendenza.

Con questa celebrazione entriamo ormai nel santo triduo pasquale. Al Signore della gloria, crocifisso per noi e per noi risorto, rivolgeremo il nostro sguardo ammirato e riconoscente. Chiediamo a lui che il nostro ministero sia riflesso della sua luce, sia testimonianza della sua grazia, sia segno della sua vittoria. Nulla possiamo senza di lui e tutto possiamo grazie a lui. A lui la lode e la gloria nei secoli.  Amen.

Il vescovo ai giovani: fate il bene

Sul modello della parabola del Buon Samaritano, il Vescovo, durante la Veglia delle Palme, ha esortato i giovani a prendersi cura dell’altro. E ha indicato anche alcune azioni concrete. Tra le scelte da fare, ha ricordato l’importanza dell’impegno politico

Cari giovani,

questa nostra cattedrale ci vede riuniti per un appuntamento che è diventato tradizionale e a cui anch’io tengo molto. Entriamo nella Settimana Santa e lo facciamo insieme anche grazie a questa Veglia di preghiera nella Domenica delle Palme, cui voi in particolare siete invitati. Ci apprestiamo a rivivere la Passione del Signore. Il nostro sguardo si fermerà sul Cristo crocifisso, sul suo volto offeso, sul suo corpo straziato. Ciò che non vedremo, che potremo solo percepire nella misura della nostra fede, è il sentimento del suo cuore: una benevolenza infinita per l’intera umanità, prigioniera spesso inconsapevole della sua malvagità. In questa grande misericordia, che nell’abbraccio della croce vince il male con il bene, va ricercato anche il segreto della stessa risurrezione del Signore, potenza di salvezza che si irradia dal suo cuore trafitto.

Siamo invitati questa sera a varcare la soglia della Settimana Santa ponendoci in ascolto di un testo del Vangelo di Luca che conosciamo bene e che ci è molto caro. L’abbiamo appena sentito proclamare. Si tratta della parabola del “buon samaritano”. Siamo abituati a definirla così. In realtà il samaritano della parabola non viene qualificato in questo modo: non si dice cioè che egli è buono. È piuttosto il suo comportamento che ha condotto le generazioni cristiane a formulare nel tempo – legittimamente – questo giudizio su di lui. In che cosa consiste dunque questa sua bontà? Perché diciamo giustamente di lui che è un uomo buono?  Sono domande che già sollecitano la nostra attenzione. E da subito vi inviterei a cogliere nel comportamento del protagonista di questa parabola un’eco particolare della rivelazione di Gesù. Vi esorto, cioè, a leggerla pensando alla sua persona e alla sua missione. Potremmo infatti dire che, raccontando questa parabola, Gesù parla di sé. Il suo pensiero è all’opera di salvezza che troverà compimento nella sua passione e risurrezione ormai prossima. L’intera vita di Gesù è stata una testimonianza d’amore. La parabola del buon samaritano ne mette bene in evidenza un aspetto molto importante, che proverei a esprimere così: la cura amorevole per l’umanità ferita. Chinarsi sull’umanità straziata dal male con la tenerezza di un cuore commosso e metterle a disposizione tutte le energie che si possiedono è indubbiamente un modo molto evidente ed efficace per dimostrarle il proprio amore. Così ha fatto il samaritano nei confronti dell’uomo incappato nei briganti; così ha fatto il Cristo nei confronti dell’intero genere umano; così siamo chiamati a fare noi, se davvero vogliamo essere suoi discepoli.

Su questo – cari giovani – vorrei dunque questa sera meditare con voi: sulla necessità di prendersi cura dell’umanità, facendosi carico del suo destino. Un simile compito – ne sono convinto – riguarda tutti, ma soprattutto riguarda voi. La giovinezza è infatti il tempo in cui le energie sono fresche, gli orizzonti ampi, lo slancio del cuore potente. È in questa stagione che si decide della propria vita. Ecco dunque una decisione da prendere mentre si è giovani: sentire il mondo come la propria casa e prendersi cura del prossimo. Lo Spirito santo vi aiuterà a capire che cosa questo vorrà dire per ciascuno di voi.

Ma veniamo dunque alla lettura del nostro brano di Vangelo. La parabola che Gesù racconta ha una sua ragion d’essere. Tutto parte dalla richiesta di un dottore della legge, cioè da un esperto delle Scritture e della Tradizione giudaica. Costui gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù risponde rinviandolo a quella stessa legge di cui è maestro: “Che cosa sta scritto nella legge? Tu come la leggi?”. La risposta del dottore della legge è molto bella e per certi aspetti inattesa. A suo giudizio, infatti, tutta la legge si riconduce a questa duplice richiesta: amare Dio con tutto se stesso (cuore, anima, forza, mente) e amare il prossimo come se stesso. Si tratta di un’interpretazione suggestiva, che riassume nel comandamento dell’amore una normativa complessa di più di seicento precetti. Colpisce in particolare l’unificazione che qui avviene tra la dimensione verticale e la dimensione orizzontale: l’amore fa sintesi tra la relazione con Dio e la relazione con gli altri. Questi ultimi, poi, sono qualificati come “il prossimo”, cioè vicini, non distanti, non estranei, non nemici. Dunque, chi ama Dio amerà anche il prossimo; chi non ama il prossimo non potrà dire di amare Dio.

A questo punto però l’illustre interlocutore, volendo giustificarsi, pone una seconda domanda. Dice: “E chi è il mio prossimo?”, cioè: “Chi devo considerare come un vicino tra i diversi soggetti che la vita mi fa incontrare? A chi devo quell’amore che per me discende necessariamente dall’amore per Dio? Ai miei parenti? Ai miei amici? Ai miei connazionali? A chi mi fa del bene?”. Su questo punto Gesù ritiene ci si debba soffermare attentamente e questa volta offre la sua risposta. Lo fa appunto raccontando la parabola. Ascoltiamola dunque bene anche noi, cercando di capirne il senso profondo.

Un uomo – dice Gesù al suo interlocutore – viene a trovarsi all’improvviso in una situazione estremamente critica. Mentre percorre incautamente la strada che in pieno deserto scende da Gerusalemme a Gerico, è assalito dai briganti, che gli rubano tutto ciò che ha, lo percuotono a sangue e lo abbandonano al suo destino. Rimane accasciato e sanguinate sul ciglio della strada.

Un sacerdote prima e poi un levita si trovano per caso a passare per quella stessa strada. Anch’essi stanno scendendo da Gerusalemme a Gerico. Con ogni probabilità sono stati al tempio: sono infatti – li potremmo definire così – due “uomini della religione”. Il sacerdote è colui che compie i riti sacrificali e il levita è il suo assistente. Entrambi vedono quell’uomo tramortito e sanguinante. “Certamente si avvicineranno – verrebbe da pensare – e lo aiuteranno”. Non è così. Passano oltre tenendosi accuratamente a distanza. Il testo rimarca in entrambi i casi questo particolare: non si avvicinano. Li può giustificare il fatto che il contatto con il sangue nella normativa giudaica rendeva impuri? La retta coscienza direbbe di no. Di più: una retta coscienza avanzerebbe seri dubbi su una religione che per qualsiasi ragione ti impedisce di soccorrere un disperato.

Ed eccoci al samaritano. Merita ricordare – come dimostra il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 4,9) – che i Samaritani erano considerati dai Giudei stranieri e nemici, gente impura da cui tenersi lontano. Quest’uomo, che ogni Giudeo disprezzerebbe, si comporta nella circostanza in modo esemplare, opposto a quello dei due autorevoli Giudei che lo hanno preceduto. Egli non si tiene lontano dallo sfortunato viaggiatore ma gli si avvicina: si fa prossimo dell’uomo abbandonato sul ciglio della strada e in questo modo lo rende prossimo a se stesso.

Dobbiamo fare molta attenzione ai verbi che descrivono il comportamento del samaritano. La parabola qui entra nel dettaglio. Si dice anzitutto che egli, alla vista di quell’uomo si commuove. Il verbo utilizzato è molto forte: allude a un moto interiore di compassione, a un fremito di pietà che nasce dal profondo, istintivo e incontenibile. Qui in gioco ci sono i sentimenti. La sofferenza di questo sconosciuto trafigge il cuore di un uomo che subito si rivela buono. Dal cuore si passa poi alla mente e alle mani, cioè all’azione. L’anonimo samaritano si attiva con lucidità e determinazione. Lo fa prendendosi cura di questo sconosciuto con un’azione che si articola – potremmo dire così – a tre livelli: anzitutto ad un livello immediato, cioè di primo soccorso, versando lì sul posto olio e vino sulle ferite sanguinanti; poi ad un secondo livello, che potremmo definire di assistenza, caricandolo sulla sua cavalcatura, conducendolo ad una locanda e vegliandolo per l’intera notte; infine, ad un terzo livello, che potremmo qualificare di assicurazione o di messa in sicurezza, estraendo del denaro, chiedendo all’albergatore di prendersi cura di lui nei giorni a venire e impegnandosi – pericolosamente – a rifonderlo di quanto avesse speso in più per il suo pieno ristabilimento.

Il senso della parabola diviene così chiaro e permette di rispondere alla domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Ecco chi è secondo Gesù il “nostro prossimo”: è colui al quale noi ci avviciniamo per primi, annullando qualsiasi distanza; è colui che rendiamo vicino a noi facendoci noi vicini a lui, lasciandoci commuovere dalla sua sofferenza, prendendoci cura di lui con intelligenza e generosità, condividendo il suo desiderio di vita.

Questo è l’appello che vorrei accogliessimo questa sera, l’invito che credo il Signore rivolga – cari giovani – in particolare a voi all’inizio di questa Settimana Santa. Lo formulerei così: siate persone che sanno prendersi cura, fatevi prossimo di ognuno che incrocia la vostra strada. Ricordatevi di questo samaritano, che in verità è figura del Cristo Signore.

Prendersi cura è un modo concreto di amare, una delle forme più efficaci della carità. Per coglierne pienamente la verità e la bellezza occorrerà tuttavia ricordare, alla luce di questa parabola, che la cura per il prossimo ha due versanti reciprocamente connessi: quello del sentire e quello dell’agire, quello del cuore e quello della mente e della mano. Prendersi cura significa intervenire a favore degli altri, ma prima ancora significa guardarli con bontà. Solo chi si lascia ferire dalle ferite altrui le saprà curare. C’è bisogno anzitutto di un grande cuore, di uno sguardo commosso. C’è bisogno di rispetto e di affetto. La cronaca anche recente ci dimostra purtroppo che della debolezza altrui si può approfittare e che sulle fragilità si può infierire. Il bullismo tra i ragazzi, gli insulti razzisti tra gli adulti, l’abuso sui minori, la violenza nei confronti delle donne, i maltrattamenti degli anziani, lo sfruttamento di chi ha bisogno di lavoro sono segnali inquietanti e dolorosi. E poi c’è l’indifferenza, il passare oltre, il far finta di non vedere o addirittura il fastidio di fronte a chi è fragile. Voi – cari giovani – non siate così: guardatevi da tutto questo. Non rendetevi complici dell’ingiustizia e non siate freddi o apatici. Coltivate invece sentimenti limpidi, onesti e intensi. Versate sulle ferite di chi è fragile il balsamo della benevolenza. Fatelo attraverso lo sguardo buono del fratello, che si fa vicino e lascia percepire la tenerezza del Cristo redentore.

E poi fate il bene. Agite. Attivatevi, con sensibilità, con intelligenza e con decisione. Siate come questo samaritano buono e solerte, cui Gesù raccomanda di ispirarsi. Il suo prendersi cura, come abbiamo visto, si è concretizzato a tre livelli: il primo soccorso, l’assistenza e la messa in sicurezza. Credo si possano riconoscere qui tre inviti precisi, che rendono più chiaro a tutti noi l’impegno cristiano della cura per il nostro prossimo. Vorrei precisarli brevemente.

Vi è anzitutto il primo soccorso, cioè il dovere di farsi vicino a chi è nel bisogno immediato o primario, di chi non ha il necessario, di chi vede compromessa la sua vita e la sua dignità. I destinatari di questa prima forma della cura sono i poveri, coloro che non hanno il cibo, il vestito, un tetto, un lavoro; coloro che non possono far fronte da se stessi ai bisogni propri e dei propri cari; coloro che devono dipendere dagli altri a causa della propria indigenza. Ecco dunque il primo invito per voi: siate giovani che amano i poveri, che non si dimenticano di loro, che non guardano dall’altra parte ma si fanno carico delle loro necessità. Penso anzitutto ai poveri della porta accanto, del vostro ambiente di vita, dei vostri paesi e quartieri, ma poi anche a quelli più lontani, di cui ci danno notizia i potenti mezzi della comunicazione che hanno fatto del nostro pianeta un villaggio. Una delle forme privilegiate di aiuto ai poveri è l’elemosina: non trascuratela. Ma i poveri domandano anche ascolto, accoglienza e condivisione.

Il secondo livello della cura per il prossimo, di cui il samaritano ci offre testimonianza, è quello dell’assistenza. Si deve pensare qui ad una vicinanza quotidiana che non riguarda semplicemente i bisogni immediati ma il vissuto nel suo insieme. È un’attenzione vigilante, tipica di chi considera propria l’esistenza altrui e intende contribuire alla felicità di tutti lì dove è chiamato a operare. Essa si concretizza in scelte precise, che conferiscono una forma chiara al proprio agire, secondo la regola del Vangelo. Ne vorrei ricordare tre: un impegno fattivo e quotidiano a favore del proprio ambiente, per renderlo più sereno e più accogliente; un esercizio della professione contraddistinto da uno stile solidale e dal desiderio di contribuire con il proprio lavoro al bene di tutti; la scelta del volontariato, in forma associativa o personale, attraverso il quale mettere gratuitamente le proprie energie a disposizione dell’intera collettività.

Vi è infine il terzo livello del prendersi cura, quello del consolidamento della situazione o della messa in sicurezza. Esso fa riferimento ad un’opera che incide sulle strutture e contribuisce a dare stabilità e armonia al vissuto di tutti. Vedo qui un’allusione all’impegno politico, alla responsabilità propria di chi si dedica al bene comune nella forma del governo della società, della responsabilità diretta in ambito istituzionale. È questo un aspetto che personalmente mi sta molto a cuore. Come ho avuto modo di sottolineare nell’omelia in occasione della festa dei santi patroni Faustino e Giovita, ritengo che la politica esiga in questo momento un rilancio di simpatia e di dedizione. Essa merita tutta la nostra considerazione per l’importanza che oggettivamente riveste nel quadro della convivenza sociale. Le grandi sfide di questo cambiamento d’epoca vanno affrontate primariamente attraverso una progettualità di tipo politico, da elaborare sulla base di una visione altamente spirituale. Vorrei raccomandarvi – cari giovani – di non sottrarvi a questa responsabilità, di non scartare a priori questo impegno, di guardare alla politica con passione e serietà. Non temete la politica e non giudicatela negativamente. Questa scelta rientri nel discernimento che siete chiamati a compiere in questa stagione della vita. Domandatevi se questa non potrebbe essere la vostra strada, se non dovete al riguardo riconoscervi doti e sensibilità, se i vostri stessi studi non possono di fatto aprirvi a tali prospettive. Vorrei raccomandarvi, a questo riguardo, di mantenere viva l’attenzione nei confronti della nostra azione pastorale: è infatti mio desiderio che nei prossimi anni si giunga a formulare in questo ambito proposte concrete, nella linea della formazione della coscienza e della condivisione fraterna. Mi piacerebbe poter contare per questo sulla vostra adesione e collaborazione.

Prendersi cura del prossimo: è l’appello che ci giunge dalla testimonianza del buon samaritano, figura del Cristo Signore. Come al dottore della legge, anche a noi Gesù dice: “Va’ e anche tu fa lo stesso!”. Una frase che suona come un vero e proprio mandato e che ognuno di noi deve sentire rivolta a se stesso. Entrando nella Settimana Santa, invoco lo Spirito santo e a lui chiedo che vi renda sempre più consapevoli del valore e della bellezza di questo compito, che scaturisce direttamente dalla croce del Signore e a cui è segretamente legata la promessa della beatitudine. La Madre di Dio, partecipe ai piedi della croce del mistero della redenzione, interceda per noi e ci sostenga in quest’opera di bene, alla quale per grazia di Dio vogliamo dare compimento. 

Cattolica: l’umanesimo cristiano oggi

Il testo della riflessione che mons. Tremolada ha proposto in occasione del Dies Academicus dell’Università Cattolica. “Bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi” il tema scelto

Questo il testo della lectio magistralis che il vescovo Tremolada ha proposto ieri, al Dies Academicus dell’Università Cattolica di Brescia. “Bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi”, il tema scelto per il suo intervento.

“Magnifico Rettore, Illustre Pro Rettore, Eccellenza Reverendissima Signor Assistente Spirituale, Autorità civili, militari e religiose, Stimatissimi docenti, Personale tecnico e amministrativo, Carissimi studenti e studentesse, Voi tutti qui presenti in questa solenne circostanza, è per me un onore, oltre che un piacere, prendere la parola in occasione del Dies Academicus che inaugura l’anno degli studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sono, infatti, pienamente consapevole del ruolo che questa Istituzione riveste in ordine all’educazione dei giovani e alla promozione della cultura, nella nostra città in particolare e nel più vasto raggio del territorio circostante. Si tratta di un’Opera che tende ad offrire, con costante sforzo di discernimento, un’esperienza di studio e di ricerca nella quale l’istanza del sapere, coltivata con la rigorosa serietà che le è si addice, mira a coniugarsi sapientemente con la fede, sul presupposto che tra queste non via sia opposizione ma, al contrario, reale e profonda sintonia.

Mi è stato chiesto di condividere qui una riflessione che prendesse le mosse dalla lettera pastorale da me proposta alla diocesi di Brescia per il corrente anno pastorale. In essa ho voluto parlare della santità, considerandola nell’ottica della bellezza e indicandola come la prospettiva in cui porsi per il nostro cammino di Chiesa dei prossimi anni. Che la santità rettamente intesa possa di fatto dar vita ad umanesimo cristiano, da intendere in totale corrispondenza con l’umanesimo tout court, e che quest’ultimo sia chiamato oggi ad assumere una sua singolare configurazione, è quanto costituisce l’argomento di questa mia relazione. Lasciandomi guidare dal titolo stesso, e cioè: Il bello del vivere. L’umanesimo cristiano oggi, intenderei svilupparla in tre momenti. Nel primo vorrei mettere a fuoco il significato del termine santità; nel secondo mostrarne il nesso con l’umanesimo cristiano; nel terzo indicare alcuni elementi a mio giudizio rilevanti che ne possano dimostrare l’attualità.

La santità e il bello del vivere

Ci sono parole che provengono dal mondo della religione e suonano inevitabilmente lontane a chi non lo frequenta. La santità è una di queste. La realtà cui si allude con questo termine suscita normalmente rispetto, ma potrebbe anche creare un certo disagio. Potrebbe cioè evocare una perfezione inarrivabile che poi finisce per giudicarti, o una eroicità al limite delle forze umane davanti alla quale ci si impaurisce, o un’osservanza esemplare propria di un modo a cui ci si sente estranei. Credo sia importante cogliere l’essenza della santità ponendosi nella giusta prospettiva e cioè riconoscendola come il pieno compimento di ciò che tutti noi siamo in quanto appartenenti al genere umano. In altre parole, credo che la santità abbia a che fare con la nostra stessa umanità, presa dal suo lato migliore.

Sono convinto che “Il bello del vivere” possa essere una buona definizione della santità. Mi piace pensare che santità sia il nome religioso della bellezza, quando questa si coniuga con la vita stessa nell’orizzonte della fede. Potremmo anche dire, in prospettiva cristiana, che la santità è l’altro nome della vita considerata nell’ottica di Dio. È, cioè, il lato buono dell’umanità, originario e indistruttibile. È l’umanità così come il Creatore l’ha pensata da sempre; è l’umanità che, ferita dal male, in Cristo è stata redenta, liberata da ciò che la offende, la mortifica e la intristisce; da ciò che la rende crudele, volgare e violenta. È l’umanità che vorremmo sempre incontrare, che non ci farà mai paura, che, al contrario, ci attira, ci stupisce e ci commuove. È l’umanità avvolta nella luce del bene.

Quando la Bibbia parla di santità si riferisce prima di tutto a Dio. Con l’aggettivo qadósh – che in lingua italiana traduciamo con “santo”la lingua ebraica tenta di esprimere qualcosa che è per sua natura inesprimibile, cioè la dimensione trascendente propria di Dio. Se Dio esiste non può essere ricondotto a schemi umani di interpretazione. Diventerebbe un idolo di cui l’uomo può disporre a piacere e a cui non si potrebbe mai affidare. Il nostro intelletto non è il recinto entro cui rinchiudere il mistero del Dio vivente: saremmo noi più grandi di lui. La nostra intelligenza, che non è la dea ragione ma la magnifica facoltà di comprendere con gratitudine e umiltà ciò che ci è stato donato, ci può in realtà condurre fino ad una soglia che mai potrà oltrepassare. Da lì in avanti si deve procedere in altro modo. O meglio: è tutto il cammino, fino alla soglia e oltre quella, che va compiuto in un costante atteggiamento di riverente ricerca, consapevoli di muoversi entro un orizzonte che è insieme ignoto e luminoso.

Nel suo libro capolavoro dal titolo L’uomo non è solo, il grande pensatore ebraico Abraham Hescel così scrive: “La maggior parte – e spesso il meglio – di quel che accade in noi rimane un nostro segreto. Nessuna lingua è in grado di spiegare quel che si agita nel nostro cuore allorché guardiamo il cielo ingioiellato di stelle. Quel che ci colpisce con incessante stupore non è il comprensibile e il comunicabile, ma ciò che, pur trovandosi alla nostra portata, è al di là della nostra comprensione”. L’esperienza del sublime e dell’ineffabile è – secondo Hescel – la grande via della conoscenza.

È per questa via che si giunge a riconoscere anche la santità di Dio, maestà eccedente e insieme amorevole, trascendenza amica e misericordiosa. Il Dio vivente è un fuoco ardente, che tuttavia non distrugge. Come si racconta nel terzo capitolo del Libro dell’Esodo, Mosè assiste allo spettacolo di un roveto che brucia in una fiamma di fuoco e che tuttavia non si consuma. È il segno della presenza del Dio tre volte santo che si volge all’umanità in atteggiamento di amore. È lui che chiama Mosè all’opera di liberazione per i figli di Israele resi schiavi in Egitto e che gli promette il sostegno della sua invincibile potenza. Quest’ultima, infatti, è a totale disposizione dell’uomo, in particolare del povero e dell’oppresso. L’Altissimo è dunque diverso da noi ma non è separato, totalmente altro ma non inaccessibile. La sua santità non gli impedisce di abitare la storia. La narrazione biblica degli eventi di salvezza attesta che egli cammina con il suo popolo, al quale si è unilateralmente legato con un patto di alleanza. Lo ha fatto per rendere l’umanità partecipe di ciò che gli è proprio, cioè, appunto, la santità. Il vero Dio, infatti, non è geloso. Egli ama condividere. Si legge nel libro del Levitico: “Sarete santi perché io, il Signore vostro Dio sono santo” (Lv 19,1). Parole che suonano come un invito e un impegno, il cui presupposto è però l’opera di grazia di Dio stesso: è lui che crea le condizioni per una effettiva esperienza di santità da parte dell’uomo. Segno evidente di tale santità saranno le opere di bene che i credenti compiranno, in conformità ad una legge ugualmente offerta in dono da Dio. Ma il segreto di questa santità andrà cercato nella potenza stessa dell’amore divino, che opera nel cuore dei santi e li rigenera costantemente.

Con l’avvento del Cristo Salvatore, la solidarietà tra Dio e l’uomo in vista di una santità condivisa raggiunge il suo culmine. “Il Verbo si fece carne – si legge nel prologo del Vangelo di Giovanni – e venne ad abitare in mezzo a noi. E noi vedemmo la sua gloria”. Splendore di bellezza e perfezione d’amore, la gloria di Dio viene a trasfigurare l’umano. La santità degli uomini sarà il frutto della resurrezione del Cristo crocifisso. In lui il divino salverà definitivamente l’umano, lo riscatterà da tutto ciò che lo deturpa e lo offende, per elevarlo alle sue altezze. La santità degli essere umani è dunque una santità di riflesso. È la testimonianza in terra della gloria di Dio nei cieli. La sua sorgente è il mistero dell’Incarnazione.

Questa santità – vero tesoro della storia umana – fonde costantemente in armonia il bello e il bene, nell’orizzonte dell’ineffabile; ha una dimensione necessariamente morale ed estetica, in un’ottica ultimamente spirituale; chiama in causa la totalità dell’uomo, la sua interiorità segreta e la sua corporeità visibile. È la santità dei volti, degli sguardi, dei gesti, che rinviano ai sentimenti sinceri, ai desideri puri, alle intenzioni di bene, alle decisioni illuminate, in una parola al cuore dell’uomo raggiunto e conquistato dal fuoco ardente del mistero di Dio. Apparsa nel volto del Cristo una volta per sempre, questa santità si irradia nei volti umani di tutti i tempi.

Santità e umanesimo cristiano

Ritengo si possa affermare che la santità così intesa crei le condizioni per un autentico umanesimo e che quest’ultimo, pur qualificandosi come cristiano, conservi intatta tutta la sua valenza universale. Per definizione, infatti, l’umanesimo fa riferimento all’umano in quanto tale, al di là di ogni credo religioso. Si impone tuttavia, prima di ogni altra considerazione, un chiarimento. Occorre precisare il senso della stessa parola “umanesimo”, poiché diverse sono le risonanze che in esso si trovano.

Vi è anzitutto la risonanza storica: con questo termine si designa, infatti, un movimento culturale nato a Firenze intorno alla metà del secolo XIV e poi fiorito in Europa. “Esso è caratterizzato – come spiega l’Enciclopedia Treccani – da un più ricco e più consapevole sviluppo degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo un’espressione ciceroniana, studia humanitatis”. Vi è poi una seconda risonanza, di carattere più generale. “Con riferimento all’Umanesimo quale periodo storico – si legge ancora nell’Enciclopedia Treccani – il termine è anche usato per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica”. È questo secondo significato che a noi interessa in modo particolare. Esso mette a tema la rilevanza dell’uomo, la sua dignità e grandezza. Credo si possa dire che l’Umanesimo ha posto storicamente e pone in generale l’uomo al centro, esaltandone le facoltà, celebrando le scienze e le arti, il pensiero e la tecnica. L’affermazione ha tutta la sua verità: l’uomo deve essere posto al centro. Dal nostro punto di vista, cioè in prospettiva cristiana, sarà importante aggiungere semplicemente quanto segue: l’orizzonte luminoso dell’uomo posto al centro è il mistero santo di Dio. Lo splendore della bellezza di Dio e la perfezione del suo amore misericordioso sono l’ambiente vitale in cui l’uomo si colloca e da cui attinge quella dignità e nobiltà. E un’altra verità va aggiunta in prospettiva cristiana: la chiave di volta dell’umanesimo cristiano è Gesù, il Dio con noi. In un passaggio del discorso tenuto a Firenze il 10 novembre 2015, in occasione del quinto Convegno Nazionale della Chiesa italiana, papa Francesco così si esprime: “Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo”.

Vorrei provare a delineare in modo sintetico alcuni tratti essenziali di questo umanesimo in chiave cristiana, aperto ad una visione universale e quindi capace di offrirsi come ideale credibile ad ogni uomo e donna di buona volontà. Credo dunque si possa dire così:

  • Umanesimo è anzitutto dare piena espressione al senso di umanità che è in noi. Ciò significa coltivare simpatia e empatia verso tutto ciò che è umano, secondo il celebre adagio di Publio Terenzio Afro: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” («Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo a me estraneo”). Significa poi rifiutare e contrastare con fermezza tutto ciò che disumano: l’odio, la crudeltà, la violenza cieca, il cinismo, la volgarità, lo sfruttamento del debole, il disprezzo del povero, la corruzione. Significa soprattutto custodire e mantenere viva una consapevolezza profonda della realtà umana nella sua duplice dimensione: quella della grandezza e dignità da una parte e quella della fragilità e debolezza dall’altra. Lo splendore dell’umano, cioè la sua gloria, attinge al mistero di Dio che è sublime misericordia: non ne rinnega la debolezza mentre ne celebra la grandezza. Nobiltà e povertà dell’uomo non si escludono. L’umanesimo autentico, radicato nell’amore di Dio, non è mai orgoglioso. Vi è, infatti, un pericolo particolarmente insidioso, di cui purtroppo la storia ha dato evidente attestazione: quello – paradossale – di negare l’umanesimo in nome dello stesso umanesimo. Ciò avviene quando l’uomo esalta se stesso nella prospettiva di una volontà di potenza che lo rinchiude in se stesso. La bramosia del denaro, la smania del successo e l’ebbrezza del potere – le tre tentazioni cui i Cristo stesso fu sottoposto nel deserto – danno corpo a questa tragica e tracciano la via della rovina sulla quale si può tristemente incamminare un’umanità che ha smarrito l’orizzonte luminoso del mistero di Dio.
  • Umanesimo è, in secondo luogo, riconoscere che l’uomo non è solo ragione ma è anima e coscienza. L’uomo è molto di più di quel che si vede di lui e di quel che la sua mente gli offre. Lo si comprende quando, nel coraggio del raccoglimento interiore, si dà voce a quel sentire misterioso che metta a tema la nostra unicità, che ci fa intravedere il segreto legato al nostro nome, che con tenace dolcezza propone la domanda di sempre: “Chi sono io veramente?”. È l’esperienza dei grandi cercatori della verità, da Platone ad Agostino, da Dante a Pascal. Nel quadro dell’umanesimo cristiano, l’uomo è mistero a se stesso perché attinge al mistero santo di Dio. “Non dovremo aspettarci dai pensieri più di quanto essi contengono – scrive Abraham Hescel – L’anima non è uguale alla ragione”. L’uomo a una dimensione esiste nelle teorie che hanno alimentato le ideologie, ma non nella realtà. La direzione in cui l’uomo si muove non è semplicemente quella orizzontale, del sensibile e del concettuale. Vi è anche la dimensione verticale, della trascendenza e dell’interiorità, del guardare in alto e del guardarsi dentro. L’uomo è capace di farlo perché è anima e coscienza, apertura all’ineffabile e consapevolezza del bene, occhio interiore sensibile alla bellezza dell’amore. “Il bene – scrive Romano Guardini – è in relazione con me, mi tocca. C’è in me qualche cosa che per sua natura risponde al bene come l’occhio alla luce: la coscienza”. L’umanesimo della santità cristiana è l’umanesimo di una coscienza vigile e serena, grazie alla quale si sperimenta l’unione armonica del buono e del bello, nello slancio verso il sublime.
  • Umanesimo, in terzo luogo, è tendere non alla sola conoscenza ma alla sapienza e alla responsabilità. L’autentica forma del sapere non è la pura recezione di informazioni o l’incremento delle competenze. Vi è certo un sapere teorico che si alimenta attraverso la sperimentazione pratica e va ad accrescere il patrimonio cognitivo dell’intera umanità. È il sapere scientifico e tecnico, cui si devono le grandi invenzioni che hanno segnato le epoche storiche dal punto di vista delle condizioni di vita del genere umano. Ma vi è poi il saper essere, cioè il saper vivere, il sapere che riguarda non più le condizioni ma il senso stesso della vita. È il sapere che diviene sapienza e senza il quale non si può parlare di autentico progresso dell’umanità. La sapienza è un vero e proprio tesoro. Essa suppone tutta la ricchezza nascosta nel termine “esperienza”, intesa come complessiva percezione del vissuto quotidiano e caratterizzata da un discernimento costante e profondo. È infatti l’esperienza della vita a rendere l’uomo saggio. La sapienza porta poi con sé il senso di responsabilità, tramite il quale la conoscenza viene coniugata con la libertà, in vista della decisione. Il bene personale e comune, percepito dalla coscienza vigile e onesta, rappresenta il fine di ogni decisione consapevole. Ogni sapere va considerato nell’ottica del bene e deve mantenersi sottoposto al suo giudizio rigoroso e liberante. È sapienza anche accettare il proprio limite a fronte del mistero che ci avvolge, non sentirsi padroni del mondo che ci è stato donato e riconoscere un pericolo sempre incombente: che il nostro cuore ferito trasformi le nostre conoscenze in strumenti di morte.
  • Umanesimo, infine, è considerarsi non solo individuo ma comunità e civiltà. “Non è bene che l’uomo sia solo”: è la frase che troviamo nel libro della Genesi attribuita al Creatore, con la quale viene esplicitata la dimensione intrinsecamente relazionale dell’uomo. Creato a immagine e somiglianza di Dio, l’uomo, maschio e femmina, è chiamato a vivere l’esperienza dell’incontro come esperienza qualificante la sua identità. Qui si scopre il senso più vero della società, intesa come configurazione ordinata del vivere propria del genere umano considerato nel suo insieme. Il vero umanesimo non si limita a considerare il singolo individuo. Guarda alla società e la intende nell’ottica della comunità. La società, infatti, è più della somma dei singoli individui che la compongono. È una sorta di grande famiglia dove ciascuno è se stesso nella misura in cui sente propria la felicità altrui. È la regola della solidarietà e della condivisione, che in prospettiva cristiana prende la forma della carità. Quest’ultima, in verità, attinge – secondo la rivelazione di Cristo – al mistero stesso di Dio, che è splendore di grazia, misericordia inesauribile nella quale si manifesta a favore dell’umanità l’essenza stessa di Dio, cioè il suo amore trinitario. Nella misura in cui la società edifica se stessa nella verità, calandosi nella concretezza delle singole epoche storiche, darà vita alle civiltà, esse stesse commisurate, in modo diverso, a quell’ideale di socialità prospera e solidale che è proprio di un autentico umanesimo.

Santità e umanesimo cristiano oggi

Di questo terzo punto della mia riflessione mi limiterò ad offrire una semplice traccia. L’argomento è tuttavia importante, poiché costituisce una sorta di approdo. Si tratta di provare a capire quali caratteristiche dovrebbe assumere oggi un umanesimo cristiano che dia concretezza ai tratti sopra indicati: un umanesimo della santità per il mondo di oggi. Occorre – credo – anzitutto – porsi in attento ascolto della situazione attuale, coglierne tutte le potenzialità e lasciarsi interpellare dalle sfide. Soffermandoci su queste ultime, penso ci si possa arrischiare a identificarne alcune cruciali, lasciandosi istruire da un acuto interprete del tempo attuale, universalmente riconosciuto tale, cioè Zygmunt Bauman. Potremmo polarizzare queste sfide intorno a un duplice binomio: globalità e liquidità; individualismo e consumismo. Il paradigma della società attuale così fotografato è complesso: ci aiutano alcuni termini efficaci e suggestivi, che Bauman usa per definire tutti che apparteniamo al mondo di oggi: turisti e vagabondi, estetica del consumo, primato della sensazione, perenne eccitazione, sospetto e disaffezione, solitudine e malinconia.

A fronte di questa sfida epocale, mi permetto di indicare quattro caratteristiche di un umanesimo della santità che scaturisce dal Vangelo e delinea un orizzonte di universale possibile azione:

L’ospitalità: occorre offrire dei porti a chi è in costante navigazione, per poter vincere l’incertezza e il senso di smarrimento. A chi può sentirsi perso in un mare sconfinato, in un immenso mondo globalizzato, in una enorme rete di relazioni, in un vortice travolgente, occorre far dono di oasi di pace, contesti di reciproca accoglienza, luoghi di dialogo onesto e non violento, di buone relazione e di pensiero;

La gratuità: sarà decisivo dimostrare per le persone un “interesse disinteressato”, contro la corruzione, la logica del profitto a tutti i costi, l’abitudine al consumo. Dimostrare che il bene può essere fatto semplicemente perché è bene, senza secondi fini. Suscitare lo stupore del non guadagnarci nulla. Promuovere una solidarietà amichevole e costruttiva: la mano tesa, il sorriso sincero, il tratto gentile, la delicatezza e il rispetto. La gratuità ha il suo stile, che ultimamente è quello dell’amore.

L’umiltà. Alla volontà di potenza va contrapposta l’accettazione del limite e della fragilità. L’impegno serio nell’operare il bene va coltivato in un atteggiamento di semplicità e mitezza, senza presunzione e arroganza. La forza disarmante dell’umiltà, che è propria delle grandi anime, è straordinariamente efficace ma sempre sulla distanza e lascia dietro di sé una scia di luce.

La speranza. Al consumo che inchioda al presente e tutto brucia nell’istante vanno contrapposti i grandi desideri, che chiedono tempo e aprono al futuro. Occorre tornare a coltivare il senso dell’attesa e a proporre l’azione lungimirante. Occorre imparare la sapienza che viene dall’esperienza e dallo stupore riconoscente. Si sperimenterà così una sostanziale serenità, che sempre accompagnerà quel senso di responsabilità che conduce alle decisioni illuminate, cariche di futuro.

Conclusione

Concludo facendo mie le parole di un documento recentissimo e a mio giudizio già storico: il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto ad Abu Dabi il 4 febbraio 2019 dal grande Imam di Al-Azhar e da papa Francesco. Vi si legge: “In nome di Dio e di tutto questo [sopra esposto], Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio […]. Noi ci rivolgiamo agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e agli uomini di cultura in ogni parte del mondo, affinché riscoprano i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune, per confermare l’importanza di tali valori come àncora di salvezza per tutti e cercare di diffonderli ovunque”. Credo si possano qui riconoscere le caratteristiche di un umanesimo nel quale la Chiesa Cattolica si riconosce e che manifesta chiaramente la sua dimensione universale, riconosciuta anche da eminenti esponenti della religione islamica. Un umanesimo – potremmo dire – della fede e della santità, che nella sua essenza può legittimamente proporsi a tutti gli uomini di buona volontà. L’auspicio è che questo germe di speranza possa efficacemente contribuire, nel presente e in vista del futuro, all’edificazione comune di una vera civiltà”.

L’arte del buon governo

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la S.Messa pontificale nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita

Siamo riuniti in un clima di festa per celebrare i nostri santi patroni. La liturgia ci ricorda che essi sono anzitutto martiri di Cristo, testimoni fino al sangue della loro fede in Gesù, redentore dell’umanità. Noi, tuttavia, li ricordiamo e li veneriamo anche come difensori della nostra città. Secondo la tradizione, infatti, essi appaiono nel cielo di Brescia durante i giorni di un feroce assedio, per scongiurare il massacro di una popolazione stremata. Le circostanze del loro intervento ci fanno molto pensare. Si tratta di un’azione militare ordinata per rivalsa. Amareggia non poco constatare che tra città cristiane si giungesse alla guerra per ragioni pretestuosamente politiche. Le popolazioni in realtà pagavano allora il prezzo di scontri voluti da orgogliosi casati, esclusivamente preoccupati del loro prestigio e dei loro guadagni. Erano duchi che si sentivano piccoli Cesari e assoldavano eserciti per rivendicare il loro potere contro libere decisioni di libere città.

Viene alla mente la parola che Gesù pronunciò un giorno, pensando al grande Cesare che governava l’intero mondo allora conosciuto. Ai Giudei che gli chiedevano se era giusto pagare il tributo all’imperatore romano, egli rispose: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Quella frase è divenuta celebre. Qual è però il suo significato preciso? Per rispondere è bene ricordare la richiesta che l’ha preceduta. Gesù chiese in quella circostanza ai suoi interlocutori di portargli una moneta, sulla quale era impressa, appunto, l’effige di Cesare, cioè dell’imperatore romano regnante. Ricevuta la moneta, stranamente Gesù domandò di chi fosse l’immagine riportata; egli, infatti, sapeva benissimo di chi si trattasse. La domanda aveva però uno scopo: ricordare ciò che il Libro della Genesi dice a proposito della creazione dell’uomo, e cioè che l’uomo fu creato “a immagine e somiglianza di Dio”. Ecco allora l’insegnamento da raccogliere: sulla moneta è stata impressa l’immagine di Cesare, ma nell’uomo è impressa l’immagine di Dio. Come a dire che lo stesso Cesare è un uomo creato a immagine di Dio e che in questo modo egli deve guardare agli altri essere umani su cui esercita il governa. Se a Cesare si deve dunque la tassa in nome della sua autorità e per il suo compito amministrativo, a Dio di deve la gratitudine di esistere come esseri umani a immagine sua e il dovere di guardare ogni essere umano nella sua prospettiva, cooperando al compimento della sua originaria vocazione. Tutto ciò che esiste è per gli uomini, tranne gli uomini stessi. Nessuno sarà mai padrone di un’altra persona umana e nessuno avrà mai il diritto di offenderne o comprometterne la dignità. Al contrario, tutti sono chiamati a promuovere il bene di tutti, in modo libero e consapevole, dando così al vivere comune la sua forma più vera.

Occorrerà dunque che nella società qualcuno assuma questo compito, che lo ricordi e lo onori, che se ne faccia garante in modo autorevole. Ecco dunque chi sono i politici: gli architetti della convivenza sociale, i costruttori della comunità civile, gli artefici del bene comune. Di questo vorrei dunque parlare in questa occasione, a noi tanto cara, dei santi patroni Faustino e Giovita: vorrei con voi meditare sul grande valore della politica, sulla nobiltà del suo scopo e sulla necessità del suo esercizio. E vorrei subito dire che il compito del governo della società va considerato come il compito più alto e più delicato in ambito sociale, ma anche come il più affascinante e appassionante. Da esso dipende in larga parte il vissuto di intere popolazioni. Questo vissuto, infatti, per non precipitare nel caos, deve assumere la forma della società civile, attraverso l’amministrazione degli stati, nel quadro della comunità internazionale. Di questo appunto si occupa la politica. Di più, la politica va intesa come l’arte del governare, che consente ad una pluralità di persone di sentirsi un popolo, cioè una comunità solidale chiamata a condividere lo stesso destino e a costruire una vera civiltà. Perché questa è l’umanità: una comunità di comunità, un popolo di popoli, la grande famiglia dei figli di Dio.

La tradizione culturale dell’Europa, all’interno della quale l’eredità della civiltà greco-romana è stata sapientemente accolta dal Cristianesimo, ha sempre tenuto la politica in alto onore. La storia europea, purtroppo, ci ha offerto esempi addirittura spaventosi di un esercizio perverso dell’autorità politica; ma proprio il giudizio severo espresso poi nei loro confronti, dimostra la rilevanza da sempre attribuita alla politica dal pensiero illuminato del nostro continente. L’opinione pubblica – bisogna riconoscerlo – non sempre si è allineata su questo giudizio. Anche al momento attuale non è scontato ritenere che siamo di fronte a una realtà importante e preziosa. Fa bene perciò a tutti riascoltare qui le parole di Giorgio La Pira, sindaco indimenticabile di Firenze negli anni del dopo guerra e figura esemplare di politico animato da spirito cristiano. Così egli si esprimeva: “Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No. L’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità; è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità”. Parole forti e di grande risonanza, a cui viene spontaneo affiancare quelle di san Paolo VI, il nostro amato papa bresciano, che in forma estremamente sintetica ma assai efficace diceva della politica: “È la forma più alta della carità”.

La politica va anzitutto amata. Va cioè guardata nella sua verità, considerata per quello che è e deve essere. Va riscattata da pregiudizi e contraffazioni ma anche difesa e protetta. È infatti tremendamente esposta al rischio di venire strumentalizzata o sfruttata. Questo accade per il grande potere che essa ha in vista dell’adempimento del suo compito. Governare una nazione, una città, un paese, dare alla convivenza degli uomini la sua forma più bella per la felicità di tutti è una vera e propria missione. Chi si impegna a compierla merita il rispetto e la gratitudine di tutti, ma certo si assume anche una grave responsabilità, di cui è giusto avere coscienza.

La sapienza di sempre e la tradizione cristiana in particolare ci indicano alcune parole chiave che stanno alla base di un politica degna di questo nome. Tra queste vorrei richiamarne tre, che mi sembrano capaci di catalizzare valori e atteggiamenti essenziali all’esercizio del buon governo. Esse sono: L’onestà anzitutto. Il cancro della politica è la ricerca spregiudicata dell’interesse privato o di gruppo, cioè la corruzione. Chi accetta di svolgere questa missione dovrà essere integro, prima nelle intenzioni e poi nelle azioni, dedito unicamente alla nobile causa del bene comune. Nessun compromesso con il tornaconto, economico ma anche di immagine. Il potere politico non è un fine e non va quindi cercato per se stesso. L’ebbrezza del potere dei governanti è una delle esperienze più tragiche che una società può fare, come dimostra drammaticamente la storia. Don Luigi Sturzo, del cui Appello ai Liberi e Forti è stato recentemente ricordato il centenario, così identificava alcune regole del buon politico: onestà, sincerità, distacco dal denaro; non sprecare i finanziamenti pubblici, non affidare incarichi a parenti, non promettere l’irrealizzabile, non credere di essere infallibili, informarsi e studiare quando non si sa, discutere serenamente e obiettivamente. E aggiungeva: “Quando la folla ti applaude, pensa che la stessa folla potrà divenire avversa. Non inorgoglirti se approvato, né affliggerti se osteggiato. La politica è un servizio per il bene comune”.

Il buon esercizio della politica domanda poi profondità. Chi governa è chiamato a guadagnare uno sguardo attento e non superficiale, ad assumere un atteggiamento umile di fronte alla complessità delle cose, a coltivare quella saggezza che deriva dall’esperienza ma anche dall’esercizio naturale e costante della riflessione. L’arte del buon governo domanda tanto pensiero, tanta capacità di ascolto e di dialogo, la rinuncia ad ogni forma di violenza verbale, l’onestà di non far leva sull’emotività e sulla paura. La democrazia nasce e si sviluppa sull’esercizio pacato del confronto delle opinioni, nella ricerca onesta della verità di cui nessuno è padrone. In politica si è concorrenti non nemici, chiamati appunto a concorrere, cioè a contribuire, al bene di tutti, nella dialettica costruttiva tra maggioranza e opposizione. Non si è inesorabilmente condannati allo scontro. La politica non è un’arena, ma piuttosto un’agorà, una piazze dove si discute anche animatamente e con passione ma sempre nel rispetto delle persone e delle idee. L’obiettivo di un vero dialogo non è quello convincere gli altri che noi abbiamo ragione ma di guadagnare insieme una visione sempre più profonda delle cose, in vista di decisioni importanti per la vita di tutti

Profondità in politica significherà poi avere radici e affondarle nel terreno di un umanesimo illuminato, che rinvia ad una visione della vita e del mondo nella quale l’uomo avrà sempre il posto di onore che merita. Nulla gli andrà mai anteposto. La grandezza e la dignità dell’uomo, di ogni uomo e donna, costituiscono il valore assoluto e indiscutibile, intorno al quale si unificano poi tutti gli altri valori di cui una società umana non può fare a meno. Sono i valori che ritroviamo nella Carta dei Diritti dell’uomo e che per noi cristiani rinviano alla visione dell’uomo che il Vangelo di Cristo ha dischiuso e che la dottrina sociale della Chiesa ha composto in sintesi. La politica ha bisogno di attingere costantemente alla sua sorgente vitale, che altro non è se non il senso di umanità. Per guidare la società umana occorre guardarla come la guarda Dio, suo Creatore e Redentore, cioè con rispetto e affetto, con il desiderio di vedere tutti liberi e felici.

Infine, la lungimiranza. Ci soccorre di nuovo l’esempio di Giorgio La Pira. Di lui giustamente si è detto che coniugava sapientemente utopia e realismo. Era un uomo che sapeva sognare e insieme costruire. Chi assume la responsabilità politica è chiamato a collegare con intelligenza il presente al futuro, a capire cosa è bene fare oggi in vista di ciò che sarà domani. L’arte del governare ha bisogno di progettualità. Non sarà mai un semplice navigare a vista, non potrà accontentarsi di scelte puramente tattiche, che procurino un consenso immediato senza però dare solidità al vissuto in vista del futuro. La politica attua ciò che è possibile ma sempre nell’orizzonte più ampio del desiderabile, cioè nella tensione verso quel bene perfetto di cui è bene avere sempre coscienza. La vera politica avvia processi, attiva movimenti virtuosi, delinea percorsi a lungo termine. Non ricerca l’apprezzamento istintivo nel presente ma la gratitudine sincera nel futuro. È onesta e coraggiosa perché fondata sulla gratuità e sul limpido desiderio di servire la società.

Abbiamo bisogni di uomini e donne di governo che sappiano leggere quelli che il Concilio Vaticano II ha chiamato i segni dei tempi, che sappiano riconoscere le trasformazioni in atto e raccoglierne le sfide. Oggi ci attendono infatti decisioni importanti e condivise sull’inizio e il fine vita, sul ruolo della scienza e della tecnologia, sui fenomeni migratori e sull’intercultura, sull’influenza dei social media, sui cambiamenti climatici, sul calo delle nascite, sulle conseguenze della cresciuta aspettativa di vita, sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Un’attenzione privilegiata andrà conferita al rapporto tra politica ed economia, per impedire che quest’ultima si procuri un’indebita e pericolosa egemonia. Solo una forte e sana politica riuscirà a creare – come auspicato da papa Francesco – nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società”.

Quanto alla Chiesa, essa non intende “fare politica”, se questo significa schierarsi a favore o contro specifiche formazioni politiche. Essa vorrebbe piuttosto contribuire ad “educare alla politica”. Compito della Chiesa – scriveva il cardinale Carlo Maria Martini – sarà anzitutto quello di “formare le coscienze, poi di accompagnare le persone nei momenti e nelle circostanze difficili, di garantire una preparazione permanente che tenga conto del mutare delle cose e del presentarsi di nuovi problemi all’orizzonte dell’umanità, di stimolare le energie intellettuali a operare e confrontarsi entro larghi orizzonti. Per essere credibili – aggiungeva – bisognerà porsi non tanto sopra le parti, quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del paese”. Per educare alla politica, occorrerà fornire conoscenze di tipo culturale, storico, legislativo, che consentano un’opera di educazione popolare di base, di coscientizzazione in vista della partecipazione democratica. Occorrerà, inoltre, suscitare esperienze concrete di collaborazione e di dialogo e anche di confronto dialettico con i cittadini di varie tendenze, secondo i vari stadi e stagioni della vita. Occorrerà, infine, dare possibilità di conoscere e di utilizzare gli strumenti d’intervento democratico che già ci sono o che si possono promuovere. In una parola, occorrerà educare al discernimento popolare, inteso come esercizio di una capacità di lettura della realtà che conduca a decisioni adeguate ed efficaci.

In una democrazia matura, la politica si esercita attraverso i partiti. Ma prima dei partiti c’è la società, prima della aggregazioni politiche c’è la cittadinanza. Alla base di tutto c’è la comunità degli esseri umani e il bene comune. La vera politica considera i partiti strumenti necessari ma si interessa prima di tutto del bene della comunità umana. I partiti passano, nascono e invecchiano e in qualche caso muoiono. Il compito di amministrare la vita pubblica resta. Il nostro auspicio è che esso rimanga sempre ancorato alla ricerca del bene comune come regola che lo ispira. Nel terreno che precede il confronto tra le forze politiche chiamate a legiferare, sempre ci dovrà essere spazio per un dialogo pacato e onesto che ponga a tema la convivenza civile. Abbiamo bisogno di uomini e donne di buona volontà e di ampie vedute, che prima di sentirsi parte di un gruppo identificato da un simbolo si sentano parte della grande famiglia umana, chiamata a coltivare quella pace sociale che altro non è se non una condizione di vita ricca di valori e carica di sentimenti.

Come dicevo lo scorso anno in questa medesima circostanza, pensando in particolare ai giovani e al loro futuro, “il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, cioè dell’appartenenza alla propria comunità civica nel quadro della comunità internazionale. Si delinea così una sorta di alleanza sociale, che diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica che sia sempre più arte del buon governo, in grado di assumere con onestà, profondità e lungimiranza il suo indispensabile compito. Partiamo dunque dal territorio, per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide del momento presente. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione culturale e spirituale”.

Affidiamo questo desiderio sincero e questo fermo proposito all’intercessione dei nostri santi patroni. Essi che hanno difeso la città di Brescia da un attacco crudele e insensato, ci aiutino a fare di questa stessa città, ma anche delle altre città e paesi sparsi sul territorio bresciano, delle vere comunità coese, dinamiche e solidali, anche attraverso l’opera generosa e sapiente di quanti si dedicano alla missione del governo.

Vegli su tutti noi la Madre di Dio, che nella nostra città amiamo invocare come Beata Vergine delle Grazie. Ci stringa nel suo abbraccio materno e ci custodisca nella pace.

Mons. Olmi nella luce di S. Angela

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante i funerali di mons. Vigilio Mario Olmi

Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di celebrare le esequie del Vescovo Vigilio Mario in questo giorno di festa, la festa di sant’Angela Merici, co-patrona della diocesi di Brescia. Nessuno avrebbe mai pensato che si potesse in questa occasione vestire per una liturgia funebre gli abiti liturgici della solennità e quindi mantenere il colore bianco.

È invece quel che sta succedendo. Stiamo salutando questo nostro amato fratello vescovo mentre ricordiamo con tutto il nostro popolo la grande figura di sant’Angela, così cara a questa città. Il Signore che guida con amorevole provvidenza la storia non cessa mai di stupirci. Quelle che a noi paiono delle semplici seppur felici coincidenze sono in verità molto di più: sono circostanze che rispondono ai suoi disegni di grazia, segni della sua dolce benevolenza.

Il vescovo Vigilio Mario aveva per sant’Angela Merici una devozione del tutto particolare, molto viva e profonda. Era fermamente convinto del suo singolare carisma ed era felicissimo di poterla riconoscere e venerare co-patrona di Brescia, insieme ai santi Faustino e Giovita. Nel 1981, mentre è parroco-abate di Montichiari, viene nominato dal mio venerato predecessore, il vescovo Luigi Morstabilini, superiore della Compagnia di S. Orsola, costituita da quelle figlie di s. Angela che saranno a lui sempre carissime. Da quel momento egli accompagnerà con sapiente dedizione, sino alla fine della sua vita, il cammino di quelle consacrate che Brescia chiama affettuosamente “le angeline”. Tra di esse vi è anche l’amata sorella Petronilla, che gli starà a fianco per tutta la vita.

Mi sembra bello, mentre accompagniamo il vescovo Vigilio Mario all’incontro con il Signore, guardare alla sua vita e al suo ministero apostolico nella luce di sant’Angela, del suo carisma e della sua testimonianza. La liturgia che stiamo celebrando ci invita, attraverso la Parola di Dio proclamata, a riconoscerne le caratteristiche in due aspetti essenziali: la sponsalità dell’anima che accoglie nell’intimo la voce del suo Signore e il servizio che rende grandi. Abbiamo ascoltato le parole del profeta Osea. Sono le parole che il Signore Dio rivolge al suo popolo, tanto amato quanto volubile, non sempre fedele alla sua alleanza, cui tuttavia il Signore guarda con amore appassionato, come uno sposo guarda alla sua sposa: “Ecco – dice il Signore – io l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

Sposa di Cristo, anche sant’Angela ha accolto nel suo cuore la voce di colui che la chiamava ad una vita di totale consacrazione e si è lasciata conquistare. La forza creativa dello Spirito santo l’ha condotta così a immaginare una forma di servizio al prossimo del tutto nuova, uno stile di vita secondo il Vangelo che dava alla consacrazione la forma della vicinanza amorevole alla gente, nei paesi, tra le case, nelle scuole, negli ospedali, per accompagnare, assistere, sostenere, consolare. Una compagnia sollecita e affettuosa, una cura per la vita dettata dalla carità e costantemente vitalizzata dalla preghiera. È questo il segreto della spiritualità di sant’Angela Merici.

La voce dello sposo ha parlato anche all’anima del vescovo Vigilio Mario. È stata, la sua, una chiamata che si è distesa nel corso dell’intera vita, a partire dal suo Battesimo, e che ne ha fatto prima un presbitero e poi un vescovo di questa Chiesa bresciana, cui egli ha dedicato l’intera sua esistenza. Ordinato presbitero nell’anno santo 1950, ha vissuto l’esperienza della cura d’anime sia come curato e che come parroco. È stato educatore in seminario nei tempi che seguirono il Concilio Vaticano II, anni – diceva lui stesso – di vera conversione pastorale. Lo ispirava il desiderio sincero di comprendere con l’intera Chiesa le vie dello Spirito e i segni dei tempi. Divenuto vescovo ausiliare della Chiesa bresciana, posto a fianco dei vescovi ordinari, si è fatto carico con generosità di un ministero che lo ha visto particolarmente attento al presbiterio diocesano. Ha molto amato i sacerdoti. Li conosceva molto bene. Grazie ad una memoria formidabile che lo ha assistito sino agli ultimi momenti della sua vita, ricordava con precisione tutti i percorsi di destinazione. Segno eloquente di questo affetto era la telefonata di auguri per il compleanno che ogni presbitero bresciano sapeva di poter ricevere il mattino del giorno anniversario, ma anche il suo desiderio di partecipare alle veglie funebri per i sacerdoti defunti, nelle quali ripercorreva il cammino di vita di ognuno di loro. “Ho avuto modo di incontrare tanti bravi sacerdoti, attivi, silenziosi, senza tante pretese – ebbe a dire più volte”. Considerava essenziale l’accompagnamento e la cura dei sacerdoti da parte del vescovo e tanto la raccomandava, “anche se – precisava – sentirsi sostenuto dal proprio vescovo non significa sentirsi appoggiato qualsiasi cosa si faccia”. Per quanto mi riguarda, considero questa esortazione alla costante vicinanza un appello prezioso anche per me, che accolgo con viva riconoscenza.

Divenuto emerito della diocesi bresciana, il vescovo Vigilio Mario amava pensarsi – come lui stesso diceva – un vecchio prete che aspetta la chiamata definitiva e intanto va dove lo porta il cuore, girando per la diocesi per pregare insieme al popolo di Dio e per cercare di seminare un po’ di gioia e di fiducia. “Felicità – aggiungeva – è riconoscere che il tanto o il poco che ci è rimasto è un dono ricevuto. Serenità è sapere che le cose fatte sono state fatte bene, per il bene dell’umanità e per la gloria del Signore”.

Le sue energie si erano progressivamente affievolite con il passar del tempo. La tempra era tuttavia tenace. Ci eravamo abituato a vederlo puntualmente presente agli appuntamenti importanti della sua Chiesa, con la sua camminata lenta, la voce ormai flebile, ma con il volto sorridente, l’orecchio attento, il cuore aperto. Presenza discreta e fedele, profondamente rispettosa e insieme attenta, lucida sino alla fine e schietta nel suo comunicare, quando riteneva che una segnalazione fosse necessaria per il bene della Chiesa. Uomo di tradizione ma attento alla modernità, coltivava una forte sensibilità per il ruolo del laicato e nutriva il desiderio di vedere maggiormente valorizzato il contributo della donna nella vita della Chiesa. Non si era fermato nel suo cammino di discernimento. Era rimasto aperto all’azione sempre creativa dello Spirito dentro la nostra storia.

“Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” – abbiamo sentito proclamare nella pagina del Vangelo di questa solenne liturgia. Il Signore rivolge questa raccomandazione ferma e accorata ai suoi discepoli, ancora troppo preoccupati dei primi posti. Un vescovo ausiliare è per definizione un vescovo che è di aiuto, che si affianca per servire a chi ha la responsabilità ultima nella guida di una Chiesa diocesana. Così ha vissuto la sua vocazione il vescovo Vigilio Mario, con umile autorevolezza e generosa costanza, a beneficio di quella Chiesa di cui era figlio e che ha amato con tutto se stesso. Il Signore gliene renda merito. Lo ricompensi come egli solo sa fare. E aiuti noi a raccogliere la preziosa eredità della sua testimonianza.

La pace domanda senso di responsabilità

Il testo dell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nella chiesa della Pace, in occasione della Giornata mondiale di preghiera voluta da San Paolo VI

All’inizio del nuovo anno ritorna l’invito accorato del papa a pregare per la pace, quella pace che è parte viva della benedizione di Dio. “Dio li benedisse”, si legge nel Libro della Genesi là dove si parla dell’uomo e della donna. Il mondo nasce dunque benedetto da Dio, suo Creatore. Questa benedizione originaria viene confermata con Noè e con Abramo e assume la forma di una invocazione liturgica nel testo che abbiamo ascoltato come prima lettura di questa celebrazione. Aronne, fratello di Mosé, sacerdote di Israele, è invitato a benedire così i suoi fratelli: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Ecco dunque la pace che viene dalla benedizione di Dio. È la pace annunciata dagli angeli la notte del Natale: pace per gli uomini che Dio ama; pace a cui ogni cuore umano anela; pace che viene invocata soprattutto laddove appare chiaramente compromessa o addirittura negata; pace che ognuno di noi è chiamato a realizzare e di cui si deve sentirsi costruttore.

La pace diviene infatti realtà laddove gli uomini e le donne si fanno operatori di pace, assecondando quella ispirazione al bene che Dio ha messo nell’intimo della loro coscienza. Non sarà impossibile diventare ciò che Dio si attende. Ricordiamo tutti bene che una delle beatitudini proclamate dal Signore Gesù nel discorso della Montagna suona così: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

La pace domanda senso di responsabilità, consapevolezza del dovere cui si è chiamati. La pace nel nostro mondo dipende dall’opera responsabile di tutti gli uomini e le donne che ne fanno parte.  Come si esprime dunque concretamente questa nostra responsabilità nei confronti della pace?

Anzitutto nel vincere l’indifferenza e l’assuefazione, nel riconoscere ciò che sta accadendo nel mondo, nel rendersi conto di quante persone vedono effettivamente compromessa la loro vita dalla mancanza della pace. Le immagini di distruzione e di devastazione, di bombardamenti e fughe di massa, di malnutrizione, di abbandono e di degrado che ci giungono attraverso i mezzi della comunicazione sociale non possono lasciarci indifferenti. Una violenza assurda e crudele, di cui spesso si fatica a comprendere le vere ragioni, causa nel mondo un mare di sofferenza. Il pianto delle madri, lo smarrimento dei bambini, il terrore degli uomini, i corpi martoriati e i territori devastati non possono non ferire le nostre coscienze. Sarebbe immorale consentire che tutto ciò diventi ruotine, farci scorrere addosso le notizie o semplicemente cambiare canale. Rimanere impassibili di fronte alla sofferenza del prossimo è già una forma di complicità, è un rinnegare il nostro senso di responsabilità nei confronti della pace.

In secondo luogo, la nostra responsabilità per la pace richiede l’onestà e l’impegno necessari per capire le ragioni di ciò che accade, non lasciandosi sviare da letture tendenziose. La coscienza retta non si accontenta del sentito dire, del pensiero generico, delle valutazioni istintive, dell’interpretazione che risulta più congeniale al proprio sentire emotivo. Sappiamo bene che spesso certe letture della realtà sono frutto di una manipolazione per nulla disinteressata. Occorre farsi un’idea chiara delle cose, impegnarsi a conoscere la verità. Quest’ultima, infatti, non può essere plasmata e riplasmata a piacere. Va invece cercata con senso di responsabilità. Ragioni a prima vista convincenti spesso non reggono alla prova di una riflessione pacata e approfondita. Gli stessi toni, oltre che le parole, possono veicolare quella violenza e aggressività che non rendono un buon servizio alla causa della pace.

Per costruire insieme la pace è poi indispensabile mettersi il più possibile nei panni dell’altro, guardare le cose anche dal suo punto di vista, provare a sentire quel che lui sta sentendo, immaginarsi di essere al suo posto. Quanto più il volto dell’altro da estraneo ci diviene familiare, tanto più il suo diritto a vivere con dignità e tranquillità ci apparirà evidente. Sorgerà allora spontanea una considerazione: “Potrei trovarmi io nella sua situazione. Che cosa proverei? Che cosa farei di diverso? Non desidererei forse le stesse cose?”. Laddove la pace non c’è, laddove parlano le armi, laddove regnano la violenza e la sopraffazione, laddove la corruzione sta divorando ogni speranza di futuro, che cosa si dovrebbe desiderare se non la possibilità di costruirsi una vita in condizioni migliori?

Infine, la responsabilità nei confronti della pace domanda l’impegno personale a vigilare sui nostri sentimenti, sulle nostre passioni interiori. Esige la conversione del cuore. Contrastare la collera e la gelosia, il risentimento che diventa rancore, il desiderio di vendetta quando si riceve un torto, la tendenza a sopraffare il più debole per guadagnare posizioni o ricchezza è dovere di ogni coscienza retta. L’aggressività che ognuno di noi porta dentro di sé, volente o nolente, e che spesso viene alimentata dalla paura, va governata dall’intelligenza e dalla volontà, va canalizzata dal dominio di sé. Questa è responsabilità di tutti e di ciascuno, da esercitare in costante dialogo con la grazia di Dio. Vi è poi la responsabilità di chi ha autorità all’interno della società, di chi è chiamato in ambito politico a difendere e promuovere la pace attraverso la costante ricerca della giustizia. Giustizia! Rispetto del diritto di tutti e non solo di alcuni; rispetto soprattutto dei più deboli. Compito arduo, che richiede sempre una grande sapienza e spesso anche molto coraggio. A questo compito della salvaguardia del diritto un altro si aggiunge da parte delle autorità politiche: quello di creare all’interno della società un clima di fiducia. C’è un gran bisogno di incrementare fiducia tra la gente e le istituzioni, ma anche tra le diverse generazioni che compongono la società, guardando al presente e al futuro e sentendosi tutti parte della grande famiglia umana.

In questa giornata della pace affidiamo dunque all’amore provvidente di Dio la comune responsabilità di costruire la pace. È il compito proprio di ciascuno di noi ed è in particolare l’impegno che si è assunto chiunque ha coraggiosamente deciso di rivestire incarichi politici e istituzionali. Per tutti vogliamo oggi domandare la grazia di essere veri operatori di pace, secondo la volontà di Dio in Cristo Gesù. Si darà così compimento alla promessa di benedizione risuonata sul mondo da parte del Creatore sin dal primo momento della sua esistenza.

La Beata Vergine Maria, di cui oggi celebriamo e veneriamo la divina Maternità, ci accompagni con la sua amorevole intercessione, e tenga viva in noi una operosa speranza di pace.

Guardiamo al futuro senza angoscia

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada durante la Santa Messa e il Te Deum di ringraziamento nella Basilica delle Grazie

Con la celebrazione di questa solenne Eucaristia nel nostro amato Santuario della Madonna delle Grazie, salutiamo un anno che finisce e ci disponiamo ad accoglierne uno nuovo che comincia. Lo facciamo nella luce e nella gioia del Natale del Signore. Non è per noi pura coincidenza che la fine di un anno e l’inizio del nuovo facciano parte delle feste natalizie. Augurare “Buone Feste” significa per noi auspicare che tutti i giorni importanti di questo periodo che sta tra la fine e l’inizio siano pervasi della gioia del Natale. Chi crede nel Signore Gesù Cristo sa bene che lo scorrere del tempo avviene nell’eternità di Dio, perché questa eternità proprio nel Natale ci ha visitato e si è fatta orizzonte amorevole della nostra storia. In questi giorni il nostro sguardo è ancora fisso sul presepio. È uno sguardo simile a quello di cui ci ha parlato il brano del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato: sguardo di ammirata contemplazione, da parte di Maria e di Giuseppe; sguardo di sincera devozione da parte dei pastori, che sollecitamente giungono nel luogo loro indicato dall’annuncio dell’angelo.

Un particolare del racconto evangelico merita però in questo momento la nostra attenzione. Descrivendo l’atteggiamento della Vergine Maria, l’evangelista rimarca come allo sguardo pieno di stupore, reso più intenso dalle parole che i pastori riferiscono, si affianca la riflessione interiore: “Maria – si legge nel testo – custodiva tutte queste parole, meditandole nel suo cuore”. Soffermarsi con il cuore e la mente su quanto accade, per coglierne il senso profondo, è segno di grande sapienza ed è dovere di ogni retta coscienza. È questa la condizione per non lasciarsi travolgere inesorabilmente dal flusso del tempo e per riconoscere – nella prospettiva di chi crede – l’opera di Dio nella nostra storia, opera di grazia, provvidenza di bene che sempre si intreccia con le nostre libertà. La conclusione di un anno e l’avvio del nuovo è senza dubbio l’occasione per esercitare questo compito autenticamente umano. L’occasione per ringraziare il nostro Creatore e per rinnovare il nostro impegno ad affrontare le sfide che la storia ci pone davanti giorno dopo giorno.

Se guardiamo a questo anno che tramonta e volgiamo indietro lo sguardo, riconosciamo alcuni importanti eventi che lo hanno segnato, per i quali il nostro pensiero si eleva riconoscente a Dio e insieme si fa intensamente meditativo.

Come non ricordare anzitutto l’evento che ci ha coinvolto come Chiesa bresciana insieme alla Chiesa universale in un’esperienza di gioia profonda e commossa? Mi riferisco alla canonizzazione di Paolo VI, il nostro amato Giovanni Battista Montini. È stato un momento di rara intensità, per il quale ancora mi sento di ringraziare tutti coloro che hanno partecipato o comunque si sono sentiti direttamente coinvolti. Ritengo vada considerato questo un evento che segna la vita della nostra Chiesa diocesana in quest’epoca della sua storia. Si fa sempre più viva per me la convinzione che l’eredita spirituale di Paolo VI sia tanto immensa quanto preziosa e che a noi in particolare è affidato il compito di coltivare e promuovere la sua conoscenza e la devozione per lui, figlio di questa Chiesa divenuto figura profetica del nostro tempo.

L’anno che si chiude ha visto poi la celebrazione del Sinodo sui giovani. Abbiamo anche noi voluto metterci in ascolto delle nuove generazioni; mi sembra di poter dire, non senza frutto. Dopo la celebrazione del Sinodo, l’ascolto dei giovani lascia ora il posto ad un confronto con loro sulle indicazioni del Sinodo stesso e ad una ricerca condivisa della linee di azione pastorale in grado di rispondere ai loro desideri più profondi. Vorremmo renderli sempre più protagonisti nella costruzione del loro e nostro futuro. L’orizzonte è quello di una visione della vita che amiamo definire vocazionale. Noi crediamo, infatti, che in ogni momento ci raggiunge l’appello amorevole di Dio, voce amica che interpella la nostra libertà e la sospinge verso la santità. E non dovremo mai dimenticare che la fine di ogni anno ci ricorda – dolcemente ma inesorabilmente – il nostro limite. Nessuno vive per sempre su questa terra. Le generazioni si succedono l’una all’altra. Ognuna deve ricordare che è suo dovere preservare e promuovere il futuro di quelle che la seguiranno.

Si chiude un anno di intensa vita ecclesiale, un anno che per me, di fatto, è stato il primo. Sono consapevole che in un arco di tempo piuttosto breve sono state compiute scelte rilevanti, che hanno toccato il corpo vivo della Chiesa bresciana. Mi riferisco in particolare alla riorganizzazione della Curia diocesana e ai numerosi cambiamenti di destinazione richiesti al nostro presbiterio. Mi preme al riguardo condividere con tutti voi un duplice sentimento, che porto nel cuore: il primo è quello di una viva riconoscenza per la sincera e generosa disponibilità riscontrata nei nostri sacerdoti, di cui volentieri qui do testimonianza, e per l’accoglienza riservata dalle comunità parrocchiali ai loro nuovi pastori. Il secondo sentimento si fonde con la sincera convinzione di aver proceduto – per quanto riguarda queste decisioni – in risposta ad effettive esigenze pastorali, in piena continuità con l’azione dei vescovi miei predecessori, cui mi legano stima e affetto sinceri, e avendo a cuore lo stile e il metodo della sinodalità. A quanti hanno condiviso con me la responsabilità di queste scelte e stanno tuttora condividendo il compito del discernimento pastorale, in particolare ai vicari episcopali, va tutta la mia riconoscenza. Abbiamo cercato di coniugare sempre l’attenzione alle persone e il bene della diocesi. Laddove non vi siamo riusciti, per il nostro limite e mio in particolare, giunga la benevolenza di tutti ma anche la sana critica costruttiva.

Il 2018 è stato anche l’anno del rinnovo di cariche civili importanti: penso in particolare all’elezione recente del sindaco di Brescia e a quella ancora più recente del Presidente della Provincia bresciana; ma penso anche agli altri avvicendamenti amministrativi sul territorio. Colgo volentieri l’occasione per esprimere a tutti l’augurio di un servizio fecondo a beneficio dell’intera cittadinanza e per rinnovare, a nome dell’intera Chiesa bresciana, la sincera disponibilità ad operare per il bene comune. Il tempo delle contrapposizioni ideologiche potrebbe essere finito: sta a noi volerlo. Appare invece sempre più evidente la necessità di stabilire sapienti alleanze, per rispondere al dovere che tutte le istituzioni hanno di edificare una sana convivenza. Particolarmente urgente appare, al riguardo il compito educativo. Credo sia importante immaginare progettualità condivise e convergenti, nel rispetto delle singole competenze e nell’esercizio delle proprie responsabilità. È la nostra stessa coscienza a esigere che si rinunci al conflitto logorante e sterile e si approdi invece al confronto franco e costruttivo.

La speranza è la virtù di chi guarda al futuro senza angoscia e opera alacremente nel presente. È questa la virtù che vogliamo domandare al Signore nostro Dio all’inizio dell’anno nuovo. La sua Provvidenza, che mai viene meno, illumini le nostre menti, sostenga i nostri cuori, guidi i nostri passi.

Natale di salvezza e speranza

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada nella notte di Natale

È notte di veglia per noi. Notte di fede e di gioia. Nel cuore di questa notte, la notte del Natale del Signore, noi ci riuniamo insieme e insieme celebriamo l’Eucaristia. Compiamo l’atto più alto del nostro ringraziamento a Dio. Lo benediciamo, lo glorifichiamo, gli rendiamo grazie.

Sempre ci mancheranno le parole per esprimere adeguatamente la nostra riconoscenza davanti a questo evento di grazia che è in verità il mistero dell’Incarnazione.

Vorrei allora lasciare che sia la stessa Parola di Dio proclamata in questa liturgia a dare voce alla nostra lode. Vorrei che la nostra meditazione e la nostra preghiera fossero l’eco dell’annuncio dei profeti e degli apostoli, degli stessi evangelisti.

Siamo grati al Signore nostro Dio per la sua visita, promessa e tanto attesa. Gli siamo riconoscenti per essere venuto in mezzo a noi come sole che sorge dall’alto.

Egli è il termine fisso di ogni umano desiderio, il compimento di ogni nostra speranza.

È la luce amabile che rifulge su un popolo spesso costretto ad attraversare valli tenebrose.

È il volto amico di Dio rivolto su di noi, che viene a moltiplicare la gioia e la letizia nei cuori dei credenti e di tutti gli uomini di buona volontà.

Egli conosce la via che conduce alla pace, perché lui stesso è il principe della pace.

È Dio potente in mezzo a noi.

È Consigliere ammirabile.

È testimone della amorevole paternità di Dio.

Ha sulle spalle un’autorità che viene dall’alto. Esercita una sovranità che il mondo non conosce.

Il suo potere, infatti, è misericordia e tenerezza, benevolenza e mansuetudine.

Con la sua amabilità egli trionferà sui suoi nemici, spezzerà il gioco che opprime le nazioni, la sbarra che pesa sulle spalle di tutti noi, il bastone dell’aguzzino che spesso usiamo gli uni contro gli altri.

Egli darà compimento alla benefica ansia di liberazione che è propria delle grandi anime: liberazione anzitutto dal male che ferisce il nostro cuore e che poi avvelena il mondo. Abbiamo tutti bisogno di una liberazione che è salvezza. Fatichiamo a sorridere. Sentiamo il peso di un mondo agitato e incerto, non di rado minaccioso. Siamo continuamente bersagliati da messaggi che non hanno profondità, semplicemente commerciali, per non dire mercantili. Non accade spesso che ci scambiamo la testimonianza preziosa di una vita soddisfatta e serena. Una malcelata nostalgia accompagna il nostro vivere quotidiano. Qualcosa in noi ci spinge prepotentemente a guardare in alto e a dare al nostro vivere orizzonti più ampi. Lasciamoci dunque ispirare. Non resistiamo a questo desiderio così autenticamente umano.

Ed ecco allora a che cosa dobbiamo guardare: a questa luce che dall’alto è brillata nella regione di Betlemme; a questo bambino avvolto in fasce e deposto umilmente in una mangiatoia. Anche noi in verità è rivolta la parola dell’angelo ai pastori: “Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo Signore”. Salvezza e gioia qui si intrecciano e fanno scaturire, come acqua fresca da una sorgente, la speranza.

Chi sa leggere oltre l’umile apparenza del presepio, riconosce che qui è apparsa la grazia di Dio, una grazia che – come dice l’apostolo Paolo nella lettera a Tito – ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà. La salvezza di Cristo ha inaugurato nella storia un nuovo stile di vita, lo stile della santità, forma bella del vivere. La pace, infatti, viene dal profondo. Ha le sue radice nell’anima. È frutto della coraggiosa adesione a quanto la coscienza domanda. Là dove il cuore è limpido, là dove regnano sobrietà, giustizia e pietà, il cielo si specchia sulla terra, la pace che si diffonde tra gli uomini appare un riflesso della gloria celeste.

Sia dunque così per tutti noi, per ogni comunità cristiana, per la nostra Chiesa di Brescia e per la Chiesa universale. Sia così per ogni uomo di buona volontà, ma anche per ogni cuore ferito e per ogni animo incerto. Sia così per l’intera famiglia umana pellegrina nella storia. Il Natale del Signore porti a tutti salvezza e speranza.