Cosa significa avere fede in Dio come coppia di sposi?

Vogliamo proporre alle nostre famiglie alcune riflessioni scritte da don Renzo Bonetti, esperto di pastorale familiare e presidente della Fondazione Famiglia Dono Grande, da anni impegnato al servizio delle famiglie tramite il progetto Mistero Grande.

Usando le parole di Benedetto XVI: “Il matrimonio è legato alla fede, non in senso generico. Il matrimonio come unione d’amore fedele e indissolubile, si fonda sulla grazia che viene da Dio Uno e Trino, che in Gesù ci ha amati d’amore fedele fino alla croce”. Cosa significa nella vita quotidiana “aver fede”? Aver fede, credere in una persona, significa fidarsi di lei, poterci contare al 100%. Si vivono sentimenti di questo genere tra i coniugi, tra genitori e figli (e viceversa). Anche il salmista (Salmo 130) parlando di abbandono nel Signore usa le parole: “Come un bimbo in braccio alla madre”. E trovarsi accanto persone di cui fidarsi è un grande dono. La persona fidata ascolta, consiglia, aiuta nel bisogno. Inoltre  non la speranza, qualunque speranza, pone la sua radice nella fede, nella certezza che qualcosa che non vediamo  possa accadere.

Cosa significa avere fede cristiana?

Significa scoprire di avere il dono del Signore Gesù. È Lui la persona di cui mi posso fidare ciecamente, che fa il mio bene, che mi ama al 100%. È Lui che mi fa conoscere l’amore del Padre e mi dona lo Spirito Santo.

Da lui, Gesù di Nazareth vivo e risorto, mi posso far consigliare, istruire, guidare.

Il Signore Gesù è una persona quindi da scoprire e necessariamente da accogliere per poter sperimentare quanto valga la pena affidarsi totalmente a Lui. Per rendere ancor meglio questo aspetto possiamo usare una situazione che può accadere in ambito familiare. Un papà straordinario, capace di cose straordinarie per i propri figli, molto preparato per accompagnarli nella crescita per ottenere il meglio di loro; ma se quel padre non è accolto e stimato dal figlio, se quest’ultimo non legittima il papà ad essere voce autorevole, meritoria di essere ascoltata, escluderà questa voce dalla sua vita seguendo solo quella degli amici che lo invitano ad essere libero dai condizionamenti. Il figlio perderà un’occasione (magari unica) per diventare grande. Il dono c’è stato, ma per mancanza di fiducia, non è stato accolto dal figlio. Quindi, potremmo anche dire, che la Fede è il terreno in cui avvengono gli scambi di doni tra noi e Dio (e se non solchiamo questo territorio, non potremmo mai gustare i suoi doni).

Fede non significa sommessamente piegarsi alla potenza di un Dio forte che schiaccia bensì accettare di metterlo al di sopra della nostra intelligenza e volontà perché possa guidare il nostro agire. È lasciarsi andare, anche oltre la nostra persona, riconoscendo in Gesù un amore così grande per cui valga la pena metterci in fedele ascolto del Consigliere.

Alla luce della fede qual è l’identità degli sposi?

Gli sposi, essendo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, grazie allo Spirito Santo ricevuto nel Sacramento del Matrimonio, sono riflesso dell’amore Trinitario. E questo indipendentemente dai loro tradimenti, dalle loro discussioni, dai loro difetti. Essi hanno infatti lo stesso amore Divino Trinitario per loro e “per tutti”: sono pertanto anche chiamati a diffondere questo amore a quanti incontrano. Gesù, anche dietro al fango che può offuscare e sommergere la peggiore delle coppie, vede la presenza di quell’Amore che dice Trinità. Privi di questa consapevolezza, è improbabile lasciarsi andare nel donare oltre la propria casa e famiglia. Gli sposi, ogni giorno, devono riscoprire coscienza di questa “dignità divina”, del loro essere qui sulla terra riflesso di Dio Trinità, del loro essere ri-espressione del Gesù che ama fino a dare tutto per amore.

Cosa significa per gli sposi vivere questa nuova identità?

Per vivere il sacramento del matrimonio con fede gli sposi devono fare vita di coppia con Gesù, avere con Lui una unità tanto profonda da vivere ogni aspetto della vita coniugale con il Suo stesso Spirito. Lo Spirito Santo donerà pienezza d’amore ad ogni loro gesto e capacità di trasmettere l’amore di Dio. Gli sposi si ritrovano così famiglia per far famiglia più grande, famiglia Chiesa, con gli altri sposi ugualmente uniti profondamente a Gesù.

Campovacanza Famiglie 2018

dal 5 al 12 agosto
a Serrada di Folgaria (1.169 mt. – Trentino Alto Adige)

Anche quest’anno vogliamo vivere un momento bello e intenso di vita familiare in montagna, presso la casa di Serrada in Folgaria (TN).

Le iscrizioni si ricevono personalmente presso don Ciro (non tramite telefono) versando la caparra di 150 € a famiglia incominciando dal 1 marzo. L’acconto versato non viene restituito in caso di mancata partecipazione.

Quota di partecipazione

Bambini fino ai 3 anni: gratis
Bambini dai 3 ai 6 anni: 95 €
Figli dai 6 ai 18 anni: 185 €
Adulti: 295 €

RIUNIONE ORGANIZZATIVA
Ci incontriamo martedì 3 luglio alle ore 20.30 in Oratorio per vedere insieme tutte le note pratiche. Raccoglieremo anche il saldo.

Nel nostro archivio puoi trovare tutte le immagini dei campi famiglie degli anni passati!

I bambini e la Fede

Insegniamo a nostri figli a pregare, non solo a dire preghierine

Scriveva don Oreste Benzi, fondatore della Comunità papa Giovanni XXIII: “I vostri figli non seguono ciò che voi dite, ma quello che voi siete”. Ed esemplificava: “Un giorno portavo la comunione agli ammalati. Mentre davo Gesù a un ragazzo cerebroleso gravissimo, la mamma disse al fratellino di tre anni: “Dì le preghierine”. Lui obiettò: “Io non dico le preghierine”. Intervenni io dicendo: “Signora, Franchino non vuole dire le preghierine, vuole parlare con Gesù”, e mi raccolsi in preghiera in silenzio. Franchino congiunse le mani e cominciò a parlare con Gesù, come poteva. Il bambino non “dice le preghierine” ma “prega”, e pregare è pensare a Dio volendogli bene, è lasciar venire in noi il buon Dio e dare spazio allo Spirito Santo che prega dentro di noi. Di tutto ciò, il bambino, il ragazzo, l’adolescente ha bisogno. Ma come un bambino impara a parlare vedendo e sentendo parlare, così impara a pregare vedendo e sentendo pregare”.

Insegnare la fede in famiglia

Non c’è un’età giusta per educare alla fede. Per questo cammino non basta far battezzare il bambino, serve accompagnarlo nel suo cammino di crescita condividendo con lui lo spazio che Dio ha nel nostro cuore. Con il bambino piccolo lo strumento è la parola: come gli spieghiamo che un piatto si chiama piatto, così, di fronte ad un’immagine sacra, gli possiamo dire: questo è Gesù, questa è la sua mamma. Come lo portiamo al parco o in mille altri posti, così lo possiamo portare in Chiesa, fargli cogliere il silenzio, le luci delle candele, coltivare il suo stupore, ecc. Ci sono però tre verbi che dobbiamo coltivare in noi e trasmettere a lui, soprattutto con la testimonianza: fidarsi, promettere, stupirsi.

Fidarsi

I bambini hanno bisogno di potersi fidare dei loro genitori, ma sovente noi adulti diciamo ma non facciamo, non abbiamo mai abbastanza tempo, ecc. Capita che un bambino dubiti che il suo papà arriverà in orario ad una recita, perché purtroppo succede. E, quando succede, dobbiamo saperci scusare e dimostrare che gli vogliamo bene, anche se siamo arrivati in ritardo. Dio ci vuole bene. Aiutiamo i bambini a fare una piccola preghiera, da soli, davanti all’immagine di Gesù nella loro cameretta: “Papà Dio ci ha tanto amato, che ha dato per noi suo Figlio Gesù”. Il momento più adatto è la sera, quando il bambino si consegna al buio della notte e all’ignoto del sonno. Si addormenterà con la certezza dell’amore non solo di papà e mamma ma anche di papà Dio e dell’amico Gesù. La loro compagnia è più forte di ogni paura.

Promettere

I bambini sperimentano che la forza delle relazioni, con coetanei ai giardinetti, alla scuola d’infanzia, con i fratellini, con papà e mamma, si fonda anche sulla capacità di farsi delle promesse di bene. Dal segno convenzionale del pollice in su che segna il valore di un’amicizia fra piccoli, al bacio della buonanotte che ogni sera chiude in sigillo la promessa di amore che reciprocamente genitori e figli si scambiano: le promesse sono segni e gesti, prima che parole. E quando le promesse non vengono mantenute, insegniamo e testimoniamo il perdono e la riconciliazione.

Stupirsi

Lo stupore è alla base di ogni atto conoscitivo del bambino, e apre in lui anche l’immaginazione. La via più facile di esprimere lo stupore è nel volto, e nelle domande. Se le domande verranno accolte, suscitate ed apprezzate, lo stupore resterà una costante nella crescita umana del bambino, un atteggiamento positivo. La domanda su Dio si esprime, spesso, come interrogativo sul senso dell’universo e, quindi, come interpellanza sul valore del vivere e del morire. Come genitori, la risposta alla domanda religiosa la troviamo nella vita di Gesù, nella sua “buona notizia”. “Solo se guardiamo i bambini con gli occhi di Gesù possiamo veramente capire in che senso, difendendo la famiglia, proteggiamo l’umanità! Il punto di vista dei bambini è il punto di vista del Figlio di Dio”.

Jingle Quiz 2017

Torna anche quest’anno il Jingle Quiz, la sfida per i bambini e ragazzi fino ai 14 anni che si svolge nel periodo della novena di Natale, subito dopo la preghiera serale!

Regolamento

  • Viene posta una domanda a carattere religioso ai ragazzi (fino a 14 anni), i quali devono rispondere al cellulare di don Ciro (3293822142).
  • Vengono premiati i primi 10 sms ricevuti in ordine di tempo: il primo riceverà 10 punti, il secondo 9… e via a scalare.
  • Sono validi solo gli sms che contengono nome e cognome del ragazzo.
  • Ogni sera viene annunciato il vincitore e i punteggi della serata precedente.
  • Il gioco termina il 23 dicembre sera.
  • Il giorno di Natale i primi 5 classificati possono ritirare i premi in sacrestia.

Classifica

52 Braga Letizia e Agnese
51 Lò Federico e Alessandra
50 Benvenuti Matteo e Matilde
44 Berardi Giulia
43 Bonazza Davide
40 Dagani Emma
40 Malagni Anna e Alessandra
35 Lazzari Catia
34 Bottelli Vera
17 Rizzi Sofia e Angelica
15 Gallina Giulia
11 Belleri Michele
4 Bertola Matteo

I vincitori potranno ritirare il premio in sagrestia, dopo le messe di Natale e S. Stefano.

Novena di Natale 2017

Dal 16 al 24 dicembre torna la Novena di Natale!

Tutte le sere a partire dalle ore 19.45 sulla radio parrocchiale (102.6 MHz) saremo guidati nella preghiera che ci condurrà fino al Natale. La prima parte, che potete scaricare di seguito, sarà comune a tutte le sere, mentre la seconda parte sarà variabile ed animata da alcuni membri della nostra comunità.

Novena di Natale 2017 parte comune iniziale

Pellegrinaggio di San Valentino 2018

Venerdì 16 febbraio

  • Partenza da Leno in piazza alle ore 6.00 (venire un momento prima).
  • Soste lungo il percorso.
  • Visita guidata della città si Siena.
  • Pranzo in ristorante.
  • Nel pomeriggio partenza per Monte Uliveto Maggiore e visita guidata all’Abbazia e al Monastero Benedettino.
  • Nel tardo pomeriggio arrivo in Hotel a Chianciano Terme, sistemazione, cena e pernottamento.

Sabato 17 febbraio

  • Prima colazione in Hotel.
  • Partenza per la visita guidata dell’Abbazia cistercense di san Galgano a Montesiepi.
  • Spostamento per la visita guidata del borgo medievale fortificato di Monteriggioni.
  • Pranzo in ristorante.
  • Nel pomeriggio visita guidata del borgo di san Gimignano.
  • In serata rientro in Hotel, cena e pernottamento.

Domenica 18 febbraio

  • Prima colazione in hotel.
  • Partenza e visita guidata della città di Arezzo.
  • Pranzo in ristorante e tempo libero.
  • Rientro in serata a Leno.

Quota di partecipazione individuale: 280 € da portare in Segreteria Parrocchiale al momento dell’iscrizione nei giorni di mercoledì, giovedì e venerdì dalle 9.00 alle 12.30.
In caso di rinuncia verranno trattenuti 50 €.

La quota comprende:

  • viaggio a/r in pullman G.T.L. fornito dalla dita Autonoleggio Losio
  • Sistemazione in hotel 4 stelle a Chianciano Terme
  • Trattamento in pensione completa in hotel e ristoranti come da programma
  • Bevande ai pasti: ¼ vino e ½ minerale a persona a pasto
  • Servizio guida e Assicurazione personale medico e bagaglio

Narrare la pienezza

Voglio fare un tentativo: guardarmi all’indietro fino ad ottobre e cercare di evidenziare a grandi linee alcuni temi emersi nei gruppi famiglia nel corso di questo anno pastorale, nei quali abbiamo raccontato noi stessi, la nostra gioia di vivere e le nostre stanchezze alla luce dell’Amoris Lætitia di papa Francesco, in un periodo coì intenso per la Chiesa, spronata più volte dal papa stesso a mettere al centro la famiglia nelle nostre riflessioni e soprattutto nella nostra società. Sulla scia anche dei Sinodi sul tema, i nostri gruppi, nel loro piccolo hanno dedicato alla famiglia iniziative e riflessioni: la scelta di rimettere al centro la famiglia chiede una visione carica di speranza e di coraggio, un nuovo annuncio in un contesto di crisi e di valori che ha cambiato soprattutto le relazioni fra le persone e di conseguenza, la famiglia stessa.

Ci siamo chiesti, in questo passaggio così delicato, cosa come famiglie possiamo fare. Più di quanto fosse in passato, oggi sono centrali le relazioni o meglio la cura di esse. La solidarietà fra formazioni sociali, tra cui la famiglia, e quella fra le generazioni sembra minata dalle scelte delle persone: figli che scelgono la convivenza invece del matrimonio, genitori che non battezzano i propri figli, cioè i nostri nipoti, situazioni di fragilità che segnano la vita, che fuggono l’orizzonte del “per sempre”, perché troppo difficile.

Sappiamo che il cambiamento di partner o di famiglia, salutato all’inizio da un misto di entusiasmo e di rassegnazione (piuttosto che continuare così meglio…) produce sovente situazioni complicate, si scontra con diritti sacrosanti di coniugi e figli, genera vite aggrovigliate anziché essere via per una nuova felicità.

In questo, l’annuncio della Misericordia per le famiglie deve passare attraverso la vicinanza e la solidarietà senza pregiudizio. L’accogliere è un duro banco di prova per tutti, ma solo così possiamo costruire una solidarietà nuova, evangelica e capace di salvare la nostra vita. È in virtù di quello che abbiamo ricevuto, di Colui che abbiamo incontrato, del sentirci amati così come siamo, che possiamo sostenere le prove della vita senza perderci; è grazie alla ricerca ostinata di comunità ancora aperte e vive, che cerchiamo, pur nelle fatiche, di trovare le ragioni che ci uniscono Agli altri più che quelle che ci dividono.

Questa santa fatica ci avvicina agli altri per sentirci fratelli, e allo stesso tempo ci fa trovare Dio che cammina nelle nostre strade, che ancora oggi ci raggiunge attraverso i poveri, le difficoltà, i momenti lieti oppure in quelli più bui. È una presenza silenziosa, la sua al nostro fianco, e chiede a noi di raccontare questa esperienza. Siamo chiamati ad essere narratori di una pienezza, perché Gesù è venuto a portarci la vita e ce la dona in abbondanza. Per questo non ci vogliamo stancare, ma con coraggio, animati dalla fede, siamo pronti per un nuovo anno pastorale, in cui proveremo a metterci in campo per poter essere luce di misericordia e piccoli testimoni del Suo vangelo nella nostra comunità.

Di me sarete testimoni fino ai confini della terra

28 maggio 2017

Ad una lettura semplice e banale dei testi delle letture di oggi, la festa dell’Ascensione, potrebbe sembrare che tra questi testi ci sia qualche piccola incoerenza. Nel Vangelo di Matteo che abbiamo appena ascoltato, Gesù fa una promessa: dice non preoccupatevi, io rimarrò con voi per sempre, fino alla fine del mondo. Se invece prendiamo l’altro testo che abbiamo sentito, tratto dagli Atti degli Apostoli, notiamo che Luca dice ad un certo punto che, passati quaranta giorni dalla resurrezione, Gesù se ne va e viene sottratto alla vista dei loro occhi. Allora questo Gesù rimane o se ne va? Il Signore c’è per qualcuno che è più privilegiato e per altri è invisibile? In quei discepoli bloccati a guardare il cielo, vediamo un po’ la perplessità mia e di tutti coloro che ogni tanto si chiedono, specialmente in alcuni momenti della vita, dove sei Gesù.

Anche noi, forse, di tanto in tanto fissiamo in cielo e ci domandiamo che cosa dobbiamo fare, come affrontare per esempio alcune difficoltà che viviamo sulla terra, vicino o lontano da noi. A volte è troppo dura e confusa la vita concreta, preferiamo pensare che la fede è in fondo il guardare in alto, lontano da me e lontano dai miei fratelli. Quei due uomini in bianche vesti ci richiamano ci rimproverano. Ci ricordano anche che la promessa del ritorno pieno di Gesù ci sarà senza dubbio, senza confusione. Una promessa che vuole metterci il cuore in pace, cioè la storia alla fine ha Gesù come protagonista assoluto e noi non siamo abbandonati da lui. Ma ora è tempo di guardare avanti a sé, lungo i sentieri della vita, della storia dell’umanità. Ecco allora quell’invito. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli. Di me sarete testimoni fino ai confini della terra.

Quell’invito dato ai discepoli è fatto a ciascuno di noi, ad ogni credente, che porta il nome di Gesù. Sì, perché siamo cristiani. Certo, il Signore non lo vediamo con l’occhio fisico, non lo tocchiamo come poteva fare un suo discepolo o qualche suo amico di allora, ma non per questo non è possibile sentirlo vicino, sperimentarne l’amicizia. Ieri sera facevo un esempio ai ragazzi animatori del Grest: come quando vai in bicicletta si smette di pedalare, la bicicletta pian piano si ferma, o meglio, cade. E quindi sei costretto ad appoggiarti ad un certo punto. Ma se non ti fermi, se vai avanti e pedali, la bicicletta sta sempre in equilibrio, anche quando magari il terreno è brutto, scosceso. Un paragone che forse può sembrare banale ma penso che in fondo sia questo il significato della missione di Gesù ai suoi discepoli. Essere cristiani e andare continuamente senza fermare l’annuncio del Vangelo. Lo dice anche nell’Amoris Laetitia, scrivendo agli innamorati e alle famiglie il Papa: continuate a camminare, non abbiate paura. É questo il mondo, il vostro mondo, il mondo che dovete amare. Abbiate speranza, abbiate fiducia. E proprio in questo continuo andare nell’incontro continuo con i fratelli e le varie situazioni dell’umanità che possiamo tener viva la presenza di Gesù. Sentivo vivo anche per me.

Se ci fermiamo nella testimonianza e non continuiamo a rendere evidente Gesù nei nostri gesti, nelle vostre parole, nelle nostre scelte, la sua presenza si spegne. Succede come alla bicicletta, poi si cade. Fermarsi a guardare il cielo, secondo il racconto del Vangelo, sembra dunque un gesto inutile. Non è dunque incoerente la scrittura che ascoltiamo questa domenica. Essa ci dice che Gesù non è più presente nel corpo fisico, nemmeno con il suo corpo da risorto, e che da quel giorno che se ne è definitivamente andato dalla vista degli apostoli suoi amici, il mondo per vederlo e sperimentarlo ha proprio bisogno di annunciarlo, e come? Con la vita. A volte bastano gesti così semplici e concreti per rendere presente il Signore. A voi fidanzati auguro davvero di scoprire nella vostra vita che il Signore sarà sempre presente. Sarà presente in voi in ogni momento, specialmente in quelli tristi, quando sembrerà che lui sia lontano, allora lui sarà lì ad aiutarvi, anche a raccogliere la vostra lacrima, a trasformarla in germe di risurrezione. Gesù non vi abbandonerà mai, sappiatelo. Non abbandonerà mai l’umanità, perché ha lasciato come dono il suo spirito, quello che celebreremo domenica prossima a Pentecoste. Ha lasciato lo spirito del risorto perché lui sia davvero vivo e presente in mezzo noi. Che il Signore cammini davvero sempre con voi, possiate sentirlo più che vicino, dentro di voi, come compagno sicuro di strada, e vi condurrà ai pascoli della vera gioia.

Sì, è veramente risuscitato!

16 aprile 2017
Pasqua

Quello prima di Pasqua fu un sabato diverso dagli altri. Non appena fu terminato le donne accorsero al sepolcro. Pensavano che fosse tutto quello che restava loro di Gesù, lì al sepolcro. Sì un sepolcro, l’unico punto di incontro con Gesù crocifisso e addormentato nella morte. Ma nemmeno questa Pasqua era stata come le altre, come tutte quelle che si erano succedute da secoli, fin dalla traversata del Mar Rosso. Tanti agnelli, senza difetto, maschi e nati nell’anno, erano stati immolati, anno dopo anno, in questa notte santa, prima di essere consumati dai credenti con in mano il bastone, imitando l’Esodo di un tempo. Ma questa volta, nemmeno l’agnello pasquale era stato come gli altri; era stato unico, quello annunciato da tutti i precedenti: l’Agnello di Dio, giunto a togliere il peccato del mondo.

Mentre si affrettavano per raggiungere il sepolcro, le donne si preparavano a identificare un cadavere. Ma ciò che le attende e completamente diverso; contavano di trovare Gesù a riposo nel sepolcro. Il Signore non c’è più, il Suo riposo è terminato, glielo assicura l’angelo. Devono solo guardare per verificare che è così, “Venite a vedere il luogo dov’era deposto”; e poi infine la bella notizia, unica, sorprendente: è risorto proprio come aveva detto. Avranno creduto immediatamente alle parole dell’angelo? C’è un misto di timore e di gioia in loro. Con timore e gioia grande si precipitano a portare la notizia ai discepoli, invano d’altronde. Secondo l’evangelista gli uomini rifiutano di prestare fede a queste chiacchiere, perché provengono da donne, secondo la mentalità del tempo. Ma il Signore ci sorprende anche qui. Certo, nel momento in cui si allontanano in fretta dal sepolcro sanno solo per sentito dire, solo per le parole di quell’angelo, anche se il loro intuito femminile e il presentimento del loro cuore anticipano qualsiasi altra prova.

Ma non hanno potuto vedere o toccare Gesù, senza alcuna sorpresa da parte loro in fondo, “Non è qui” ha detto l’angelo, non è qui. E tuttavia non appena hanno iniziato la loro corsa verso i discepoli, a una svolta della strada, Gesù appare loro nella luce radiosa di quest’alba domenicale. Eccolo dunque, non aspetta, si fa vedere e questa volta si fa anche toccare in carne ed ossa, il Risorto. Ormai lo conoscono meglio, molto meglio che per sentito dire: i loro occhi Lo hanno visto, le loro mani Lo hanno toccato; mai più dubiteranno che Gesù sia realmente vivo. Mistero, questo, della presenza Pasquale di Gesù, mistero che si prolunga fino ad oggi nella fede della Chiesa e nella nostra fede. Il Gesù prima di Pasqua, vivo o morto secondo la carne, non esiste più. E’ inutile volerLo far ritornare come prima, è inutile tornare alla tomba. Tuttavia è più che mai presente, secondo lo Spirito risuscitato, vivo per sempre.
Lui ha anche promesso di restare con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo, ma Egli si rende palpabile e visibile soltanto dalla nostra fede: a occhi e mani di coloro che credono davvero. Le formule del credo della catechesi sembra che non siano sufficienti, in generale permettono soltanto di conoscere così per sentito dire, a meno di diventare improvvisamente lo strumento e il luogo privilegiato dell’incontro. Ora, oggi questo non dipende né da noi né dal catechismo e nemmeno dalla Chiesa, ma unicamente e gratuitamente da Lui, dal Gesù risuscitato.

Una mattina, una sera, magari preferibilmente di notte, chissà, alla svolta di una strada o nel silenzio di una stanza, come e quando Lui vorrà, ci basta desiderarLo, il Signore, chiedere e accettare di aspettare; quando per ognuno di noi sarà giunta l’ora Lo riconosceremo come le donne, grazie a due indizi che non ingannano mai: un timore sacro e dolce, che è il contrario della paura, e una gioia indicibile; due segni certi dell’amore. E anche noi potremo più dubitare “sì, è veramente risuscitato”. Allora, quando Lo incontreremo, anche noi correremo senza resistere ad annunciarLo ovunque, come quelle donne con timore, ma con gioia grande.

Nella Quaresima ritroviamo noi stessi

5 marzo 2017
I di Quaresima

La prima domenica di Quaresima, da tradizione, ci presenta il brano del vangelo delle tentazioni, che ci viene raccontato più o meno in maniera simile a seconda dell’evangelista che ce lo racconta. Gesù compie un vero e proprio viaggio in questi quaranta giorni di deserto. Un viaggio spirituale, un viaggio del cuore, quel viaggio che dobbiamo compiere anche noi in questi quaranta giorni che sono iniziati il giorno delle ceneri, e termineranno con la domenica delle Palme. In questi quaranta giorni sono riassunti tutti glia noi della vita pubblica di Gesù. Il diavolo sarà presente, e sarà presente in tutte le persone che hanno tentato di ostacolare Gesù nel suo cammino, nella sua vita pubblica. Gesù è venuto per sfamare il mondo, e badate bene, il diavolo dove lo tenta? É tentato nel pensare di sfamare prima sé stesso. “Aspetta un po’, penso a me prima”. E il diavolo gli fa anteporre il bene materiale a quello spirituale. Gesù lo sappiamo è venuto nel mondo figlio di Dio. É venuto nell’umiltà, nella debolezza della natura umana, ed è tentato dal diavolo proprio nella sua condizione divina, facendosi imporre con grande potenza.

Gesù che è venuto non per essere servito, ma per servire, è tentato di mettersi a capo del mondo con grande potere. Gesù sappiamo bene che avrà come trono la croce, e non quello dell’imperatore. Le tentazioni del diavolo, portate avanti usando la stessa parola di Dio che il diavolo utilizza mentre tenta Gesù, e puntando sulla verità dell’identità di Gesù, sono davvero delle seduzioni che hanno come scopo quello di eliminare la forza della testimonianza di Gesù, cioè il suo amore pieno e totale per l’umanità, e la sua fiducia totale in Dio come Padre. Chissà, forse a noi questa pagina di vangelo sembra lontana, e magari qualcuno avrà pensato “che sì, il diavolo…”. Proprio nel momento in cui stai dicendo così hai già fatto la tua parte per accoglierlo. Quando questo tuo cammino di quaresima comincerai a cedere e dire “ma sì, per una volta…”, quelle volte diventeranno due, poi tre, e quando sarà Pasqua ti guarderai indietro e dirai “neanche quest’anno sono riuscito nell’intento di…”. La prima vittoria del demonio sta proprio in questa nostra debolezza. Quindi è lì che dobbiamo stare attenti, perché è proprio nel tempo di Quaresima, in cui noi cerchiamo di essere più vicini al Signore, ascoltando meglio la Sua Parola, facendo alcuni propositi che per gli adulti spero non sia la rinuncia a qualche caramella ma qualcosa di più importante e spirituale, ecco è proprio lì che il diavolo si annida.

Allora è lì che ci dobbiamo impegnare, perché la Quaresima è un cammino per comprendere prima di tutto chi è veramente Gesù, in modo che mentre lo contempliamo sulla croce non rimaniamo né scandalizzati né contrariati perché non corrisponde all’idea di Dio che abbiamo: potente, ricco… Ecco il diavolo che ci tenta, non riconosci più il tuo Dio, e se cominci a dire “se Dio facesse, se Dio…” ma “Signore, io ti ringrazio perché hai fatto l’uomo libero di scegliere”… Purtroppo l’uomo sceglie anche il male, ma ha davanti anche il sommo bene: eccolo qui. Nella Quaresima allora, mentre ritroviamo la vera identità del Figlio di Dio che è amore, noi ritroviamo noi stessi.

Quaranta giorni abbiamo davanti, tempo per imparare a vedere nella mia povertà, e nella povertà del prossimo, la presenza del padre, questo Padre che ritiene l’umanità così preziosa, così bella, così importante da dare il suo figlio per noi. Gesù è modello per noi perché ha vinto le seduzioni del diavolo e questa sua vittoria è motivo di speranza per noi, noi che siamo continuamente tentati dalle strade non evangeliche, della potenza, della violenza, della sopraffazione, dell’invidia, della cattiveria. La speranza… Mi è piaciuto qualche giorno fa quando in un gruppo famiglia una mamma ha detto “mi piace, e ci tengo che la speranza sia sempre viva nella mia famiglia. Sta andando tutto bene, ma la speranza è quel motore che ci muove ogni giorno”.

Il cristiano è un uomo di speranza. Ci aiuti il Signore in questa Quaresima a comprendere che un sommo bene, il più grande bene, è Lui. Lui che ci ha amati così tanto da abbracciare la croce. La nostra umanità è segnata dal peccato, dal limite. Vale quanto Dio stesso per il Signore. Gesù che allontana il diavolo lo fa per ciascuno di noi, e pur potendo salire in alto e dominare il mondo, non lo fa. Preferisce rimanere al nostro fianco, nel nostro deserto quotidiano. Quanti deserti ci sono a volte nelle nostre famiglie, e abbiamo bisogno che questi deserti forniscano. Il Signore è quell’acqua, quell’acqua viva che fa fiorire il deserto. Accettiamo allora la nostra vita come ci viene donata dal Signore e sentiamo che Lui è accanto a noi. Saremo beati non perché siamo perfetti, ma perché siamo amati da Lui. la nostra vita sia allora come questa Quaresima, una Quaresima appena iniziata, deserto e fragilità, ma speranza e certezza di avere Gesù accanto a noi. E come la Quaresima non si può accorciare, così come nemmeno la Pasqua non arriva il giorno in cui lo decidiamo noi, così anche la vita ha i suoi tempi che non possiamo accorciare. Un’altra tentazione è proprio questa, ma con Gesù possiamo superarla. Possiamo vivere bene ogni giorno, e non la giornata.

Vivere bene ogni giorno, sapendo che Lui è accanto a noi, anche quando lo sentiamo un po’ distante. E allora i nostri deserti diventeranno man mano delle piccole oasi, il deserto fiorirà, quando il Signore dirà l’ultima parola sulla morte. Questa parola si chiamerà amore, o meglio ancora, vita nella resurrezione. Signore dacci la grazia di vivere bene questi quaranta giorni, non farci sprecare questa opportunità che ancora una volta ci doni.