Il bene ha risposto al male

“Al male della malattia e della morte ha risposto il bene scaturito dal cuore di molti”. L’omelia del vescovo Tremolada in occasione del Te Deum alle Grazie

Mentre l’ultimo giorno di questo anno volge al suo termine, eccoci Signore a celebrare qui nella Basilica delle Grazie il Te Deum per i benefici ricevuti. In verità – ci perdonerai Signore se lo confessiamo umilmente – fatichiamo ad elevarti l’inno di lode e di ringraziamento per questo anno che si chiude.

Ancora troppo vivi sono i segni della sofferenza che ci ha colpito, con la pandemia che ha sconvolto l’intera umanità. Tanti volti cari di nostri parenti e amici, fratelli e sorelle nella fede, non sono più tra noi. Accolti nel tuo abbraccio amorevole e certo destinati a ricevere da te la giusta ricompensa anche per la penosa esperienza vissuta, hanno lasciato qui un vuoto incolmabile. Legami spezzati all’improvviso e in condizioni inimmaginabili: nessun saluto, nessuna parola dai propri cari; un congedo mesto e dolente. E poi l’esperienza drammatica del contagio da parte di molti, la lotta contro una malattia che toglie il respiro, che obbliga all’isolamento. E ancora, la paura di venire colpiti, la preoccupazione per i propri cari, il senso di incertezza per il futuro che ancora pervade gli animi di tutti.

All’emergenza sanitaria è infatti subentrata l’emergenza economica e tutti guardiamo ora ai giorni che ci attendono con un sentimento che non vuole arrendersi all’ansia ma non può nascondere la preoccupazione.

Rimarranno impresse nella nostra memoria alcuni momenti emblematici: la preghiera di papa Francesco e la sua benedizione al mondo nella piazza di S. Pietro deserta; le celebrazioni delle S. Messe domenicali nelle nostre chiese vuote; il mesto rito della benedizione delle bare nel cimitero vantiniano e le celebrazioni delle esequie in tutti i nostri cimiteri cittadini con le urne cinerarie dei nostri cari defunti. Indelebile nel mio cuore rimarrà l’esperienza della processione del Venerdì Santo per le vie deserte della città di Brescia con la Reliquia insigne delle Sante Croci, in un silenzio carico di commozione e di intensa comunione, con il desiderio di far giungere a tutti la forza consolante del Cristo crocifisso, nostro salvatore.

Dovremo dunque, Signore, chiudere le nostre labbra e non elevarti quest’anno la lode per il tempo che ci hai donato, per i giorni che abbiamo vissuto? Dovremo consegnare alla storia l’anno che si conclude come un anno da dimenticare, un anno funesto, che nulla ci lascia se non dolore e amarezza? Qualcosa dal profondo della coscienza di dice che sbaglieremmo, che compiremmo un’ingiustizia, che non renderemmo merito a ciò che realmente è accaduto in questi mesi di prova.

In verità, Signore, noi abbiamo giusto motivo per renderti grazie, perché nei pesanti giorni che si sono susseguiti nel calendario di questo anno abbiamo avuto modo di vedere ciò che certo non avremmo visto nello snodarsi tranquillo di un tempo ordinario.

Al dolore e alla paura hanno fatto da contrappunto la generosità e il coraggio. Al male della malattia e della morte ha risposto il bene scaturito dal cuore di molti.

E così, Signore, noi questa sera siamo qui a renderti lode per la testimonianza che questo tuo popolo ha dato nei giorni della pandemia, per la sua dignità, per la sua fierezza, per il suo operoso impegno, per la determinazione e la forza d’animo con cui ha affrontato una situazione del tutto inattesa.

Ti rendiamo lode, Signore, per il senso di solidarietà che questa città e l’intero territorio bresciano hanno dimostrato e che ha trovato la sua manifestazione più evidente nella generosa adesione alla raccolta di fondi in favore delle strutture sanitarie, chiamate a sostenere un’emergenza in alcuni momenti estrema.

Ti rendiamo lode per il tanto bene compiuto nel silenzio, nella generosa dedizione al proprio dovere, con senso di responsabilità e, di più, con abnegazione e sacrificio, con commovente generosità, senza contare il tempo e senza troppo pensare ai rischi, riempiendo gli sguardi di affetto e di tenerezza. Il ringraziamento sincero espresso a tante persone che hanno così operato negli ospedali ma anche sul territorio, nei diversi modi dettati dai loro compiti istituzionali o professionali o del volontariato, si trasforma ora in rendimento di grazie. In tutto questo, Signore, noi vediamo i segni della tua Provvidenza amorevole, che ci raggiunge anzitutto attraverso il bene che le persone sanno fare, rispondendo all’ispirazione della loro retta coscienza. Per chi crede, questo è il segno più chiaro della tua presenza che salva, del tuo amore che riscatta e consola: nelle tenebre di un mondo ferito dal male, la luce della grazia si manifesta soprattutto così, attraverso la carità operosa.

Insieme alla solidarietà, che in questi giorni difficili si è fatta largo tra la sofferenza e la paura, ha reso la sua buona testimonianza anche la collaborazione, il desiderio e l’impegno a unire le forze, a operare per una causa comune, per il bene dei più deboli. Anche per questo, Signore, noi ti rendiamo grazie. Le ragioni della reciproca cooperazione sono stati più forti di quelle della fredda autonomia e così si sono create alleanze, particolarmente in ambito sanitario.

E ancora per un motivo è giusto, Signore, che ti rendiamo grazie: per quanto abbiamo meglio compreso in questi giorni tristi e dolorosi ma non privi della tua grazia. Una lezione di vita ci è stata consegnata attraverso la prova che abbiamo affrontato e stiamo ancora affrontando. Abbiamo meglio compreso il senso del nostro limite e della nostra fragilità: abbiamo imparato a non vergognarcene. Ci siamo sentiti più uniti.

Ci siamo resi conto di quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri, di quanto siano importanti un sorriso, una stretta di mano, un parola amica. Forse ora ci è più chiara anche la gerarchia del beni che fanno grande la vita: al primo posto non stanno i beni visibili, che produciamo, che compriamo o vendiamo, ma i beni invisibili, i nostri sentimenti più profondi, i legami che ci uniscono, i desideri spesso inconfessati. Lo stesso ambiente che ci circonda ora ci è diventato più caro: sentiamo con maggiore intensità il bisogno di rispettarlo, difenderlo, amarlo.

Per tutto questo, Signore, noi ti rendiamo grazie, e come tua Chiesa in particolare ti benediciamo per il Giubileo delle Sante Croci che il 28 febbraio di quest’anno abbiamo aperto nel tuo nome e che si protrarrà fino al 14 settembre del prossimo anno; per le linee di pastorale giovanile che insieme abbiamo tracciato e che ora vogliamo diventino vita per tutte le comunità parrocchiali; per il nuovo Messale che ci è stato donato e che guiderà la nostra celebrazione liturgia, tanto preziosa per la nostra vita di Chiesa.

A te affidiamo, Signore, i tanti sacerdoti che in questo hanno hai chiamato a te e che hanno arricchito questa tua Chiesa della loto preziosa testimonianza. Confidando nell’aiuto e nella protezione dei tanti santi bresciani, ti affidiamo il nostro cammino: guarda al tuo popolo con bontà e non lasciarci mancare il tuo amorevole sostegno nei giorni di questo nuovo anno, che iniziamo grati nel tuo nome.

La Beata Vergine Maria, che in questo luogo santo veneriamo, ci custodisca nella pace e tenga viva la nostra speranza.

Gioia e pace sono l’anima del Natale

Oggi l’umanità ha ancora più bisogno della pace del Natale. Leggi l’omelia del vescovo Tremolada nella Messa nella notte presieduta in Cattedrale

La notte che illumina tutte le notti è arrivata anche quest’anno. La luce che rischiara le nostre tenebre e ci strappa dalle ombre della morte è tornata a brillare. La parola rivolta ai pastori risuona anche per noi ed è annuncio che rincuora: “Oggi vi è nato un Salvatore, che il Cristo Signore”.

Di salvezza abbiamo bisogno. Ce ne siamo resi conto in questi mesi faticosi e dolorosi, il cui peso ancora grava su un presente che rimane preda dell’incertezza. Abbiamo bisogno di un salvezza che dia respiro, che torni ad offrire serenità, che unisca insieme salute del corpo e pace del cuore.

La grande attesa dei profeti ci trova in questo anno ancora più in sintonia. La sentiamo profondamente nostra. Il loro sguardo sul mondo ferito, sguardo insieme amorevole e severo, ha tenuto viva per secoli la speranza. Gli uomini di Dio che si sono avvicendati lungo la storia e hanno dato voce alla sua Parola non sono mai stati rinunciatari. Lasciarsi cadere le braccia per loro era impensabile. Hanno lottato contro la tentazione di abbandonare il campo, contro la paura di non farcela e contro la pigra rassegnazione. Non hanno mai smesso di credere nella fedeltà di Dio e ad essa si sono appoggiati come ad una roccia incrollabile. La costante frequentazione del mistero della grazia li ha resi fermi e tenaci. Mentre sentivano nel profondo del cuore la forza vittoriosa della bontà di Dio per gli uomini, entravano sempre più nel segreto del suo disegno di salvezza. E così hanno dato voce all’annuncio che ha attraversato i secoli.

Lo abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia … Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”.

Colpisce il fatto che queste parole non siano al futuro ma al presente, come se il profeta già facesse esperienza di ciò che l’umanità stava ancora attendendo. È proprio della grandi anime superare i limiti del tempo, porsi in totale sintonia con la manifestazione di Dio e quindi abitare l’eternità.

Gioia, letizia, luce e pace: sono le parole con cui i profeti danno espressione alla promessa di Dio. La gioia e la pace sono l’anima del Natale di Cristo; la luce è l’essenza del suo mistero, luce della grazia, di bontà e bellezza. Di questa gioia e di questa pace che vengono dalla luminosa manifestazione di Dio, l’umanità ha ora più che mai bisogno.

E se non tutti hanno coscienza di questo straordinario dono che la storia ha ricevuto con il Natale di Cristo, noi che crediamo in lui desideriamo annunciare che questo in verità è accaduto, che Dio ha visitato il suo popolo, che il cielo si è congiunto alla terra a Betlemme di Giudea, nel cuore di una notte solo apparentemente ordinaria, che le promesse dei profeti hanno trovato conferma nelle parole dell’angelo ai pastori: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo”.

I nostri giorni, o Signore, invocano questa gioia come la terra che per troppo tempo è rimasta senz’acqua. I volti dei piccoli e dei grandi, soprattutto i volti dei nostri anziani, per troppo tempo contratti dalla sofferenza e dalla paura, sentono prepotente il desiderio di aprirsi al sorriso. Tu vieni in mezzo a noi, Signore della pace, come colui che compie l’attesa. Abbiamo compreso quanto incerto sia confidare nell’uomo, affidare la nostra speranza alle sole nostre forze. Noi confidiamo in te e a te affidiamo il nostro presente e il nostro futuro. Da te accogliamo le parole profetiche della promessa antica che è divenuta realtà: “Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, egli viene a salvarvi”.

Il nostro sguardo si posa oggi ancora più intenso sul tuo presepe e qui ricerca il segreto di una vita purificata dalla presunzione orgogliosa di bastare a noi stessi. Siamo destinati alla comunione con te, a una vita che non conosce tramonto, la cui caparra è l’amore solidale. Una testarda nostalgia, che nessuna mondana abitudine riuscirà a sopire totalmente, alimenta in noi desideri di cielo. È sprone a guardare in alto e poi dall’alto tornare a guardare la terra, con occhi purificati e commossi. La sofferenza che ci ha colpito ha reso ancora più evidente che ciò che fa grande l’uomo in ogni tempo è la sua nobiltà d’animo e la capacità di prendersi cura dei suoi fratelli.

Così vogliamo vivere quest’anno – Signore – il tuo e nostro Natale: con totale affidamento e con profonda riconoscenza. La fragilità della nostra carne, in questi mesi così duramente provata, è oggi visitata dalla grandezza della tua gloria. La gioia e la pace che tanto desideriamo non vengono da noi ma – noi lo sappiamo – sono per noi. Sono il dono del nostro Salvatore per l’umanità che egli ama. Sii dunque benedetto – Signore – per questa affettuosa condiscendenza: tu, Signore della gloria, ti sei fatto nostro fratello; tu, Figlio dell’Altissimo, ti sei fatto nostro compagno di viaggio. Con te volgiamo lo sguardo al futuro, ai giorni ci attendono. A te chiediamo, confidenti, di spegnere l’ansia dei nostri cuore con rugiada della tua speranza.

Tu sei il nostro Dio e vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

L’Avvento, tempo di grazia

“Questo Natale sarà un Natale un po’ diverso”. Le parole del Vescovo fotografano il nostro Paese ma anche gran parte del mondo. E se i giornali e le televisioni si concentrano da settimane sul numero possibile di invitati al pranzo o sui regali da scartare, mons. Tremolada in un video messaggio rivolto alle comunità e alle famiglie sottolinea l’importanza di vivere questo tempo (l’Avvento e il Natale) in maniera davvero significativa. “Siamo ancora – spiega il Vescovo – in un clima di incertezza e di preoccupazione. Tutto deve essere svolto e andrà svolto con grande serietà e grande prudenza. Ma forse questo Natale potrà essere più vero, magari un po’ più essenziale, più autentico nella sua verità, più ispirato a quel mistero dell’incarnazione che costituisce l’essenza della dimensione cristiana del Natale. Dio è con noi, Dio è in mezzo a noi, Dio si fa uno di noi”. Come dice Giovanni nel suo Vangelo: Verbum caro factum est et habitavit in nobis (“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”).

Le tre parole. “Il mistero dell’incarnazione ci ricorda la grandezza e la dignità dell’umano. Il mistero di Dio che si unisce alla nostra umanità pone il sigillo sulla grandezza e la nobiltà dell’umano. Vorrei che il Natale del Signore e l’Avvento che lo prepara fossero contraddistinti da questa attenzione alla grandezza e alla dignità dell’umano che il mistero del Natale ci ricorda”. L’accoglienza, la tenerezza e la fraternità sono le “tre parole che possiamo richiamare e che mettono a fuoco questa grandezza”. Il cammino dell’Avvento e i giorni del Natale devono “essere caratterizzati dall’attenzione alla dimensione umana che viene trasfigurata dal mistero di Dio nella forma dell’accoglienza, della tenerezza e della fraternità”.

Gesti concreti. Come vivere l’Avvento? Il Vescovo ha pensato ad alcune proposte e le ha condivise con i responsabili della pastorale. Durante la prima ondata, il Papa ribadì, in un’intervista a “La Repubblica”, “l’importanza di mettere in campo la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, familiari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro. Ci sono gesti minimi, che a volte si perdono nell’anonimato della quotidianità, gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti. Ad esempio, un piatto caldo, una telefonata… Sono gesti familiari di attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione fra noi”.

Presentazione del Nuovo Messale Romano alle comunità parrocchiali bresciane

I Domenica di Avvento A.D. 2020

Al termine del canto di ingresso.

Ascoltiamo questo messaggio che il nostro vescovo Pierantonio ha voluto rivolgerci.

“Carissimi fratelli e sorelle nel Signore
con questa prima domenica del tempo di Avvento entra in uso nella nostra diocesi,
come in tutte le diocesi lombarde, il Nuovo Messale Romano, che ci viene consegnato dalla Madre Chiesa nella sua terza edizione.

Verrà portato all’altare da un rappresentante del Consiglio Pastorale Parrocchiale e offerto al sacerdote che presiede l’Eucaristia, il quale lo accoglierà e lo benedirà.
È un dono prezioso. È il Libro della celebrazione eucaristica e dell’Anno Liturgico, libro della preghiera della Chiesa e della Liturgia Cristiana. In esso è custodito il significato profondo dei santi misteri, da cui la Chiesa attinge la sua stessa vita.
È un dono fatto a tutta intera la comunità cristiana, perché possa elevare al Padre la sua lode e la sua supplica ma possa anche condividere la divina liturgia nella comunione dei santi.

Accogliamolo dunque con gratitudine, come segno e strumento di una esperienza di grazia che attinge al cuore stesso del mistero di Dio, Trinità d’amore e fonte di salvezza per l’intera umanità.

La nuova edizione del Messale porta con sé alcuni cambiamenti che troverete riportati sul foglio a voi consegnato. Ricordo in particolare le due variazioni introdotte nella preghiera del Padre nostro: d’ora in avanti pregheremo così il Padre nostro anche personalmente, fuori dalla celebrazione eucaristica. Vi invito a prestare attenzione, in modo che si possa continuare a pregare insieme con sincera devozione e in piena comunione.

Auguro a tutti un fruttuoso cammino di Avvento, così da giungere preparati al Natale del Signore. La grande festa dell’incarnazione di Dio sia per noi motivo di serenità e di speranza. Ne abbiamo davvero bisogno, in questo tempo che è ancora segnato dall’incertezza e dalla sofferenza. Sappiamo però che il Signore è fedele e non ci lascerà mancare il suo aiuto.

La benedizione di Dio Onnipotente, che di cuore invoco su tutti voi, vi accompagni e vi sostenga”.

+ Pierantonio Tremolada
Vescovo di Brescia

Si presenta il libro del Messale al celebrante, che si porterà davanti all’altare. Il celebrante recita questa preghiera di benedizione:

C. Preghiamo
Benedetto sei tu o Dio,
Padre di misericordia,
che in Cristo tuo Figlio, mediatore della Nuova Alleanza, sempre accogli la nostra lode
e dispensi la ricchezza dei tuoi doni.
Benedici + questo Messale (aspersione con acqua benedetta) e confermaci nella grazia del tuo Unigenito.
Tu che sei santo, rendici in Lui santi,
per la celebrazione dei divini misteri,
affinchè si accresca in noi l’esperienza del tuo amore.
Lo chiediamo a Te, o Padre
che nell’unità del Figlio e dello Spirito Santo, vivi e regni nei secoli dei secoli.
R. Amen.

Si consegna il Messale al celebrante. Questi lo presenta all’assemblea elevandolo, quindi lo porta con sé raggiungendo il presbiterio e inizia la Santa Messa nel modo consueto.

Il Vescovo: Aiutiamo la gente a pregare

Nella prossima riunione mensile della Congrega i sacerdoti, nelle diverse zone pastorali, sono invitati a riflettere sul nuovo Messale, che, come ricorda mons. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione vaticana per il Culto Divino e la disciplina dei sacramenti, non è “il libro del prete”, ma concentra in sé il deposito secolare della preghiera della Chiesa, che ha formato generazioni di cristiani: una volta “c’era l’idea che il Messale fosse il libro che serve al prete per dire Messa. In realtà questo libro contiene la norma per la celebrazione di tutta l’assemblea. È l’applicazione della visione, bella e importante, che scaturisce dall’ecclesiologia del Concilio Vaticano II: la responsabilità è propria del ministro, ma il prete non appartiene a una classe separata, svolge un servizio alla comunità”. Con l’approvazione della Sacrosanctum Concilium, il 4 dicembre 1963, si diede avvio alla riforma del Messale e degli altri libri liturgici, i cui primi frutti si ebbero nel 1970, quando, a distanza di quattro secoli esatti dal Messale riformato secondo i criteri del Concilio di Trento, fu pubblicato il Messale del Vaticano II, edito per l’autorità di Paolo VI.

Le modifiche. “Nelle scorse settimane è stato pubblicato il nuovo Messale. Siamo invitati – ha spiegato il Vescovo Tremolada nel video inviato alle Congreghe – a utilizzarlo dalla prima domenica di Avvento. Vorrei ricordare subito che, entrando in vigore il nuovo Messale, vanno assunte subito alcune modifiche che riguardano alcune preghiere liturgiche: ci sono piccoli cambiamenti ai quali dobbiamo prestare molta attenzione. Penso al Gloria e alla formula penitenziale del Confesso. Sono piccoli ritocchi importanti. E poi c’è il Padre Nostro con le due inserzioni: ‘Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male’. Dobbiamo aiutare la nostra gente a recitare il Padre Nostro in questa maniera rinnovata”.

La centralità dell’eucaristia. Con l’approvazione di Giovanni Paolo II, il 10 aprile 2000, e con il Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il 20 aprile del medesimo anno, il Messale Romano è giunto alla sua terza edizione tipica nel 2002, a più di 30 anni dalla prima editio typica e a più di 25 dalla seconda. “La pubblicazione del nuovo Messale diventa l’occasione per affrontare il tema della celebrazione dell’eucaristia, in particolare dell’eucaristia domenicale. Ho dedicato all’eucaristia la lettera pastorale (‘Nutriti dalla bellezza’) dello scorso anno. La lettera di quest’anno (‘Non potremo dimenticare’) non si sovrappone alla precedente: rimaniamo nella centralità dell’eucaristia”. In particolare, il Vescovo vuole ritornare su un punto decisivo: l’ars celebrandi. Per questo ha voluto immaginare una nota pastorale da condividere con i sacerdoti. “Dobbiamo essere molto attenti al nostro vissuto per dare all’eucaristia quel valore che merita”. L’eucaristia è la sorgente della vita cristiana: “Ritengo che dal punto di vista pastorale questa sia la questione decisiva: occorre celebrare bene, occorre entrare nel mistero dell’Eucaristia – scrive il Vescovo nella lettera pastorale Nutriti dalla bellezza – accettando di percorrere la strada che l’Eucaristia stessa ci apre, cioè la celebrazione… Vorrei tanto che tutti insieme imparassimo l’arte del celebrare prendendoci cura della celebrazione. Vorrei che diventassimo sempre più capaci di valorizzare tutti gli elementi che la costituiscono. Il primo servizio da rendere a chi partecipa alla Messa domenicale e feriale è l’alta qualità del celebrare”.

Per uno sviluppo eticamente sostenibile

L’omelia pronunciata in Cattedrale dal vescovo Pierantonio Tremolada in occasione della 70ª Giornata del Ringraziamento

Celebriamo questa solenne Eucaristia nella settantesima Giornata Nazionale del Ringraziamento. Lo facciamo qui nella chiesa cattedrale di Brescia, in un momento del tutto singolare e in condizioni del tutto eccezionali. Avremmo certo tutti desiderato di poter conferire ad una giornata come questa le caratteristiche di festa che le si addicono: grande concorso di popolo, esposizione di prodotti e mezzi, presentazione pubblica delle associazioni e delle loro iniziative. Così non è stato.

Eppure questa giornata non perde il suo significato e neppure la sua bellezza. Oso anzi dire che acquista una portata maggiore, in rapporto al momento che stiamo vivendo e al luogo in cui ci troviamo. Credo infatti di interpretare il sentimento di tutta la nostra gente bresciana, esprimendo agli organizzatori di questa manifestazione il sincero apprezzamento per aver deciso e poi confermato di celebrare qui questa giornata nazionale del ringraziamento, accettando di ripensarla e anche di ridimensionarla, a causa delle restrizioni imposte dalla situazione sanitaria non ancora risolta. Brescia ha vissuto nei mesi scorsi, a causa del contagio da Covid 19, un’esperienza che non potrà dimenticare: esperienza di dolore e di amore, di paura e di coraggio, di smarrimento e di generosità; un’esperienza che purtroppo si sta ancora vivendo nella nostra regione lombarda e in altre duramente provate. La decisione di confermare la giornata del ringraziamento in queste terre dove l’agricoltura è tenuta in grande considerazione e dove recentemente si è molto sofferto, appare a nostri occhi un segno di solidarietà e di amicizia che, mi sembra di poter dire a nome di tutti, suscita in noi un sentimento di profonda gratitudine.

Pensando dunque alla giornata che stiamo vivendo, ponendomi nell’orizzonte luminoso del mistero dell’Eucaristia e in ascolto della Parola di Dio che è stata proclamata, vorrei condividere una semplice riflessione che mi sta particolarmente a cuore e che prende le mosse dal brano del Vangelo appena ascoltato. Si tratta di una parabola che Gesù rivolge ai suoi uditori mentre ormai si avvicina il momento della sua passione. Il suo insegnamento si concentra su quanto accadrà dopo la sua morte e resurrezione, sul cammino che i suoi discepoli saranno chiamati a compiere nell’ambito dell’intera umanità e a beneficio di questa. Ed ecco ciò che egli racconta: avverrà del Regno dei cieli come di dieci vergini invitate ad una festa di nozze da tempo attesa e che sarebbe durata l’intera notte. Ognuna di loro vi giunge con una lampada, ma solo cinque di loro portano anche l’olio per tenerla accesa. Lo sposo tarda e tutte si addormentano. A mezzanotte lo sposo giunge e solo in quel momento, destatesi, le cinque ragazze distratte si accorgono di non avere con sé l’olio necessario per mantenere accese le lampade durante la festa. Corrono dunque a prenderlo, ma, tornate alla casa degli sposi, trovano la porta ormai chiusa, senza più possibilità di entrare.

L’insegnamento fondamentale che si coglie nella parole di Gesù riguarda la vigilanza. Egli esorta i suoi discepoli, nel cammino della storia che si sta aprendo per loro, a rimanere desti, a tenere accesa la lampada procurandosi l’olio necessario. Il linguaggio è simbolico, ma il senso è chiaro e l’insegnamento raggiunge direttamente anche noi. La vigilanza è in verità uno stile di vita, un modo di porsi nei confronti della realtà. Il suo contrario è la sonnolenza, la disattenzione, l’indifferenza, l’indolenza passiva. La vigilanza, è invece un’attenzione intelligente e appassionata, che coinvolge gli occhi, la mente e il cuore. La sentinella sulla mura fissa continuamente l’orizzonte, pronta ad agire, perché ama la sua città. Così fa ognuno che ama la gente e l’ambiente che lo circondano. Così dovrebbe fare ogni uomo e donna che si riconosce parte viva dell’umanità e si sente chiamato a costruire una vera società. Abbiamo oggi più che mai bisogno di pensiero e di passione, di intelligenza e di responsabilità, di creatività e di coraggio, soprattutto di solidarietà, contro la superficialità e l’aggressività, i luoghi comuni, l’interesse meschino e la pericolosa inerzia dell’abitudine. Ogni epoca è chiamata ad assumersi il compito di leggere la realtà in cui vive e di migliorarla, per consegnarla più ricca alla generazione successiva: è la missione che anche noi dobbiamo assumerci.

In questo occorre fare anche opera di purificazione, cioè di sapiente selezione, concentrandosi su ciò che è essenziale. L’esperienza drammatica dell’epidemia che è ancora in corso ci consegna questo chiaro messaggio. Siamo stati costretti e lo siamo tuttora a ridurre tutto ciò che non è indispensabile e a puntare su ciò che è essenziale. Ma che cosa dunque lo è? Che cosa non può mancare nel nostro vissuto quotidiano? La risposta – credo – ci può giungere da qualche semplice considerazione riguardante il tema scelto per questa settantesima Giornata Nazionale del Ringraziamento: l’acqua benedizione della terra.

L’acqua è sicuramente essenziale per la vita dell’uomo e del suo ambiente. A tutto infatti si potrà rinunciare, pensando al limite estremo della sussistenza, ma non all’acqua e al pane. L’acqua che disseta, che irriga e che lava è elemento indispensabile, è la sorgente stessa della vita e insieme ciò che ne contrasta il degrado. Nella sua concretezza, tuttavia, l’acqua assume anche una valenza simbolica: richiama ciò che non può mancare alla persona umana e al mondo, ciò che li fa vivere. La Bibbia fa spesso uso del simbolismo concreto dell’acqua e con essa allude alla vita nella sua forma più alta e più vera, intesa come comunione al mistero santo di Dio e come esperienza del suo amore misericordioso. L’acqua che sgorga dal costato trafitto di Cristo insieme al suo sangue costituisce il vertice di questa rivelazione.

Il pensiero va alla dignità personale e all’amore che contraddistingue nella la vera relazione umana. Qui sta l’essenziale della vita, di cui l’acqua è segno, con la sua freschezza, trasparenza e limpidità. Ogni persona umana ha un nome che va pronunciato con rispetto e con affetto; ogni persona porta in sé una grandezza che va riconosciuta e un bisogno di amore che va onorato. Senza questo non si vive. La vigilanza si fa allora più chiara nel suo obiettivo e nel suo agire che punta all’essenziale. Essa mira alla promozione della dignità personale e delle relazioni fondamentali; in questa prospettiva si fa progetto audace e appassionato a favore dell’intera umanità.

Ci vengono qui incontro le espressioni illuminanti e suggestive del magistero di papa Francesco, che fanno eco alla dottrina sociale della Chiesa: l’ecologia integrale, nella quale si uniscono la bellezza del territorio e i legami sociali e per la quale la terra è la casa comune e l’umanità la grande famiglia dei popoli; la mistica del vivere insieme, con l’esortazione a fare della fraternità universale la forma autentica della socialità, nell’accoglienza e nella reciproca integrazione delle differenti culture; lo sviluppo eticamente sostenibile, con le sue scelte coraggiose e innovative non soltanto sul piano tecnologico e gestionale, ma soprattutto sul piano sociale e politico. Siamo infatti chiamati ad essere lungimiranti nel progettare il presente, perché – come è stato giustamente osservato – non riceviamo la terra in eredità dai nostri nonni ma in prestito dai nostri nipoti. Tutto questo è vigilanza. È insieme contestazione lucida e ferma di paradigma distruttivo: quello del profitto esclusivo e del consumo sfrenato, dello spreco e dello scarto, del saccheggio delle risorse, ma anche della concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi e del potere senza scrupoli dei grandi gruppi finanziari.

Chi lavora la terra è forse nella condizione di comprendere meglio un simile appello. La natura stessa, con la sua bellezza insieme mite e drammatica, con i suoi tempi e i suoi cicli, con i suoi dinamismi ultimamente misteriosi, invita tutti noi ad uno stile di vita più responsabile e riconoscente, più amorevole, ultimamente più umano. Impariamo dunque a guardare così il mondo che ci circonda e soprattutto i volti delle persone che compongono la grande famiglia umana. Colui che tutto ha creato per amore e per amore ha redento l’umanità ferita dal male, ci invita ad assumere con consapevolezza le nostre responsabilità. Ci è stato fatto l’onore di diventare collaboratori di una provvidenza benevola e misericordiosa, che si prende cura dell’umanità e del suo ambiente nella complessità drammatica della storia. Siamo chiamati, come credenti e cristiani, ad una vigilanza sapiente e responsabile, ma soprattutto affettuosa, che annunci all’intera umanità il grande cuore di Dio, che in Cristo Gesù si è manifestato.

Ci aiuti lo stesso Signore ad accogliere il suo appello e ad assumere generosamente il nostro compito, lui che si è fatto solidale con noi fino alla morte e alla morte di croce.

A lui sia onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli. Amen

Covid: la memoria e il suffragio

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la messa, celebrata in piazza Paolo VI, in ricordo delle persone defunte a causa della pandemia

Nello scenario suggestivo e solenne di questa piazza che si apre davanti al nostro duomo e che con Piazza Loggia costituisce il cuore della città di Brescia, celebriamo questo rito solenne, nel quale desideriamo si fondano insieme la memoria e il suffragio. E io voglio subito ringraziare tutti voi che avete accolto l’invito a condividere questo momento singolare.

In questa piazza si trova oggi rappresentata la nobile anima della terra bresciana, della città e della provincia. Le vostre persone, stimatissimi rappresentanti delle istituzioni, delle amministrazioni locali e delle diverse associazioni, sono testimonianza eloquente del grande senso di umanità che anima il nostro popolo e della comunione che vicendevolmente ci lega. Ci sentiamo parte di una storia di cui abbiamo contribuito a scrivere una pagina non secondaria, ma soprattutto ci sentiamo uniti nell’esperienza di quella umanità che rende ogni persona immensamente grande e che trova la sua espressione più vera nei momenti di maggiore difficoltà.

È questo il senso di ciò che stiamo vivendo: una società che non onora i suoi morti, che non conserva vigile memoria delle sue sofferenze e della generosa risposta che queste sanno suscitare è una povera società, senza radici e senza futuro, perennemente fluttuante alla deriva. Ricordare con affetto commosso chi ci ha lasciato in circostanza dolorose, rendere merito con sincera gratitudine a quanti hanno dato viva testimonianza di dedizione e di coraggio significa compiere quel naturale atto di omaggio che la dignità umana si attende. Il cuore di ognuno di noi ne sente il bisogno.

Alla memoria grata si aggiunge il suffragio. C’è un orizzonte più grande di quello della terra in cui viviamo: è l’orizzonte del cielo che la sovrasta e la abbraccia. La fede dischiude alla vita umana una visione che – se rettamente intesa – permette di coglierne ancora di più la nobiltà e la grandezza. Secondo l’insegnamento della sacre Scritture, l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, destinato a condividere con lui la pienezza della vita. Il senso di Dio apre naturalmente al rispetto per la dignità dell’uomo, offre il fondamento più solido al riconoscimento dell’onore che ogni persona merita: “La gloria di Dio è l’uomo vivente” – ha scritto sant’Ireneo, uno dei grandi padri della Chiesa.

La pagina del Vangelo che la liturgia ci propone in questa domenica e che abbiamo appena ascoltato muove nella stessa direzione. A Pietro che domanda quante volte dovrà perdonare chi lo offende e che arriva a ad immaginare di farlo fino a sette volte, Gesù risponde invece che deve perdonare fino a settanta volte sette. Un perdono, dunque, senza misura e senza condizioni. La reazione immediata di ognuno che ascolta è che la richiesta del Cristo sia impossibile da realizzare: è qualcosa che va al di là delle nostre forze e che ci condannerebbe alla frustrazione. Ci rendiamo tuttavia conto della grandiosità di una simile prospettiva: il perdono senza misura è espressione di un amore che non si ferma davanti a nessun ostacolo e che rimane intatto a anche a fronte del male ricevuto, dell’offesa gratuita, della cattiveria, dell’ingratitudine, della vigliaccheria. Rispondere al male con il male è istintivo: è purtroppo la cosa più facile. Vincere il male con il bene è decisamente più difficile, è scelta sofferta e impegnativa, che tuttavia dice la misura di una coscienza e la sua apertura al mistero della bontà infinita di Dio. “Il Padre vostro che è nei cieli – dice Gesù ai suoi discepoli – fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Dio non fa del bene solo a chi se lo merita, ma fa del bene per riscattare chi fa il male, per sorprenderlo e conquistarlo con la sua bontà. Ecco dunque la prospettiva che viene aperta, il cielo che si dispiega sopra la terra: il mistero santo di Dio offre all’uomo l’orizzonte in cui collocarsi per dare compimento a se stesso. Mistero di grazia per i vivi e mistero di pace e consolazione per i defunti. Al bene offerto da Dio ai vivi va infatti aggiunto il bene da lui offerto ai defunti, cioè il riposo eterno e la luce perpetua, partecipazione definitiva e perenne alla sua beatitudine.

La memoria e il suffragio aprono al futuro, ci spingono a raccogliere l’eredità spirituale che ci giunge dall’esperienza vissuta, in particolare dalle consegne di quanti ci hanno lasciato. Credo che questa eredità consista nell’invito ad un coraggioso rinnovamento della società. Non possiamo semplicemente girare pagina, dimenticare presto un’esperienza dolorosa e imbarazzante, ritornare al più presto ad una normalità che sia semplicemente ciò che si è sempre fatto. La voce che ci viene dai giorni che ci hanno visti sofferenti ma anche più uniti e più decisi nell’aiutare i più deboli, è un appello a cambiare ciò che non più essere accettato come normale. Abbiamo compreso molto più chiaramente quanto sia necessario costruire una socialità che abbia sempre più i tratti di una comunità solidale, attenta ai più deboli, non condizionata dall’ansia di un profitto esagerato e alla fine disumano e dalla logica di un consumo ingordo e cieco; una comunità rispettosa del suo ambiente, non rapace, che mira ad uno sviluppo sostenibile, ispirato da sani principi morali. Abbiamo bisogno di una progettualità sapiente e concreta, che riconosca chiaramente nel bene comune il suo costante obiettivo e si impegni a perseguirlo con intelligenza e determinazione. È questo il nobile compito della politica, che nei giorni della grande sofferenza è risultato ancora più evidente e di cui comprendiamo ora ancora meglio l’importanza.

Una grande lezione di vita ci è giunta dai mesi dolorosi di questa pandemia. Mi sembra di poter dire in coscienza che non ne è mancata la consapevolezza. Si tratta ora di mantenerla viva e di trasformarla in azioni capaci di rinnovare la società. Non possiamo e non dobbiamo semplicemente ritornare al passato. C’è un colpo d’ala che la memoria ci esorta a imprimere al nostro vissuto, per il bene nostro e delle generazioni future.

Il Dio della grazia e della consolazione, cui abbiamo consegnato con fede i nostri morti e a cui noi stessi ci consegniamo come viventi creati a sua immagine, sostenga il nostro proposito e accompagni il nostro cammino. Ci aiuti a dare alla nostra società un volto sempre più umano, unendo i nostri sforzi in un’opera che possa essere guardata con riconoscenza da quanti verranno dopo di noi.

Ci benedica il Signore e ci custodisca.
Faccia risplendere per noi il suo volto e ci faccia grazia.
Il Signore rivolga su di noi il suo volto e ci conceda pace
(Nm 6,24-26).

Tremolada ai novelli: Siate amorevoli

In Piazza Paolo VI il vescovo Pierantonio ha ordinato quattro nuovi sacerdoti bresciani: don Alberto Comini, don Nicola Mossi, don Stefano Pe e don Alessio Torriti. Leggi l’omelia del Vescovo

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

siamo riuniti per celebrare con gioia l’ordinazione presbiterale di quattro nostri giovani, che hanno risposto con generosità alla chiamata di Dio. A loro anzitutto si rivolge il nostro pensiero in questo momento; a loro e ai loro cari, genitori e familiari, si indirizza il nostro affetto e anche la nostra riconoscenza. Attorno a loro ci stringiamo, disponendoci a vivere un momento di grazia, che è segno dell’amore fedele del Cristo risorto per la sua Chiesa e per l’intera umanità.

Non è questa la data in cui normalmente si celebrano le ordinazioni sacerdotali. Circostanze dolorose e drammatiche ci hanno obbligato a posticiparla. Controlli, distanziamenti, mascherine protettive sono i segni tuttora presenti di una situazione non ancora pienamente risolta, che abbiamo dovuto affrontare con coraggio e che ha lasciato ferite profonde. Voi – cari candidati – siete i sacerdoti ordinati nell’anno del grande contagio, di quella pandemia che ha flagellato il mondo e particolarmente le nostre terre bresciane. Siete tuttavia – lo dico con profonda convinzione – uno dei segni con cui la provvidenza di Dio ha risposto al senso di smarrimento e di impotenza che in questi mesi abbiamo tutti provato; siete una preziosa testimonianza della speranza che non viene meno, di una vita che non si spegne ma che ancora di più si alimenta alla sorgente divina dell’amore. La vostra consegna all’amore fedele di Dio ricorda a tutti noi che questa è la strada da percorrere sempre, in particolare quando la sofferenza bussa alla porta o prepotentemente la scardina. La solidarietà generosa e coraggiosa – lo sappiamo bene – è stata infatti e continua ad essere la vera risposta alla sfida del grande contagio. Tante persone si sono dimostrate ancora più attente alle necessità dei più deboli e ancora più disponibili a condividere beni materiali ma soprattutto energie e sentimenti. Una ordinazione sacerdotale si pone decisamente in questa linea, perché risponde alla logica dell’offerta di sé fino al sacrificio e svela la radice divina di ogni testimonianza d’amore fraterno e solidale.

Mi piace leggere in questa prospettiva anche il fatto che la nostra celebrazione avvenga non all’interno della cattedrale ma sul suo sagrato, in questa bella piazza che la città di Brescia ha voluto dedicare a san Paolo VI. Ciò che le circostanze hanno imposto ha forse anche un valore di segno: ci aiuta a comprendere meglio che ogni consacrazione è per il bene della Chiesa ma anche del mondo, che si viene ordinati non per se stessi ma per la missione, per l’annuncio del Vangelo e quindi per la salvezza di tutte le genti.

Nella lettera pastorale che ho da poco consegnato alla diocesi, tentando una rilettura spirituale del tempo di prova che abbiamo dovuto affrontare, ho voluto esprimere una mia profonda convinzione, che cioè dall’esperienza vissuta emerge la necessità di concentrarsi sull’essenziale della vita cristiana, per essere comunità di veri credenti e contribuire con decisione al rinnovamento della società. L’essenziale della vita cristiana – ce lo dice la Parola di Dio – va ricercato nell’amore vissuto e prima ancora accolto. Un amore di risposta che poi diventa comunione fraterna, amicizia sincera e servizio generoso. Sappiamo bene qual è il segno distintivo dei discepoli di Cristo. Le parole del Signore che abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo di Giovanni ce lo hanno chiaramente indicato: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, dall’amore che avrete gli uni per gli altri”. Tuttavia – ce lo dice sempre lo stesso brano del Vangelo – il comandamento dell’amore vicendevole trasmesso da Gesù ai suoi discepoli è preceduto da un suo invito accorato: “Come i Padre ha amato me così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”.

Voi – cari ordinandi – avete scelto proprio questa frase come motto per la vostra ordinazione presbiterale. In effetti questo è il punto cruciale. Qui sta o cade la nostra vita di discepoli del Signore. Occorre anzitutto “rimanere nel suo amore”, prendervi dimora, sentire nel profondo del proprio cuore che “ci ha visitati dall’alto un sole che sorge” e che in questa aurora di redenzione abbiamo sperimentato l’infinta misericordia di Dio. Mantenendoci ancorati a questa ardente benevolenza riusciremo a liberarci dalle strette del nostro selvatico egoismo, tanto duro a morire. Attirati dall’amore del Cristo crocifisso, misteriosamente uniti a lui come i tralci alla vite, siamo infatti entrati nella vita eterna per il Battesimo che abbiamo ricevuto. Occorre però dare a tutto questo l’avvallo della nostra libertà e lottare ogni giorno per “far morire in noi – come ci dice l’apostolo – l’uomo vecchio che si corrompe dietro le passioni ingannatrici”.

Che cosa si chiede dunque oggi anzitutto a un servitore di Cristo, a chi riceve l’ordinazione presbiterale? Si chiede che abbia conosciuto l’amore di Dio non per sentito dire, che abbia fatto personalmente e continui a fare l’esperienza della grazia, che abbia gustato “quanto è buono il Signore” e che perciò possa dire in piena onestà, insieme con Pietro. “Signore, tu sai che ti amo”. Anche voi – cari ordinandi – siete stati amati e scelti per essere testimoni del Vangelo della grazia. Con il Battesimo prima e ora con questa ordinazione presbiterale, venite inseriti con una specifica missione in un disegno provvidenziale. Vi siete votati alla causa della redenzione, grazie alla quale l’umanità ha riguadagnato la speranza ed è stata riscattata da un triste destino. Guardate dunque all’umanità intera con il vivo desiderio di vederla in pace, unita e concorde per la potenza del nome di Gesù. Indirizzate a questo obiettivo tutte le vostre energie, perché questa è la volontà di Dio. Non dimenticate mai che la luce della carità di Cristo è quanto tutti si attenderanno da voi: cercheranno nei vostri gesti e nelle vostre parole le tracce della bontà di Dio e della sua amorevole vicinanza.

Siate dunque uomini di comunione ma sappiate che la comunione deriva dalla grazia di Dio. Fate dunque spazio all’azione dello Spirito nell’intero corso della vostra vita. Siate terreno buono che accoglie la semente feconda della rivelazione di Dio. Lasciatevi costantemente raggiungere nel segreto del cuore dall’amore di Cristo che conquista e trasfigura. Il vostro ministero sarà così la naturale espressione di un amore ultimamente sponsale, la cui essenza rimarrà un segreto tra voi e colui che vi ha chiamato. Vi raccomando in particolare la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia: siano i cardini della vostra vita spirituale e del vostro servizio alla Chiesa. Una preghiera che attinga costantemente alla Parola di Dio e una celebrazione eucaristica sempre accompagnata dal senso del mistero.

Proprio la preghiera e l’Eucaristia vissute nella verità consentiranno alla grazia di Dio di manifestarsi in voi con tutta la sua potenza, al di là di ogni nostra capacità e anche attraverso la nostra debolezza. “Abbiamo un tesoro in vasi di creta” – ci ha ricordato san Paolo nella seconda lettura che è stata proclamata – un tesoro che è la luce di Dio, la gloria splendente della sua santità. Ci è chiesto di lasciarla trasparire in noi, di non ostacolarla, di non mortificarla. “Noi non annunciamo noi stessi – dice sempre san Paolo – ma Cristo Gesù Signore”. Siamo servitori, ambasciatori, araldi, messaggeri che offrono al mondo una ricchezza di cui non sono padroni e di cui non si deve approfittare. Siamo presi a servizio per gioire dei frutti del Vangelo insieme con chi lo accoglierà, senza pretese di ricompense o riconoscimenti mondani, senza tornaconto personale, liberi dalla ricerca del successo personale, del plauso della folla, dalla soddisfazione dei numeri.

Nulla fermerà l’opera della grazia di Dio se questa troverà un cuore che generosamente le si affida. Non temete dunque – cari ordinandi – le vostre fragilità, non vergognatevi della vostra debolezza. La misericordia di Dio è grande e si manifesta in modo ancora più efficace là dove più evidenti sono i nostri limiti. I vasi di creta non impediscono al tesoro di mostrarsi; anzi, rendono ancora più evidente la sua grandezza. Non temete dunque i vostri limiti e nemmeno i vostri sbagli. Temete piuttosto l’incredulità del cuore indurito, le pretese dell’io orgoglioso e avido che cerca in ogni cosa la propria gratificazione. Temete la tendenza a primeggiare, la rivendicazione di potere e la pretesa di avere sempre ragione. Temete il rischio di fare del vostro ministero un piedistallo su cui salire o una nicchia in cui rifugiarsi comodamente. Siate veri servitori del Signore, lasciate risplendere in voi la gloria che è sua e molti ne saranno attratti e vi saranno riconoscenti.

Un ultimo pensiero vorrei condividere con voi, che traggo dalla prima lettura che abbiamo ascoltato. Mosè supplica il Signore suo Dio e domanda aiuto per sostenere il formidabile compito che gli è stato affidato: quello cioè di guidare un popolo che è divenuto numeroso e che domanda di essere costantemente assistito. Il Signore invita Mosè a nominare settanta uomini tra gli anziani di Israele e rivolgendosi al suo fedele servitore dice: “Io toglierò dello spirito che è su di te e lo porrò su di loro e porteranno insieme a te il carico del popolo e tu non lo porterai più da solo”. Mi conforta ascoltare queste parole. Il sentimento di Mosè è infatti anche il mio, chiamato come sono a portare il carico di un popolo numeroso, con il desiderio di non lasciargli mancare quanto è necessario. Questi settanta anziani che ricevono parte dello spirito di Mosè in vista della condivisione del suo compito diventano figura del presbiterio che forma con il vescovo una cosa sola, nella guida della Chiesa di Cristo in cammino nella storia. Di questo presbiterio – cari candidati – voi da oggi entrate a far parte e io sin d’ora vi ringrazio per l’obbedienza che pubblicamente esprimerete nei miei confronti e nei confronti dei miei successori. È un’obbedienza che non va intesa come muta sottomissione ma come sincera condivisione di un mandato che proviene dall’unico vero pastore della Chiesa, cioè il Cristo risorto. Vorrei raccomandarvi questa comunione con me e con tutti i confratelli. Non si è preti in solitaria ma nella comunione del presbiterio diocesano. Là dove sarete mandati vivete dunque la fraternità e l’amicizia con quanti condividono il vostro ministero. Abbiate rispetto e affetto per chi ha sulle spalle un numero maggiore di anni, lasciatevi ammaestrare dalla loro esperienza. Mantenetevi in costante dialogo con tutti. Siate schietti ma prima di tutto amorevoli, liberi da ogni protagonismo e da ogni gelosia. La fraternità presbiterale sia il primo dono da voi offerto alle comunità che vi accoglieranno, perché anch’esse saranno invitate sempre più nei prossimi anni a vivere un’esperienza di comunione all’interno di ciascuna parrocchia e di più parrocchie tra loro. Lo Spirito santo ci sta infatti guidando verso forme sempre più intense di ministerialità e di sinodalità, attraverso le quali risulti ancora più evidente la forma nuova della vita redenta.

Il cammino che si apre davanti a noi, pur segnato da incertezze che non potremmo velocemente annullare, è carico di quella speranza che poggia sulla presenza costante del Dio con noi. “Tutto è possibile a chi crede” – aveva ricordato Gesù a un padre prostrato nel dolore. Questa parola è rivolta oggi anche a noi, soprattutto a voi, cari candidati. Conservate viva la vostra fede e il vostro ministero risplenderà della gloria di Dio.

La madre del Signore, arca della nuova alleanza e stella del mattino, vi custodisca nella fedeltà alla vostra chiamata e vi sostenga nell’esercizio generoso del vostro servizio alla Chiesa e al mondo. Noi vi accompagniamo con la nostra preghiera e il nostro affetto.

Lettera ai fedeli della diocesi di Brescia

Carissimi tutti,

in questi giorni mi ritorna spesso alla mente questa frase del Libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2-3). È la frase che scandisce le sette lettere inviate da Giovanni, l’apostolo profeta, alle sette Chiese dell’Asia a nome del Cristo risorto. Essa suona come un invito a leggere la situazione della propria Chiesa a partire dagli eventi in corso, per capire in che modo assecondare l’azione dello Spirito e dare compimento all’opera di redenzione del Risorto. A questa frase, sempre nella mia mente, se ne affianca un’altra, che viene dal Libro dei Salmi: “L’uomo nella prosperità non intende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). È proprio vero: a volte le condizioni di eccessiva prosperità ci impediscono di comprendere il senso profondo delle cose. L’improvvisa esperienza della precarietà e della debolezza, normalmente accompagnata anche dal dolore, ci apre gli occhi e ci rende più capaci di leggere la realtà.

Stiamo uscendo lentamente da una situazione di emergenza che ci ha letteralmente sconvolto. L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata: qualcosa di simile a quel che provarono i discepoli mentre erano con Gesù sulla barca in mezzo al lago di Galilea e si trovarono d’un tratto in balia di venti e onde spaventosi (cfr. Mc 4,35-41). La vita per noi in queste ultime settimane è totalmente cambiata: ci siamo sentiti improvvisamente fragili, impauriti, insicuri. Soprattutto, abbiamo dovuto contare i nostri morti, tante care persone che abbiamo affidato al Signore senza neanche la possibilità di un saluto da parte dei propri parenti. Quella prosperità cui ci eravamo abituati, d’un colpo è sparita e ci siamo ritrovati a fare i conti con il nostro limite e la nostra impotenza.

E tuttavia questo tempo non è stato infecondo. Abbiamo visto segni consolanti della Provvidenza di Dio: tanta generosità, tanta solidarietà, tanto coraggio, tanto senso di umanità. Abbiamo vissuto un’esperienza di Chiesa diversa ma non meno intensa, una vivacità e creatività che forse non avremmo mai immaginato: una grande vicinanza dei pastori al popolo di Dio, attraverso l’ascolto, il conforto, la preghiera di intercessione, la celebrazione dell’Eucaristia, l’accompagnamento pastorale delle famiglie e in particolare dei ragazzi.

Ora si comincia a respirare e si sente il bisogno di guardare avanti. Si parla di Fase 2 e poi di Fase 3 per indicare un percorso che ci attende, sul quale si dovrà riflettere con molta attenzione. Mi preme a questo riguardo condividere un pensiero che mi sta molto a cuore e che mi viene appunto dalla frase del Libro dell’Apocalisse che ho ricordato. Credo sarebbe un grave errore intendere la cosiddetta Fase 2 come un semplice ritorno alla situazione precedente l’epidemia, mettendo finalmente tra parentesi quanto è accaduto. Prima di rispondere alla domanda: “Come riprendiamo le nostre normali attività?” occorre rispondere a qualche altra domanda molto più importante. Penso sia necessario compiere quella che chiamerei una rilettura spirituale dell’esperienza attraverso una narrazione sapienziale. Un’esigenza anzitutto si impone: raccontarci che cosa abbiamo vissuto e chiederci che cosa il Signore ci ha fatto capire. Queste sono le domande che ci potrebbero aiutare: “Che cosa ci è successo? Che cosa abbiamo visto? Che cosa abbiamo provato? Che cosa ci ha addolorato? Che cosa ci ha consolato? Che cosa abbiamo meglio capito? In una parola, che cosa non potremo e non dovremo dimenticare? Penso in particolare ai sacerdoti, che ringrazio di cuore per quanto stanno facendo, e immagino la risonanza che queste domande hanno su di loro. Sarà importante farla emergere e condividerla.

Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro. La domanda guida sarà: “Che cosa si attende il Signore da noi, alla luce di quanto abbiamo vissuto?”. Come gli abitanti di Gerusalemme che ascoltarono da Pietro il primo annuncio della morte e risurrezione di Gesù, anche noi dobbiamo chiederci: “Se questo è ciò che è accaduto, ora che cosa dobbiamo fare?” (cfr. At 2,37). La nostra preoccupazione non potrà essere semplicemente quella di riprendere al più presto tutto quello che facevamo, ritornando alla cosiddetta normalità. Da più parti si sente dire: “Niente sarà più come prima!”. Per noi questo significa che l’esperienza vissuta in queste settimane ci ha consegnato una lezione di vita, ci ha scosso e ci ha fatto maturare. Dove e come dovrà dunque cambiare il nostro modo di essere Chiesa, di essere presbiterio, e anche il nostro modo di pensare la società? Su cosa dovremo puntare? Che cosa dovremo correggere o comunque ripensare, per corrispondere alla rivelazione di cui lo Spirito ci ha fatto dono attraverso un’esperienza dolorosa ma non assurda e disperata?

Quest’opera di narrazione sapienziale e di discernimento pastorale è quanto io mi sento di chiedere prima di tutto alla nostra Chiesa diocesana. Vorrei che questo avvenisse durante il tempo pasquale, fino alla grande festa di Pentecoste…

Il nostro cammino di Chiesa prosegue nella luce della Pasqua del Signore. In Lui abbiamo confidato in questo tempo di prova e a Lui continuiamo ad affidarci in questo tempo di discernimento. Sia Lui a guidare i nostri passi, nella potenza del suo Spirito. La santa Madre di Dio, che sempre veglia su di noi e per noi intercede, ci accompagni con la sua amorevole tenerezza.

Vi saluto con affetto e su tutti invoco di cuore la benedizione del Signore.

+ Vescovo Pierantonio