Voi dunque pregate così: “Padre nostro…” (Mt. 6,9)

Ho un ricordo di quando ero catechista. Avevo introdotto una riflessione sul “Padre nostro”.

Alla fine dell’incontro, Anna si avvicinò ed esordì raccontandomi di quanto le piacesse, da piccola, recitare il “Padre nostro” con mamma o nonna, poiché, sembrandole una poesia piuttosto lunga, era felice d’averla memorizzata interamente. Poi Anna, facendosi più seria, mi confidò che quando le parole svelarono il loro significato, l’espressione “sia fatta la tua volontà…” la inquietarono, le suscitarono un senso d’angoscia che ancora sentiva. Se la volontà di Dio, mi disse, fosse quella di privarla dei genitori o della salute, perché avrebbe dovuto pregarlo. Ho capito Anna allora, come capisco oggi chiunque abbia timore di pronunciare a cuore aperto “sia fatta la tua volontà” Siamo umani e la mancanza di coraggio di affidarci totalmente a Dio, nel nostro cammino terrestre, fa parte dei nostri limiti, delle nostre fragilità. Ma è pure vero, che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio e non possiamo deturpare o deformare ciò che Egli è. Io sono “Colui che Sono” rivela a Mosè, sul Sinai. “Io Sono” si rende riconoscibile nel volto e nell’agire delle sue creature. (Sia santificato il tuo nome.)

Gesù, ci ha rivelato, insegnandoci a pregarLo, la vera natura di Dio. Dio è Padre. Padre suo e di tutti noi. Dio Padre vuole che il Bene Perfetto o l’Amore regni nel cosmo e nell’umanità intera. Rispetta la libertà e la dignità di ogni essere vivente, al quale è sempre accanto per ogni necessità materiale e spirituale. (Dacci il pane quotidiano). É il Padre che desidera  dai suoi figli l’armonia, resa possibile ogni volta che l’uomo evita d’innescare spirali di  violenza, perdonando le offese ricevute, per essere a sua volta perdonato. (Rimetti a noi i nostri debiti…). L’espressione “non ci indurre in tentazione” sembra allontanare, travisando, il vero messaggio di Gesù, nel “Padre nostro”. É tradizione che venga così recitata perché è il risultato di una traduzione troppo letterale dal latino: “et ne nos inducas in tentationem.” Papa Francesco ha più volte invitato a modificare  questa espressione in “non abbandonarci nella tentazione” perché, sottolinea, “Dio non tende mai tranelli!” Dio Padre non abbandona i suoi figli. Se essi si allontanano, sedotti dal fascino del male, Egli attende che percepiscano la sua vicinanza.

Grande è la tenerezza di Dio.

Pasqua: primavera della vita

“Ti sei mai chiesto, Marco, perché l’uovo è il simbolo profano della Pasqua?”

Nonna Lucia interpella il nipote di quattordici anni, che la guarda perplesso. Marco non si è mai sognato di porsi questo tipo di quesiti. Alla sua età le domande sono altre, le risposte cercate faticosamente. La nonna insiste: “Marco, seriamente, perché nel periodo pasquale e di questi tempi, anche molto prima, i negozi, i supermercati sono invasi da uova di cioccolato d’ogni grandezza e colore, agghindati da variopinte e luccicanti carte? Per chi sa andare oltre ciò che appare, non è solo business, ma una tradizione che racconta come ogni tipo d’uomo rimandi alle potenzialità della vita. In un uovo di gallina, per esempio, ci sono tutte le cel- lule, i nutrienti e le chimiche che daranno vita a quei piccoli deliziosi pulcini che, becchettando il guscio, si apriranno alla luce”.

Marco è sempre più perplesso e Lucia gli legge negli occhi che la sta a sentire per educazione, per affetto, senza capire dove la nonna voglia andare a parare. O meglio, Marco intuisce che Lucia vuol fargli un sermone poiché da un po’ di tempo egli non frequenta più l’oratorio, a Messa si annoia ed in chiesa va raramente. Lucia indovina i pensieri di Marco ma, imperterrita, continua a parlargli: “Sai qual’è l’uovo della nostra vita interiore? L’habitat ideale per la crescita del nostro spirito o, se preferisci, della nostra anima? É il Vangelo: la Parola che possiede in sé l’alchimia perfetta per condurci là dove un uomo, chiamato Gesù, ha dato prova d’essere Figlio di Dio, squarciando un sepolcro, invadendo di luce l’umanità. Marco, dopo il deserto c’è la foresta, dopo l’inverno c’è la primavera, dopo la morte c’è la Pasqua: primavera eterna della vita”.

Lucia sa per esperienza che certe parole, apparentemente non percepite nell’immediatezza, possono riaffiorare chiare in alcune fasi della vita e per questo sente la necessità, dettata dall’amore, di spenderle per Marco.

Buona Pasqua!

Anno nuovo…

Eccolo! Annunciato da botti e fuochi d’artificio, il nuovo anno è iniziato.

Alla mia non più giovane età, da un po’ di anni, guardando lo spettacolo pirotecnico di luci che esplodono nel cielo mille colori, ma che, come meteore, subito svaniscono, mi chiedo come saranno i giorni che mi, che ci attendono. Quali sorprese positive o meno incontreremo? La risposta l’avremo solo vivendo giorno dopo giorno.

La vita è il meraviglioso dono che si compone e prende forma nello stile che noi vogliamo darle. Possiamo scegliere di viverla concentrati su noi stessi, alla ricerca dei piaceri o delle cose che pensiamo ci possano rendere felici. Oppure viverla avendo acquisito la convinzione che la vita è un cammino da percorrere insieme: nella famiglia, nella comunità civile e religiosa, nella società.

Il giorno del’Epifania, alla Messa nella chiesetta dell’ospedale, don Riccardo, nella sua bella e profonda omelia, ha usato un’espressione che mi ha molto colpito e che ho portato a casa con me:

Non anestetizziamo il cuore!

Nell’attuale contesto sociale, la propaganda, la pubblicità, la comunicazione quasi esclusivamente virtuale, falsano la visione concreta, piena e vera della vita. Anestetizzano il cervello ed i sentimenti perché tutto ciò che ci raggiunge non può essere verificato o sperimentato, tanto da chiedermi se sia la mia testa a ragionare in un certo modo o se ormai sia inquinata da una overdose di messaggi, anche subliminali. A questo punto, alzare gli occhi dal telefonino o distoglierli da qualsiasi video, per posarli su una pagina del Vangelo, è un buon metodo di verifica.

Mi sorprendo che il testo, sia esso una parabola o un detto di Gesù, anche se so di conoscerlo, mi suggerisca ogni volta punti di vista nuovi ed inesplorati, preziosi per affrontare la realtà. Cristo conosceva profondamente l’animo umano ed il Vangelo è il perfetto manuale di istruzioni per vivere intensamente e risvegliare il cuore dalle anestesie. Provare per credere!

Buon anno e buona vita.

Amaryllis

Monica toglie dalla scatola il bulbo di amaryllis e si sorprende che, senza terra, senza acqua, al buio, abbia già dato vita ad un bocciolo albino, piegato su se stesso. L’ha acquistato per invasarlo  ed averlo con la sua splendida, bianca fioritura per il prossimo Natale: quasi una tradizione per lei.

Lo mette a dimora, gli dà un poco d’acqua e pone il vasetto davanti ad una vetrata. Giorno dopo giorno, il bocciolo alza il capo sullo stelo che sempre più si allunga. Monica sperimenta la forza della luce: orientando il vasetto, ogni giorno verso la luce, l’amaryllis cresce diritto e si tinge di un verde deciso. La luce è magnetismo e rivelazione, pensa Monica che, già proiettata nell’aspettativa del Natale, si sorprende ad associare la nascita del Bimbo di Betlemme alla luce. Non si dice che nascere è “venire alla luce”?. Quel bimbo veniva dalla Luce e fattosi adulto sarà egli stesso Luce.

Certo che Dio, continua ad elaborare Monica, tralasciando per un attimo la Sua omniscienza, ha confidato e sperato troppo che l’umanità si lasciasse commuovere da un esserino bisognoso di tutto e dalla generosità della sua giovanissima mamma. Gesù è cresciuto e si sa come è andata. Non andrebbe meglio in questi nostri tempi dove l’indifferenza e la superficialità sembrano regnare. Non è più l’era dell’ “homo sapiens”, se mai c’è stata, ma dell’uomo tecnologico, commerciale e virtuale, ironizza tra sé Monica. Oggi il Natale si veste di tali connotazioni: formali auguri attraverso i social, scintillanti e tecnologiche luci a creare l’atmosfera natalizia, allettanti voci che invitano a regalarsi e regalare cose… ma il profondo significato religioso di questa festa che fine sta facendo? Monica se lo chiede e si chiede anche quanto potrà durare l’ infinita pazienza di Dio che, ad ogni anno, bussa alla porta di ciascuno a ricordare che per vedere la vera Luce, gli occhi non sono indispensabili, ma lo sono la mente ed il cuore.

Monica guarda l’amaryllis che sta continuamente crescendo e si stupisce che un bulbo le abbia suggerito tali pensieri e considerazioni. Se veramente il fiore schiudesse la sua candida bellezza il giorno in cui Gesù nasce nell’anno 2018, sarebbe un dolce, materno benvenuto.

Buon Natale!

Santità?

Confesso: non ho mai letto volentieri i libri che raccontano le vite dei Santi. Soprattutto i libri della mia generazione. A mio avviso sottolineavano troppo l’aspetto miracolistico e troppo poco la personalità umana dei santi descritti, rendendoli irraggiungibili. Ho sempre pensato alla santità come ad un connubio fra la fede in Dio e l’apertura della mente e del cuore verso i simili, le creature tutte, la natura. Armonia è la parola che, secondo me, oltre a riassumere in sé ciò che ho appena scritto, rimanda alla pace, alla gioia, alla musica della vita. Associo la santità all’armonia. Per raggiungerla è necessario imparare ad amare.

“Qual era la sua paura da giovane?” ha chiesto un ragazzo a Papa Francesco. “La paura di non essere amato”. La sorprendente risposta mi ha colpito e indotto a riflettere.

Per noi esseri umani è indispensabile sentirsi amati, per imparare l’Amore: quello vero, non l’amore che coccola, che vizia, che solletica il nostro orgoglio e protagonismo. Il vero amore ci rivela la vera essenza di cui siamo fatti, ci insegna la sacralità della vita, nutre il nostro cuore, lo sazia di Spirito, accende l’intelligenza e ci fa scoprire la nostra anima con le sue luci e le sua ombre.

“Ama il prossimo tuo come te stesso” ci ha detto Gesù. Se non ci conosciamo e non sperimentiamo su noi stessi il vero amore, come possiamo amare gli altri?

“Ama il prossimo tuo come te stesso” suggerisce uno scambio vicendevole di amore ed è la guida che ci conduce sulla strada della santità. Non è un cammino semplice e facile.Troppe volte gli errori, i limiti, le fragilità, le paure, gli scoramenti ci rinchiudono in noi stessi e fermano il nostro avanzare. Ma Colui che cammina “dietro di noi”, come una madre che sorregge i primi passi del bambino, ci spinge avanti e rende possibile l’impossibile per noi.

“Non aver paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere”. (Papa Francesco: Gaudete ed Exultate par.32).

Saremo giudicati sull’amore

Ricordo bene quella suora piccola, minuta, il viso solcato da innumerevoli rughe, interamente avvolta nel sari bianco bordato d’azzurro. La ricordo rispondere alle domande di un giornalista del nostro canale nazionale, protesa verso l’interlocutore, con semplicità e cortesia. In quel contesto, alla domanda, un poco provocatoria, dell’intervistatore di come si facesse a diventare santi, mi colpì la risposta di Madre Teresa: “Lei stesso potrebbe diventarlo, compiendo con amore il suo lavoro, seminando amore nella sua famiglia, intorno a lei e in chiunque incontri” Aggiunse:

Tutti siamo chiamati alla santità.

Questa donna, che possedeva una fede granitica in Gesù ed in Maria, ha trascorso gran parte della sua vita nella megalopoli di Calcutta cercando e soccorrendo i poveri più poveri.

Sentì di doverlo fare. Sentì di dover dare questa finalità al suo essere suora. Ecco le motivazioni espresse nelle sue parole: “Cristo si trasformò in pane di vita, non bastò, volle dare di più. Volle offrirci la possibilità di trasformare il nostro amore per Lui in un’azione viva. Per questo Gesù si fece affamato, ignudo, diseredato. Il giudizio, nell’ora della nostra morte, verterà su quello che abbiamo fatto, su quello che siamo stati per i poveri e con i poveri.” Spiega Madre Teresa: “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare: fame di pane, di giustizia, fame di dignità umana… e voi avete tirato dritto. Ero ignudo, spogliato di quella dignità, di quella giustizia, del riconoscimento che anche lui come noi è stato creato dalla stessa amorosa mano di Dio per amare ed essere amato. Scacciato e non solo da una casa di mattoni, ma anche respinto, umiliato in una fredda solitudine… Ogni persona affamata, ignuda, senza casa, moribonda, nasconde in sé Cristo sofferente.”

Era ormai nota in tutto il mondo Madre Teresa, per questa abnegazione verso gli ultimi della terra. Era invitata a conferenze, interviste che non amava molto, ma alle quali non si è mai sottratta per amore dei suoi poveri. Grazie a questo giungono fino a noi le sue parole. Ripeteva spesso: “Puoi trovare Calcutta in tutto il mondo se hai occhi per vedere. Dovunque ci sono i non amati, i non voluti, i non curati, i respinti, i dimenticati.

Nell’ottobre del1979 le fu assegnato il Nobel per la Pace. Alla sua morte, avvenuta il 5 settembre del 1997, venne salutata con solenni funerali di stato. Il mondo la celebrò. La gente la proclamò Santa prima che la Chiesa la proclamasse il 4 settembre 2016.

Oggi ricordiamo ancora il suo messaggio ed il suo insegnamento?

Pasqua 2018

Se dovessi rappresentare la gioia, mi farei aiutare dagli occhioni brillanti e ridenti, dalle braccine in frenetico movimento e dallo sgambettare di un neonato davanti ad ogni nuova scoperta di luce e colore. Questa, per me, è pura gioia, inconsapevole, senza se, senza perché. La vita ci insegna che diventiamo consapevoli della gioia, quando sperimentiamo il dispiacere, il dolore in ogni sua espressione e viceversa. La nostra vita scorre e si realizza negli opposti: gioia-dolore, riso-pianto, vita e morte.

“Fu crocifisso, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è resuscitato secondo le Scritture”. Il terzo giorno, la Pasqua: il passaggio dal dolore fisico, psicologico, morale, dal fallimento rappresentato dalla Croce che porta alla morte, allo scoperchiarsi prepotente del sepolcro, perché la vita è fuori, è dovunque, alla luce, mai nella tomba. “Perché piangi, Maria? Non piangere, sono qui”. Cristo, non subito riconosciuto, è vivo, parla. Ha mantenuto la promessa: è risorto. Ad ogni Pasqua rivolge ad ognuno di noi, lontanissimi da quegli avvenimenti e troppe volte sfiduciati, la stessa domanda posta a Maria di Magdala e ci invita ad asciugare le lacrime perché “il terzo giorno” è il giorno della verità, della luce, della gioia.

Una valigia piena di…

L’inizio di qualsiasi percorso è simile all’inizio di un viaggio. É in viaggio il bambino che  inizia un nuovo anno scolastico e le insegnanti lo consigliano affettuosamente con cosa riempire la valigia. Sono consigli preziosi che valgono anche per tutti noi che abbiamo incominciato a percorrere i giorni del nuovo anno che la vita ci offre.

Nella valigia del tuo futuro, lo so,
vorresti mettere tante cose,
ma poche son quelle veramente preziose.
Per compiere un lungo viaggio,
se fossi in te, metterei il coraggio,
quella strana energia interiore
che ci aiuta a prendere la strada migliore.
E perché il cammino noioso non sia,
porterei con me la fantasia
che ci dischiude mondi inesplorati
e rende veri i sogni immaginati.
Se fossi in te, mai potrei scordare
la tenerezza nel saper amare
né perderei, a qualunque età,
la mia coscienza, la mia dignità.
Facendo in modo che non stia stretto,
metterei in valigia tanto rispetto:
rispetto per ciò che dona la natura,
rispetto per l’arte e per ogni cultura.
Rispetto per lo studio e il lavoro di domani,
rispetto per i deboli e per gli anziani;
rispetto per chi ti ha cresciuto ed educato,
per ogni persona che un po’ di sé ti ha dato.
Infine, non scorderei tanta lealtà
che viaggia insieme alla sincerità.
C’è ancora posto nel tuo bagaglio?
Allora mettici anche qualche piccolo sbaglio.

Sereno 2018 a tutti!

Elisa e il senso del Natale

“Preparati ad accendere il Natale!” La frase, intercettata da un televisore acceso, attira l’attenzione di Elisa: è un bel pensiero su cui meditare, visto che il Natale è alle porte. Interessata, prolunga la sua attenzione per saperne di più… La frase è solo uno slogan pubblicitario di un grande emporio  d’arredamenti e suppellettili molto noto. Elisa è perplessa. Usare le festività  natalizie per scopi commerciali la mette a disagio. É cresciuta guardando al Natale nel suo vero significato. Da bimba c’era la magica atmosfera dell’attesa, non dei regali, per quelli ci aveva già pensato S. Lucia, ma di quel bimbo speciale che i racconti di mamma e nonne le avevano reso vicino e familiare. Poi, Natale dopo Natale, rispondendo a domande che la vita pone ed approfondendo molti perché, aveva scoperto di amare quel bambino, nato grazie al “sì” di una giovane donna e alla fede di un uomo che volle essergli padre sulla terra. Tuttora, il Natale accende in Elisa stupore ed emozione che  l’impensabile strategia di un Dio, che volle farsi uomo per essergli vicino, le procura. Oggi, la sensazione di Elisa è che il vero e profondo significato del Natale sia ormai desueto anche per molti che si dicono credenti: altre connotazioni più scenografiche, più superficiali, han preso il suo posto. La famiglia del presepe, unico segno della tradizione natalizia che ancora resiste e che potrebbe parlare anche ai non credenti, è un bel quadretto da vedere e tale rimane.  Come si può guardare serenamente ad una famiglia ideale quando la realtà ci presenta famiglie che la società non valorizza, anzi, abbandona a se stesse?

Elisa sente spesso giovani genitori affermare che dare la vita a dei bimbi è oggi un atto egoistico, considerando in che mondo dovrebbero crescere! É un pessimismo dilagante, devastante… ma bisogna far festa per non pensare, per evadere, azzarda Elisa. Allora si usi pure il Natale per vendere più regali, più decorazioni, più luci… Le luci si accenderanno. Il Natale no.

Samaritani?

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, quando incappò nei briganti. Questi gli portarono via tutto. Lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò di là un sacerdote, vide l’uomo ferito e passò oltre, dall’altra parte della strada. Anche un levita passò per quel luogo, anch’egli lo vide e, scansandolo, proseguì. Invece un samaritano che era in viaggio gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione…” (Luca 11, 30).

Ogni volta che rileggo questa parabola trovo nelle parole spunti nuovi  e sorprendenti perché sempre attuali. Oggi ci imbattiamo spesso, fisicamente o per mezzo dei media, in un’umanità, di ogni nazionalità e colore,  vilipesa, martoriata, a volte martirizzata da “moderni briganti”, o in uomini costretti a lasciare affetti, casa e patria, per non morire o per intraprendere un viaggio migratorio alla ricerca di un angolo del mondo in cui sopravvivere  grazie a ciò che ad altri avanza. Molti di questi suonano il campanello delle nostre case. Spesso suonano anche alla mia porta e mi chiedo allora che personaggio voglio interpretare: il sacerdote che vide l’uomo ferito e passò oltre, il levita, che prestava i suoi servizi al tempio, che lo scansò o il samaritano, considerato nemico, che ebbe compassione di quell’uomo e lo soccorse. Una vocina impertinente dentro di me obietta che quegli uomini che mi capita di incontrare sul cancello di casa o nei luoghi che frequento, sembrano giovanotti non proprio sofferenti… Ma se io fossi nei loro panni o più precisamente nella condizione di dover sempre chiedere una monetina, un paio di scarpe, un indumento, perché priva di tutto, qualunque sia la risposta, mi sentirei profondamente ferita nella mia dignità. L’altro giorno, mi raccontava mio marito Fulvio, scendendo dalla macchina, appena parcheggiata, gli si è avvicinato un ragazzo di colore, non con il palmo aperto a chiedere qualcosa, ma con la mano tesa a salutare. Fulvio gliela strinse. Il ragazzo mormorò ”Grazie, non è da tutti.” Forse a quel ragazzo è bastata una semplice stretta di mano a riconoscergli la dignità in quanto persona.

Il dottore della legge chiese a Gesù: “Chi è il mio prossimo?” Gesù rispose: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”  Il prossimo è ogni uomo che incontriamo nel cammino della vita.