Il saluto di don Domenico

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Il saluto di don Domenico
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La notizia della nomina a parroco di Azzano Mella è stata l’opportunità per fare un bilancio di questi 8 anni di servizio sacerdotale a Leno, a Milzanello e a Porzano.

Il tempo che passa ci porta inevitabilmente a riflettere, a cercare di prendere coscienza di quello che siamo, di quello che facciamo, di dove stiamo andando. Il tempo, nel quale necessariamente si colloca la nostra esistenza, è, per certi aspetti, causa di incertezza perché porta con sé l’imprevisto e l’imprevedibile.

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Al termine della mia presenza, non posso che ringraziare, o meglio devo ringraziare! Non perché questi anni abbiano portato solo cose buone e gradevoli; ma perché – quali siano stati gli eventi vissuti, quali siano state le gioie e le sofferenze – il Signore mi ha dato la possibilità di seminare nelle mie giornate terrene. Come in ogni casa o famiglia non è che tutto vada bene ma il fatto solo di vivere – di essere figli di Dio, di potere conoscere e amare e pregare, di potere stabilire con gli altri rapporti di amicizia –, questo solo fatto è motivo di gioia serena per la quale siamo riconoscenti a Dio.

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Penso ai tanti volti, alle persone incontrate, alle storie, alle coppie di fidanzati, alle famiglie con le quali ho condiviso gioie e soprattutto dispiaceri e prove, racconti di vita… il tutto impastato di grazia di Dio e preoccupazioni terrene, legate alle vicende della nostra umanità, segnata dal peccato e da tante ferite.

Quanta “grazia” ho ricevuto da tutto ciò.
Quanti esempi di vita ricevuti da mamme, papà che ogni giorno danno la vita per le loro famiglie, dagli anziani preoccupati per le sorti dei figli e nipoti, dai giovani che si affacciano alla vita desiderosi di imparare l’arte dell’amore… e quante volte mi sono sentito piccolo, povero di fede. Tutto questo mi porta a dire solo: “GRAZIE”, a Dio, al Vescovo e alla Chiesa Bresciana, ai sacerdoti di Leno con i quali ho lavorato in questi anni. Grazie alle tante preghiere degli ammalati, delle persone sole… a loro e a chi li assiste… un pensiero affettuoso e speciale.

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Mi sono proprio sentito bene in mezzo a voi; mi avete accolto come fossi uno di voi.

Il trasferimento da un paese ad una nuova realtà è sempre un’esperienza umanamente non facile e semplice; solo in una prospettiva di fede acquista il suo senso e il suo significato. Il Signore mi chiede di perdere Leno, Milzanello e Porzano per ritrovare Lui in un’altra realtà, per servirLo in altre luoghi e persone. Sono potature necessarie per far germogliare vita nuova, la vita di Dio. I modi sono misteriosi, perché Dio è un mistero come lo è la vita. Ma è questa la legge fondamentale dell’amore: la legge dell’amore è dare la vita e permettere a qualcun altro di vivere senza volerlo afferrare e tenere stretto assolutamente per noi.
Vi chiedo una preghiera e io assicuro la mia perché il Signore ci guidi con la sua luce sulle strade della vita… buon cammino a tutti.

GRAZIE!

“Tu, Signore, custodisci il mio sguardo e la mia vita, e regalami la tua benedizione”

Don Domenico

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Sintesi dell’esortazione apostolica postsinodale del santo padre Francesco “Amoris lætitia”, sull’amore nella famiglia (Seconda parte)

Capitolo sesto: “Alcune prospettive pastorali”

Nel sesto capitolo il papa affronta alcune vie pastorali che orientano a costruire famiglie solide e feconde secondo il piano di Dio. In questa parte l’esortazione fa largo ricorso alle Relazioni conclusive dei due Sinodi e alle catechesi di papa Francesco e di Giovanni Paolo II.

Si ribadisce che le famiglie sono soggetto e non solamente oggetto di evangelizzazione.

Il papa rileva «che ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie» (AL 202).

Quindi il papa affronta il tema del guidare i fidanzati nel cammino di preparazione al matrimonio, dell’accompagnare gli sposi nei primi anni della vita matrimoniale (compreso il tema della paternità responsabile), ma anche in alcune situazioni complesse e in particolare nelle crisi, sapendo che «ogni crisi nasconde una buona notizia che occorre saper ascoltare affinando l’udito del cuore».

Inoltre si parla anche dell’accompagnamento delle persone abbandonate, separate o divorziate e si sottolinea l’importanza della recente riforma dei procedimenti per il riconoscimento dei casi di nullità matrimoniale.

 Si mette in rilievo la sofferenza dei figli nelle situazioni conflittuali e si conclude: “Il divorzio è un male, ed è molto preoccupante la crescita del numero dei divorzi.

Pastoralmente preziosa è la parte finale del capitolo: “Quando la morte pianta il suo pungiglione”, sul tema della perdita delle persone care e della vedovanza.

Capitolo settimo: “Rafforzare l’educazione dei figli”

Il settimo capitolo è tutto dedicato all’educazione dei figli: la loro formazione etica, il valore della sanzione come stimolo, il paziente realismo, l’educazione sessuale, la trasmissione della fede, e più in generale la vita familiare come contesto educativo. Interessante la saggezza pratica che traspare a ogni paragrafo e soprattutto l’attenzione alla gradualità e ai piccoli passi «che possano essere compresi, accettati e apprezzati» (AL 271).

Vi è un paragrafo particolarmente significativo e pedagogicamente fondamentale nel quale Francesco afferma chiaramente che «l’ossessione non è educativa, e non si può avere un controllo di tutte le situazioni in cui un figlio potrebbe trovarsi a passare (…). Se un genitore è ossessionato di sapere dove si trova suo figlio e controllare tutti i suoi movimenti, cercherà solo di dominare il suo spazio. In questo modo non lo educherà, non lo rafforzerà, non lo preparerà ad affrontare le sfide. Quello che interessa principalmente è generare nel figlio, con molto amore, processi di maturazione della sua libertà, di preparazione, di crescita integrale, di coltivazione dell’autentica autonomia» (AL 261).

Notevole è la sezione dedicata all’educazione sessuale, intitolata molto espressivamente: “Sì all’educazione sessuale”. Si sostiene la sua necessità e ci si domanda “se le nostre istituzioni educative hanno assunto questa sfida (…) in un’epoca in cui si tende a banalizzare e impoverire la sessualità”.

Si mette in guardia dall’espressione “sesso sicuro”, perché trasmette “un atteggiamento negativo verso la naturale finalità procreativa della sessualità, come se un eventuale figlio fosse un nemico dal quale doversi proteggere.

Capitolo ottavo: “Accompagnare, discernere e integrare la fragilità”

Il capitolo ottavo costituisce un invito alla misericordia e al discernimento pastorale davanti a situazioni che non rispondono pienamente a quello che il Signore propone.

Il papa qui scrive usa tre verbi molto importanti: “accompagnare, discernere e integrare” che sono fondamentali nell’affrontare situazioni di fragilità, complesse o irregolari.

Quindi il papa presenta la necessaria gradualità nella pastorale, l’importanza del discernimento, le norme e circostanze attenuanti nel discernimento pastorale, e infine quella che egli definisce la «logica della misericordia pastorale».

Il capitolo ottavo è molto delicato.

Per leggerlo si deve ricordare che «spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale da campo» (AL 291).

 Qui il pontefice assume ciò che è stato frutto della riflessione del sinodo su tematiche controverse.

Si ribadisce che cos’è il matrimonio cristiano e si aggiunge che «altre forme di unione contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo». La Chiesa dunque «non manca di valorizzare gli “elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più” al suo insegnamento sul matrimonio».

Per quanto riguarda il “discernimento” circa le situazioni “irregolari” il papa osserva: “sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione”.

E continua: “Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia ‘immeritata, incondizionata e gratuita’”(AL 297).

Ancora: “I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale” (AL 298).

In questa linea, accogliendo le osservazioni di molti Padri sinodali, il papa afferma che “i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni forma di scandalo”. “La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali (…) Essi non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa (…) Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli” (AL 299).

Più in generale il papa fa una affermazione estremamente importante per comprendere l’orientamento e il senso dell’esortazione: “Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete (…) è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal sinodo o da questa esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi.

 È possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il ‘grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi’, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” (AL 300).

 Il papa sviluppa in modo approfondito esigenze e caratteristiche del cammino di accompagnamento e discernimento in dialogo approfondito fra i fedeli e i pastori.

A questo fine richiama la riflessione della Chiesa “su condizionamenti e circostanze attenuanti” per quanto riguarda la imputabilità e la responsabilità delle azioni e, appoggiandosi a san Tommaso d’Aquino, si sofferma sul rapporto fra “le norme e il discernimento” affermando: “È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti a una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma” (AL 304).

Nell’ultima sezione del capitolo: “La logica della misericordia pastorale”, papa Francesco, per evitare equivoci, ribadisce con forza: “Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano.

Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (AL 307).

 Ma il senso complessivo del capitolo e dello spirito che papa Francesco intende imprimere alla pastorale della Chiesa è ben riassunto nelle parole finali: “Invito i fedeli che stanno vivendo situazioni complesse ad accostarsi con fiducia a un colloquio con i loro pastori o con laici che vivono dediti al Signore. Non sempre troveranno in essi una conferma delle proprie idee e dei propri desideri, ma sicuramente riceveranno una luce che permetterà loro di comprendere meglio quello che sta succedendo e potranno scoprire un cammino di maturazione personale. E invito i pastori ad ascoltare con affetto e serenità, con il desiderio sincero di entrare nel cuore del dramma delle persone e di comprendere il loro punto di vista, per aiutarle a vivere meglio e a riconoscere il loro posto nella Chiesa” (AL 312). Sulla “logica della misericordia pastorale” papa Francesco afferma con forza: «A volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio. Poniamo tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di senso concreto e di significato reale, e questo è il modo peggiore di annacquare il Vangelo» (AL 311).

Capitolo nono: “Spiritualità coniugale e familiare”

Il nono capitolo è dedicato alla spiritualità coniugale e familiare, «fatta di migliaia di gesti reali e concreti». Si parla quindi della preghiera alla luce della Pasqua, della spiritualità dell’amore esclusivo e libero nella sfida e nell’anelito di invecchiare e consumarsi insieme, riflettendo la fedeltà di Dio.

 Nel paragrafo conclusivo il papa afferma: “Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare (…). Tutti siamo chiamati a tenere viva la tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti, e ogni famiglia deve vivere in questo stimolo costante. Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare! (…). Non perdiamo la speranza a causa dei nostri limiti, ma neppure rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa”.

L’esortazione apostolica si conclude con una Preghiera alla Santa Famiglia (AL 325).

* * *

Come è possibile comprendere già da un rapido esame dei suoi contenuti, l’esortazione apostolica Amoris lætitia intende ribadire con forza non l’«ideale» della famiglia, ma la sua realtà ricca e complessa.

Vi è nelle sue pagine uno sguardo aperto, profondamente positivo, che si nutre non di astrazioni o proiezioni ideali, ma di un’attenzione pastorale alla realtà. Il documento è una lettura densa di spunti spirituali e di sapienza pratica utile ad ogni coppia umana o a persone che desiderano costruire una famiglia. Si vede soprattutto che è stata frutto di esperienza concreta con persone che sanno per esperienza che cosa sia la famiglia e il vivere insieme per molti anni. L’esortazione parla infatti il linguaggio dell’esperienza

Don Domenico

Sintesi dell’esortazione apostolica postsinodale del santo padre Francesco “Amoris lætitia”, sull’amore nella famiglia

“Amoris lætitia” (AL – La gioia dell’amore), l’esortazione apostolica post-sinodale “sull’amore nella famiglia”, datata non a caso 19 marzo, solennità di San Giuseppe, raccoglie i risultati di due sinodi sulla famiglia indetti da papa Francesco nel 2014 e nel 2015, le cui Relazioni conclusive sono largamente citate, insieme a documenti e insegnamenti dei suoi predecessori e alle numerose catechesi sulla famiglia dello stesso papa Francesco. Tuttavia, come già accaduto per altri documenti magisteriali, il papa si avvale anche dei contributi di diverse conferenze episcopali del mondo (Kenya, Australia, Argentina…) e di citazioni di personalità significative come Martin Luther King o Erich Fromm. Particolare una citazione dal film Il pranzo di Babette, che il papa ricorda per spiegare il concetto di gratuità.

Premessa

L’esortazione apostolica colpisce per ampiezza e articolazione. Essa è suddivisa in nove capitoli e oltre 300 paragrafi. Ma si apre con sette paragrafi introduttivi che mettono in piena luce la consapevolezza della complessità del tema e l’approfondimento che richiede. Si afferma che gli interventi dei Padri al sinodo hanno composto un «prezioso poliedro» (AL 4) che va preservato.

In questo senso il papa scrive che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero».

Dunque per alcune questioni «in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, “le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale […] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato”» (AL 3).

Questo principio di inculturazione risulta davvero importante persino nel modo di impostare e comprendere i problemi che, aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal magistero della Chiesa, non può essere «globalizzato».

Ma soprattutto il papa afferma subito e con chiarezza che bisogna uscire dalla sterile contrapposizione tra ansia di cambiamento e applicazione pura e semplice di norme astratte.

Scrive: «I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche» (AL 2).

Per motivi di brevità prendiamo solo alcuni capitoli.

Capitolo secondo: “La realtà e le sfide delle famiglie”

A partire dal terreno biblico nel secondo capitolo il papa considera la situazione attuale delle famiglie, tenendo «i piedi per terra» (AL 6), attingendo ampiamente alle Relazioni conclusive dei due sinodi e affrontando numerose sfide, dal fenomeno migratorio alla negazione ideologica della differenza di sesso (“ideologia del gender”); dalla cultura del provvisorio alla mentalità antinatalista e all’impatto delle biotecnologie nel campo della procreazione; dalla mancanza di casa e di lavoro alla pornografia e all’abuso dei minori; dall’attenzione alle persone con disabilità, al rispetto degli anziani; dalla decostruzione giuridica della famiglia, alla violenza nei confronti delle donne. Il papa insiste sulla concretezza, che è una cifra fondamentale dell’esortazione. E sono la concretezza e il realismo che pongono una sostanziale differenza tra «teorie» di interpretazione della realtà e «ideologie».

Citando la Familiaris consortio Francesco afferma che «è sano prestare attenzione alla realtà concreta, perché “le richieste e gli appelli dello Spirito risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia”, attraverso i quali “la Chiesa può essere guidata ad una intelligenza più profonda dell’inesauribile mistero del matrimonio e della famiglia”» (AL 31). Senza ascoltare la realtà non è possibile comprendere né le esigenze del presente né gli appelli dello Spirito, dunque. Il papa nota che l’individualismo esasperato rende difficile oggi donarsi a un’altra persona in maniera generosa (cfr AL 33). Ecco una interessante fotografia della situazione: «Si teme la solitudine, si desidera uno spazio di protezione e di fedeltà, ma nello stesso tempo cresce il timore di essere catturati da una relazione che possa rimandare il soddisfacimento delle aspirazioni personali» (AL 34).

L’umiltà del realismo aiuta a non presentare «un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono» (AL 36). L’idealismo allontana dal considerare il matrimonio quel che è, cioè un «cammino dinamico di crescita e realizzazione».

Per questo non bisogna neanche credere che le famiglie si sostengano «solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia» (AL 37).

Invitando a una certa “autocritica” di una presentazione non adeguata della realtà matrimoniale e familiare, il papa insiste che è necessario dare spazio alla formazione della coscienza dei fedeli: “Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (AL37).

Gesù proponeva un ideale esigente ma «non perdeva mai la vicinanza compassionevole alle persone fragili come la samaritana o la donna adultera» (AL 38).

Capitolo quarto: “L’amore nel matrimonio”

Il quarto capitolo tratta dell’amore nel matrimonio, e lo illustra a partire dall’“inno all’amore” di san Paolo in 1Cor 13,4-7. Il capitolo è una vera e propria esegesi attenta, puntuale, ispirata e poetica del testo paolino. Potremmo dire che si tratta di una collezione di frammenti di un discorso amoroso che è attento a descrivere l’amore umano in termini assolutamente concreti.

Si resta colpiti dalla capacità di introspezione psicologica che segna questa esegesi.

L’approfondimento psicologico entra nel mondo delle emozioni dei coniugi – positive e negative – e nella dimensione erotica dell’amore.

Si tratta di un contributo estremamente ricco e prezioso per la vita cristiana dei coniugi, che non aveva finora paragone in precedenti documenti papali.

A suo modo questo capitolo costituisce un trattatello dentro la trattazione più ampia, pienamente consapevole della quotidianità dell’amore che è nemica di ogni idealismo: «non si deve gettare sopra due persone limitate – scrive il pontefice – il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica “un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio”» (AL 122).

Ma d’altra parte il papa insiste in maniera forte e decisa sul fatto che «nella stessa natura dell’amore coniugale vi è l’apertura al definitivo» (AL 123), proprio all’interno di quella «combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri» (Al 126) che è appunto il matrimonio.

Il capitolo si conclude con una riflessione molto importante sulla «trasformazione dell’amore» perché «il prolungarsi della vita fa sì che si verifichi qualcosa che non era comune in altri tempi: la relazione intima e la reciproca appartenenza devono conservarsi per quattro, cinque o sei decenni, e questo comporta la necessità di ritornare a scegliersi a più riprese» (AL 163).

L’aspetto fisico muta e l’attrazione amorosa non viene meno ma cambia: il desiderio sessuale col tempo si può trasformare in desiderio di intimità e “complicità”.

«Non possiamo prometterci di avere gli stessi sentimenti per tutta la vita.

Ma possiamo certamente avere un progetto comune stabile, impegnarci ad amarci e a vivere uniti finché la morte non ci separi, e vivere sempre una ricca intimità» (AL 163).

(Prima parte)
Don Domenico

Famiglia diventa ciò che sei

La nuova evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa domestica… E come sono in relazione l’eclissi di Dio e la crisi della famiglia, così la nuova evangelizzazione è inseparabile dalla famiglia cristiana.

Con queste parole Benedetto XVI indicava un nesso fortissimo tra famiglia e nuova evangelizzazione.

Si assiste oggi alla “crisi dei termini” che diventano ambigui e vuoti dove ognuno ci mette dentro ciò che vuole per cui concetti come “amore, paternità, maternità, dono, matrimonio e famiglia…” dicono tutto e il contrario di tutto…che fare?

E’ necessario ritornare al loro significato originario, in un contesto caratterizzato da:

  • progressiva secolarizzazione del matrimonio, che  non è più considerato come una realtà sacra, ma come un’istituzione puramente mondana.
  • riduzione affettiva della relazione tra uomo e donna propria del romanticismo.. l’amore è  un evento oscuro e incontrollabile, che sfugge alla libertà.
  • La separazione della sessualità dalla persona, dal matrimonio e dalla procreazione, effetto della rivoluzione sessuale.

Che fare?

Non si risponde al relativismo con il fondamentalismo religioso ma proponendo in positivo la bellezza del vangelo del matrimonio. Tutti parlano di amore, matrimonio, famiglia.. ma noi come chiesa abbiamo qualcosa da dire? Vogliamo mostrare la bellezza, la verità del vivere la famiglia a partire dall’insegnamento della chiesa sulla persona, sul matrimonio e sull’amore umano.

Per questo proponiamo “il sabato della famiglia” per conoscere e capire con un approccio nè dogmatico né morale ma antropologico nel senso di ripartire dall’esperienza umana, dal dato umano, naturale alla luce della fede cristiana. Potete consultare il nostro Calendario per tutti gli appuntamenti e le informazioni.

La risorsa educativa dei nonni

Se nella coppia è già difficile eliminare il pregiudizio di conoscere l’altro con la conseguenza di “volerlo” cambiare e, al contempo, di non poterlo cambiare…a maggior ragione a livello di rapporto tra suoceri e generi/nuore si moltiplicano per varie ragioni.

  1. Si fa strada il pregiudizio sulla estraneità dell’ altra stirpe:  «È l’altro/a che è stato/a da sempre abituato così dai suoi», «Ma possibile che sia così difficile capire che …?!» 
  2. Subentra l’intrecciarsi di gelosie e rivalità di cui noi nonni/ suoceri non siamo del tutto consapevoli. “Il genero o la nuora è colui che distrugge il nostro equilibrio familiare conquistato così a fatica!”; e viceversa dalla parte della coppia giovane: “Sento introdurre nel nostro faticoso equilibrio di coppia il suocero o la suocera” e mi scaglio contro di loro.

Portiamo alcuni esempi sul primo caso:  «È mia nuora/mio figlio che è fatto così e non c’è niente da fare…»: dal punto di vista dei nonni è restare legati a semplicistiche dietrologie che  ingabbiano l’altro. Infatti, se io sono convinto che i genitori non sono sufficientemente attenti ai bisogni dei nipotini, se sono convinto che i genitori badano sempre agli affari loro, annoterò tutte le frasi che vanno in questo senso. Tutte queste paure costituiscono una gabbia perché io nonno/a vedrò solo gli atteggiamenti che me lo confermano, mi comporterò con tono accusatorio e il risultato sarà che il genitore in questione si sentirà giudicato. La sapienza qui consiste nel capire profondamente (e cioè con il cuore e non solo con la testa) che ogni relazione si co-costruisce e che quindi è circolare: la nuora, ad esempio, allontana la suocera perché “è invadente”; ma la suocera si sente autorizzata a chiedere e ad intervenire perché è lasciata in disparte; e quanto più la suocera è invadente, tanto più l’altra si ritira.

“Fare il tifo per la relazione” che fa crescere il nipotino significa qui sacrificare il proprio io e le proprie “ragioni” cercando l’intesa ad ogni costo. È infatti ancor più difficile è rendersi conto di quanto una persona (il genitore o il nonno) metta di suo nella lettura del pensiero del bambino (che per sua natura è fatto per obbedire e compiacere alla figura adulta a cui è affidato). Pensiamo alla nonna che si narra: “Con sua madre il mio nipotino si sente male… non è capito, non può giocare…. Me l’ha detto lui!”; oppure viceversa pensiamo alla mamma che si racconta: “Con la nonna mio figlio non è se stesso, mi dice sempre che deve essere come un soldatino obbediente, e stare sempre alle regole…. Vedeste invece com’è libero e creativo con me!”.

In conclusione: bisogna fare il tifo per la relazione a costo di sacrificare questi semplicismi che sembrano dei dati di fatto – e quindi in fondo sacrificare se stessi – è un vero sacrificio di santità in quanto porta chi lo fa a capire quanto lui stesso abbia contribuito inconsapevolamente a creare quelle espressioni del bambino; ciò gli allarga l’orizzonte, fa crescere la relazione e produce benessere per tutti, soprattutto per la terza generazione.

Se infatti i nonni pensano alla relazione che li lega alle famiglie dei nipotini come ad un circolo che necessariamente contribuiscono a costruire possono chiedersi come la gestiscono, che cosa immettono in quella relazione con i loro atteggiamenti!

Domanda: Quali considerazioni sulla dinamica della relazione aiutano i nonni a gestire i rapporti con i nipoti e i loro genitori? E aiutano la seconda generazione a capire di più i nonni?

Portiamo alcune indicazioni:

  • mantenere una buona relazione tra consuoceri, tanto per cominciare (tra l’altro è un modo molto semplice per soddisfare alcune curiosità sulla seconda e sulla terza generazione…);
  • una buona relazione aiuta, tra l’altro, ad evitare un tifo partigiano per “mio figlio/a” senza vedere la circolarità della relazione in cui si è immesso e l’ha cambiato (talvolta anche nei gusti!);
  • una buona relazione aiuta ancora ad osservare come i nipotini si adattino con tranquillità agli stili delle due stirpi. Ad esempio, quando si trovano in casa una stirpe “chiedono “naturalmente” per piacere e non si sognano di utilizzare qualsiasi cosa abbiano sott’occhio; quando sono in casa dell’altra si aprono il frigo e si servono di quello che loro occorre, e imparano anche a dosarselo!;
  • parlar bene dei consuoceri alla coppia di mezzo è un modo molto importante per non acuire le difficoltà della giovane coppia con la generazione anziana, di entrambe le stirpi. E pure quando nuora o genero parlasse male dei propri genitori, è probabile che ascolti volentieri chi parla bene di loro!;
  • nei momenti di difficoltà della giovane coppia, questa alleanza è fondamentale per aiutare la coppia a soccombere. Ho visto anni fa una madre non concedere un appartamento di sua proprietà al figlio che aveva intenzione di separarsi, causandogli sì al momento difficoltà, ma anche un percorso virtuoso che l’ha riportato in famiglia e quindi… dagli adorati nipotini!

I neogenitori non devono essere implicitamente o esplicitamente accusati dai nonni e ai nonni deve venir riconosciuta la possibilità di attivarsi senza che immediatamente scatti l’accusa di intrusione nella relazione. Il gioco delle accuse reciproche tra prima e seconda generazione ha solamente un effetto sicuro: rendere tutti più poveri. E dicendo tutti, si comprende anche il bambino; egli è “predisposto” ad attaccarsi ai propri genitori e criticare apertamente i genitori davanti a lui è un tentativo di derubarlo di un suo bene prezioso.

Domanda: Quali atteggiamenti dei nonni possono favorire l’unità delle stirpi?

La sapienza della prima generazione consiste però nel coltivare – accanto al dono dell’unità di cui abbiamo appena detto – anche quello della diversità. Ricominciamo dalla relazione di coppia, nei cui riguardi bisogna sfatare il mito del dialogo attraverso cui la coppia raggiunge un unico e compatto modo di presentarsi ai figli. Dobbiamo renderci conto che questa unità, a volte, è stata enfatizzata da un clima fusionale improprio che ha dimenticato la naturale differenza (sessuale) tra i genitori e le diversità di formazione e di cultura. È vero che quanto più il figlio è piccolo sono necessarie decisioni di comune accordo (lasciare piangere il neonato oppure non lasciarlo piangere?), ma l’accusa al coniuge di essere ostile e di non capire, solo perché vorrebbe mettere in atto un diverso modo di atteggiarsi verso il figlio, immette violenza e difficoltà nella coppia e il figlio rischia di trovarsi nel “peggio” di genitori divisi.

Per i nonni, coltivare la diversità come risorsa significa riconoscere la lezione della natura per cui un nipotino ha fin dall’origine avuto bisogno degli altri 23 cromosomi provenienti da un’altra stirpe! È normale che lo stile di vita che i figli vivono quando sono ospiti dei nonni sia ben diverso da quello che vivono in casa con i genitori! Le correzioni unilaterali (nei due sensi) non valgono: “insegnare i figli a diffidare dei nonni” o “insegnare ai nipoti a diffidare dei genitori” è una mossa che va contro l’interesse del bambino che può arrivare a vivere la sua capacità di adattarsi ad entrambi con sensi di colpa.

Penso a bambini che raccontano ai genitori o ai nonni quanto questi adulti vogliono sentire, proprio perché sentono il bisogno dell’adulto di essere confermato nel proprio schema! «Con te sì che sto bene!» diventa nel bambino una esigenza di consolare la sofferenza di un adulto che si è ingabbiato nella propria rigidità. Ciò vale anche per i nonni che non accettano la diversità educativa introdotta dalla seconda generazione.

Vedere che la nuova famiglia ha uno stile di vita diverso dal proprio, non significa immediatamente pensare che lo stile diverso sia senz’altro per colpa del genero o della nuora e che per questo i nipotini soffrono! E in questo percorso  bisogna riconoscere come una “forma indebita di appropriamento del nipote” l’istruzione religiosa di un nipotino, quando viene fatta dai nonni senza il consenso dei genitori e di nascosto.

Don Domenico

Sinodo per la Famiglia: un primo bilancio

Il testo finale del sinodo  non va certo sottovalutato, ma non si deve neppure sopravvalutarlo. Si tratta di una serie di 94 proposizioni che fungeranno da “base” pe l’elaborazione del testo magisteriale che, una volta pubblicato, di fatto andrà a prendere il posto del testo sinodale, con altra autorità. Per questo, se valutassimo il testo come “definitivo”, andremmo incontro ad un abbaglio.
Piuttosto, esso ha avuto un duplice compito: mettere a confronto le diverse culture nella chiesa di fronte alle sfide che la famiglia subisce; preparare un consenso diffuso per sostenere un aggiornamento e la “conversione” della pastorale familiare. Il tono è stato sereno e costruttivo; ciò nondimeno, vi sono state  resistenze, forse anche più forti di quanto si sarebbe pensato.

ALCUNI CASI ESEMPLARI: relazioni omosessuali e comunione ai divorziati risposati.

Non vi è dubbio che nel sinodo del 2014 la gestione di argomenti delicati aveva creato resistenze e opposizioni, che si erano tradotte in un numero di voti contrari più alto del previsto. E’ però paradossale che nel testo di oggi, di fatto si siano letteralmente dimenticate alcune questioni.
Della relazione omosessuale di coppia non si fa parola. La questione della comunione ai divorziati risposati non viene mai nominata. Si gira attorno al tema, ma senza mai evocarlo direttamente.
Lo ripeto: tutto questo assomiglierebbe ad un occasione persa se non tenessimo conto della provvisorietà della Relazione finale.

Era più importante creare le condizioni di un consenso più vasto, piuttosto che sollevare tutte le questioni teoriche e pratiche e rischiare la divisione!

Quali sono i punti fondamentali che i Padri sinodali hanno sottolineato?

LA FAMIGLIA è SFIDATA DAI TEMPI: pertanto è necessario pensare la famiglia con lo sguardo di Cristo. Ciò è indispensabile in un momento in cui è in atto un cambiamento epocale che chiede diverse attenzioni: vanno utilizzate formule che dicano che l’unico modello che corrisponde alla dottrina della chiesa è quello fondato sul matrimonio tra uomo e donna; occorre attenzione alta ai rischi dell’ideologia del gender , alla sfida del secolarismo, al problema dei figli dei genitori separati, alla cultura dello scarto veicolata dall’emergenza ecologica.
Il sinodo ha rimarcato che la pari dignità tra uomo e donna ha radici evangeliche. Si sono posti tanti accenti forti sulla situazione della famiglia oggi: si è auspicato un cambiamento delle Organizzazioni internazionali che condizionano i loro aiuti per lo sviluppo dei paesi più poveri alle politiche demografiche; si domandano efficaci interventi legislativi a sostegno della famiglia e delle sue necessità.

LA FAMIGLIA IN MISSIONE: lo sforzo di andare all’inizio del discorso missionario sulla famiglia ha fatto recuperare tre temi importanti:

  • la famiglia è soggetto di evangelizzazione (e non solo oggetto di cura)
  • il momento rituale delle nozze come una “soglia della fede” per gli sposi, che accoglie la grazia dello Spirito
  • la conversione pastorale che esige l’attenzione ai linguaggi e alle culture locali.

Si è insistito sul fatto che la pastorale della famiglia debba convertirsi in termini di misericordia, sul modello di Gesù che non l’ha definita, ma l’ha mostrata.

La pastorale della misericordia si esprime nell’accoglienza, nell’accompagnamento, nella comprensione, nella solidale partecipazione. Chi opera nella pastorale familiare è chiamato a portare la paziente e sanante misericordia, senza tradire la verità perché la misericordia non svende la verità, ma cambia la vita.
A papa Francesco l’assemblea sinodale ha consegnato il “progetto” elaborato in tre settimane impegnative e gioiose di lavoro, poiché eli, che è il primo padre sinodale, indichi le soluzioni ai problemi più gravi della famiglia, che il sinodo ha cercato di interpretare con verità misericordiosa, offrendo a lui proposte sul tema della vocazione e della missione della famiglia.

Don Domenico

Jingle Quiz 2015

Torna anche quest’anno il Jingle Quiz, la sfida per i bambini e ragazzi fino ai 14 anni che si svolge nel periodo della novena di Natale!

REGOLAMENTO DI PARTECIPAZIONE

  1. Ogni sera del gioco, che si svolge subito dopo la Novena, viene posta  una  domanda di carattere religiosa; per partecipare è necessario mandare un sms al cell. di don Domenico (338/76. 68. 192);
  2. Vengono premiati i primi 10 sms ricevuti in ordine di tempo; il primo sms riceverà 10 punti e un premio, gli altri invece  ricevono i punti a scalare (es: il 2° sms=9 punti; il 3° sms= 8 punti … etc);
  3. Sono considerati validi solo gli sms con nome e cognome di ogni bambino o ragazzo partecipante (dai  0  ai  14 anni);
  4. E’ ritenuto valido l’invio di un solo sms per ogni bambino/ragazzo; in caso contrario viene eliminato dal punteggio della sola serata;
  5. Ogni sera viene annunciato il vincitore e i punteggi della serata precedente. La classifica generale è consultabile anche sul sito del nostro Oratorio;
  6. Il gioco termina nella serata del 23 dicembre.  Il giorno di Natale si ritirano, in sagrestia, i premi per i primi 10 classificati.

Partecipate numerosi!!!

Don Domenico e la Commissione famiglia

CLASSIFICA PROVVISORIA

La domanda del 23/12:   dove è nata Maria? Nazareth

Ferrazzoli Chiara 70
Belleri Michele 58
Benvenuti Matteo/Matilde 45
Bonazza Davide 42
Fiammeni Laura 42
Lazzari Katia 38
Braga Letizia e Agnese 30
Merigo Beatrice e Benedetta 28
Malagni Aless./Anna 26
Colombo Paolo 9
Berardi Giulia 5
Gerardini Alessia 3
Marenda Martina 2
Dagani Emma 1
Spadaro Mattia/Annagiulia 1

Genitori tecnoliquidi

Molti osservatori hanno evidenziato come l’inizio del terzo millennio sia tatto segnato dalla più straordinaria ed epocale crisi della relazione tra persone.

Cosa ne ha determinato la crisi?

In fondo la tecnologia digitale ne è la risposta e forse anche una concausa, come se l’esplodere della rivoluzione digitale avesse intercettato una crisi della relazione già presente.

Fenomeni quali l’ aumento del narcisismo (vedi gli innamoramenti in chat e le amicizie su FacebooK) e la ricerca di emozioni (è come se tutta la relazione interpersonale coincidesse con il solo sentimento) sono alla base della profonda crisi dei rapporti umani, che acquistano modalità “liquide”, indefinite, instabili e provvisorie.

In questo senso, la tecnomediazione della relazione (chat, blog, sms, WhatsApp, social media) offre all’uomo odierno una risposta formidabile e affascinante: ALLA RELAZIONE SI SOSTITUISCE LA CONNESSIONE.

Questo consente all’uomo e donna di oggi di essere senza vincoli, di tecnomediare i rapporti senza essere in relazione, di connettersi e di costruire legami liquidi, mutevoli, fragili, privi di sostanza e di verifica, pronti a essere interrotti.

Questo sta minando l’identità personale alla sua origine.

La crisi dell’identità maschile e femminile, per esempio, ne è l’espressione più evidente.

L’identità, cioè, l’idea che ognuno ha di sé e il sentirsi che ognuno di noi sente di se stesso, è dunque in profonda crisi, e il nuovo modello è l’ambiguità.

Quali le ricadute sulla coppia?

La coppia rischia di essere l’occasionale incontro tra bisogni individuali che vanno reciprocamente soddisfatti, per un tempo minimo, al di là di impegni reciproci e di progetti che superino l’istante.

Perciò identità liquide fanno coppie liquide, che a loro volta, fanno genitori liquidi, dove per liquido intendiamo soprattutto la DEBOLEZZA DEL LEGAME.

Il punto di partenza sta nel tema dell’identità come già detto.

Nell’epoca di Facebook, l’identità si virtualizza, come anche le emozioni, l’amore e l’amicizia.

Eppure qualcosa non funziona.

Lo avvertiamo dall’incremento del disagio psichico, dalla ricerca di vie bravi per la felicità, dall’aumento del consumo di alcool e stupefacenti, dall’affermarsi della cultura della morte, dall’aumento di suicidi, dal malessere diffuso.

Qualcosa non va: la liquidità dell’identità non aumenta il senso di felicità dell’uomo contemporaneo.

La felicità non è legata all’aumento delle possibili scelte dell’uomo, ma dall’avere dei “criteri” per scegliere.

Costruire identità stabili, instaurare relazioni solide e che si dispiegano lungo progetti esistenziali aperti al dono di sé, sono ancora, in ultima analisi, l’unico orizzonte di speranza che si apre per l’uomo del terzo millennio, immerso nel cupo e doloroso modello della liquidità.

Io sono fatto così

Nicoletta non credette ai suoi occhi quando salendo sulla carrozza della metropolitana alla stazione di Porta Venezia si imbatté in Teresa e Fulvio, che erano due cari amici di famiglia.

<< Abbiamo trascorso una giornata favolosa Domenica sul lago! – disse Teresa- Peccato davvero che tu non ci fossi >>.

Il figlio minore di Nicoletta e Marco proprio quella domenica aveva avuto un’uscita importante con la squadra di pallacanestro. Così Nicoletta e Marco si erano divisi: Nicoletta era andata alla partita del secondo figlio, mentre Marco, portandosi dietro il primo figlio, era andato alla grigliata che, assieme ad altri amici, Teresa e Fulvio avevano organizzato nella loro casa di Maneggio, sul lago di Como.

<< Tuo marito è veramente incredibile! >> esclamò Teresa sulla metropolitana, ripensando alla grigliata della Domenica.

<< Sì, davvero! E chi lo tiene? >> aggiunse Fulvio.

<< Non abbiamo fatto altro che ridere tutto il pomeriggio >>, rilanciarono quasi all’unisono Teresa e Fulvio.

A Nicoletta venne da pensare che ciò, in effetti, era strano. Ricorda bene, la sera di quella stessa domenica quando, rientrati tutti e quattro a casa – lei e un figlio dalla partita, lui e l’altro figlio dalla grigliata -, il marito le era parso visibilmente scocciato: << La macchina ha ripreso a far rumore là sotto… sarà la marmitta… domani ancora a sbattere via altri soldi dal meccanico! >>; e poi: << Ma quand’è che la aggiustano sta statale, che ogni volta ci vuole un’ora per fare venti chilometri! >>; e alla moglie che gli aveva chiesto com’era andato il pranzo: << Lo sai… a me le costine di maiale non piacciono…>>.

A ben pensarci, però, non era la prima volta che succedeva. Marco sapeva raccontare soltanto le cose che non andavano, come se fosse stato incapace di condividere, soprattutto con sua moglie, le gioie della vita. Nicoletta aveva provato, una volta, a farglielo notare: << Perché non riusciamo a renderci partecipi delle cose belle? >>. Marco era stato onesto, ma fermo: << Non ce l’ho con te. È che non ci riesco… non mi viene proprio…È il mio carattere. Sono fatto così >>.

Questa volta, però, dopo l’incontro sulla metropolitana con Teresa e Fulvio, e dopo l’esaltazione che questi avevano fatto della simpatia di Marco, ecco che Nicoletta decise di intervenire ancora una volta, ma con più decisione. Marco però contrattaccò: << Se Teresa e Fulvio ti hanno detto così, immagino già cosa avrai risposto tu… non sopporto che tu vada a raccontare in giro le cose della nostra famiglia ad altre persone!>>.

<< Non sono “altre persone” – obiettò Nicoletta-. Si tratta di amici! Non parlo mica con gli sconosciuti!>>.

E rilanciò: << Se tu non racconti mai niente di carino, io dovrò pure parlare con qualcuno! Cosa vuoi? Che mi deprima solo perché tu sai raccontare soltanto le cose che non funzionano? Io sono fatta così: ho bisogno di parlare, e non solo delle cose brutte!>>.

In un caso come questo è difficile capire chi ha ragione.

Su una cosa, però, certamente entrambi hanno torto: quando per riaffermare la propria posizione esclamano: << Io sono fatto!>>.

Comodo appellarsi al proprio brutto carattere per non cambiare le cose di una virgola!

È davvero così scontato che se abbiamo un <<brutto carattere>> non possiamo fare proprio nulla per mettervi mano? Certo che se a vent’anni è difficile cambiare carattere – o almeno smussarne un pochino gli spigoli – figuriamoci a trenta, quaranta… a settanta! Certamente chi aspetta di cambiare carattere a cinquanta o a sessant’anni si accorgerà che a una certa età già si fa abbastanza fatica anche solo a non peggiorare il proprio carattere. 

La perdita della flessibilità è la vera forma di invecchiamento della persona.

Essere flessibili, invece, significa accogliere ad ogni età la sfida della crescita ed è il cambiamento. A volte il corpo non ci aiuta e con il passare del tempo diventa meno flessibile, anche se facciamo un po’ di sport.

Possiamo fare molto, però, per aiutare almeno la nostra mente a mantenersi flessibile, magari cominciando proprio con l’imporre a noi stessi di non dire più agli altri: << Sono fatti così! >>. 

Significa rimanere giovani, almeno nel cuore.

La virtù della fedeltà

La fedeltà è stata molto spesso pensata come coerenza con un impegno preso in passato. In tempi recenti questa prospettiva ha lasciato il posto alla fedeltà a se stessi che porta a mettere al primo posto il proprio bene e la propria realizzazione. Una relazione viene valutata in base alla sua capacità di favorire o contrastare l’armonia personale; in caso di conflitto l’individuo ha la priorità sulla coppia.

Dobbiamo parlare di fedeltà perché riconosciamo che ogni scelta di vita si realizza dentro la storia.

La vita coniugale si realizza dentro una storia abitata da gioie e dolori: possono esserci i momenti belli e gli incroci della vita, la gioia di un’intensa comunicazione e la presenza di muri che la rendono faticosa, una serena relazione con le famiglie di origine e tensioni per l’invadenza dei propri genitori, una buona vita sessuale e incomprensioni che la rendono difficile, la tranquillità economica e le ristrettezze dovute a difficoltà lavorative, la gioia di accogliere un figlio desiderato e la consapevolezza che i figli non arriveranno.

 Potremmo continuare con mille altri esempi, ma tutti ci portano a questa chiara consapevolezza: il matrimonio deve fare i conti con la vita e la storia, che la formula del consenso descrive come abitate da gioie e dolori, salute e malattia.

La fedeltà non è né fedeltà a se stessi, né fedeltà ad un impegno del passato (benché questi due elementi non siano ovviamente assenti), ma fedeltà a quel dono reciproco che è il progetto nel nome del quale ci si impegna l’uno con l’altro. 

La persona che ha scelto il matrimonio possiede ora un orizzonte che dà unità alla vita anche con le sue inevitabili limitazioni.

Il tempo porta con sé degli inevitabili cambiamenti nei desideri, nelle aspettative, nel carattere dell’altro. Non è detto che siano buoni o cattivi, ma certamente ci sono. Va detto che il cambiamento non piove dall’alto, ma avviene lentamente, ed entrambi i coniugi ne possono diventare, un po’ alla volta consapevoli. Parlare di fedeltà in questa situazione significa assunzione del cambiamento, che diventa rispetto dell’alterità del partner e garanzia che non ci sia né assimilazione né strumentalizzazione.

Nella fedeltà all’altro e alla promessa fatta è contenuta anche una fedeltà alla trascendenza del senso; non vi può essere promessa definitiva senza il riconoscimento di un ordine sacro.

La coppia decide della sua vita perché guidata dalla convinzione che esiste un senso definitivo dell’esistenza fondato nella decisione fedele e irrevocabile di Dio per essa; la vita diventa così una risposta a una chiamata più grande che racchiude il mistero della sua origine.

Il tutto prende corpo nella quotidianità, a confronto con le sfide della storia. Il progetto comune chiede sempre di essere revisionato perché fa i conti con il ciclo di vita. All’inizio ci sono le sfide legate ai compiti evolutivi, che abbiamo descritto; fedeltà è cura dei tempi e ritmi della vita, del lavoro, disponibilità al cambiamento quando arriva un figlio. La coppia è l’elemento fondante, il principio propulsore di tutto e la cura per la vita di coppia rimane basilare. Le stagioni si susseguono cariche di quei cambiamenti che la virtù della fedeltà porta a riconoscere, assumere ed elaborare. Infine, quando i figli lasciano la casa per seguire la loro strada, si apre una nuova stagione per la coppia, che è ancora piena di possibilità e opportunità. Quando la vecchiaia di entrambi e la morte di uno dei due bussa alla porta, la fedeltà assume il volto “dell’invocazione di fronte al mistero dell’esistenza”.

La fedeltà quindi non è solo un no al tradimento, ma è l’atteggiamento morale di chi è consapevole di tutto questo e vigila sul proprio cammino di coppia e di famiglia; fedeltà è aver cura del tempo che segue la scelta di vita, non in modo passivo ma creativo.

Parliamo così di fedeltà creativa che diventa un amore che cerca di superare i momenti difficili e le tensioni di un’esperienza aperta e incarnata nella storia. E nel senso che la coppia non è chiamata solo a vivere una fedeltà al passato e alla scelta fatta, ma anche una fedeltà al presente e al futuro, cioè a tutte le realtà, belle e difficili, che la vita potrebbe presentare. Il cristiano coglie che in questa fedeltà abita la logica pasquale che è parte della vita quotidiana, così come il coraggio del perdono e l’umiltà di ripartire sempre.

La fedeltà creatrice si fonda sulla volontà precisa di non rimettere in discussione l’impegno assunto, ma di integrare in esso tutti i cambiamenti che possono sopraggiungere. L’amore è in continua trasformazione e non potrebbe sussistere senza l’adattamento di un essere che cambia a un altro essere che cambia in un mondo che cambia.