“èl Scarpulì” ovvero il calzolaio

…non essere degno di sciogliere i calzari
(dalle parole di Giovanni Battista riguardo a Gesù Cristo – Matteo 3,11)

Ci sono altre frasi del Vangelo che riguardano le calzature …se non sarete bene accolti scuotete la polvere dai vostri sandali ( o calzature) e proseguite oltre…Questi riferimenti evangelici risalgono a più di 2000 anni fa ma e, mi vien da pensare, quando si ebbe l’idea di vestire o proteggere i piedi dalle difficoltà del cammino a contatto del suolo certamente sconnesso o impraticabile? Non ci è dato di saperlo se non da approssimazioni indicate dalle scoperte archeologiche.

L’argomento ci richiama l’avvento dell’operatore di questa specifica attività per produrre, realizzare, riparare e proporre convenienti calzature di uso pratico per il popolano, per i soldati e in particolare richieste da persone di rango che ostentano stile e distinzione. Dalla sommaria esposizione dell’argomento, stringi,stringi, ecco apparire l’antichissimo mestiere del calzolaio, umile artigiano ricurvo sul banco di lavoro attrezzato dei ferri del mestiere, èl trepè per ribattere le broche dè somesa col martilì bombat, colla, ago col filo per fissare la tomaia alla suola, patina e spazzola… e così via.

Purtroppo, oggi, l’attività del scarpulì si riduce pian piano a piccoli interventi su prodotti commerciali là dove il materiale di composizione di scarpe e accessori è ancora compatibile per l’operazione d’intervento richiesta, se ne vale la pena dal punto di vista economico. Ormai si sa che le proposte commerciali orientate su produzioni industriali su larga scala per scarpe e calzature composte per stampaggio trascinano gli acquirenti a scelte variegate per stile, forma e colore col gusto a volte in contrasto tra l’etica e la praticità.

Lasciamo dunque che praticità, stili e creatività siano riferimento per la scelta di ogni persona o collettività quantunque non siano esenti dalle “polveri sottili”.

A beneficio dell’opera virtuosa del “scarpulì” ricordo in ultima analisi, anni 40/50 del secolo scorso, andavano di moda i “tròcoi dè lègn”, calzature speciali per tutte le età e per i più raffinati era possibile inchiodare il copertone di bicicletta (il silenziatore) sotto il legno degli zoccoli e volendo rendere più longeva la durata dei tròcoi opportunamente si applicavano le lunette di ferro (ferasì) sotto la punta e il calcagno della suola legnosa col rischio, oltre al tacchettìo metallico, di pattinare pericolosamente sui pavimenti piastrellati.

Meditazione temporanea

Provo a uscire dalla consuetudine per esprimermi sulla carta con un’apertura di meditazione estemporanea dedicata alla nostra “madre terra”.

Nei giorni che precedono il fine anno assistiamo a cerimonie religiose e non per tirare le somme del percorso annuale: il rinnovo di contratti o cambio di destinazione nell’ambito del mondo rurale, San Martino – 11 novembre, seguita in successione dalla Festa di Ringraziamento dedicata alla buona annata del raccolto dei prodotti della terra di cui ne facciamo uso e consumo e, per ultimo, l’atto meditativo della scadenza ultima nel giorno di San Silvestro ovvero “la resa dei conti” materiali, affettivi, spirituali e al contesto famigliare sintetizzato per l’incremento di nuove nascite, al doloroso distacco della persona affettiva chiamata dal Padre e per ultimo i propositi buoni da mettere in atto nell’arco del nuovo anno a venire.

Ma, mi viene da pensare, ci rendiamo conto che qualcosa ci sfugge nel nostro meditare e ringraziare per “ogni ben di Dio”? Alimento della vita umana non solo di aiuto per la nostra crescita in tutti i sensi, materiale, morale e spirituale, dominante nel nostro essere singolo e collettivo?

Ecco, è la terra che è stata affidata all’intera umanità perché possa crescere in tutte le dimensioni concesse pur nei limiti della natura precaria ma col gusto di discernere il bene, il buono, il bello e aggiungo una forte dose di rispetto e responsabilità, mai sufficientemente suggeriti dal buon senso umano.

A dire il vero gran parte della popolazione terrestre vive nella miseria e non può accedere alla ricchezza dei “benestanti” della civiltà evoluta non per questo i poveri esultano ringraziando il Creatore per il poco indispensabile che la terra dona loro.

A tal proposito voglio citare il Cantico del “GRAZIE” offerto ai posteri da San Francesco: …Altissimu, Onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude , la gloria e l’honore et onne benedizione. Ad Te solo, Altissimo, se konfane, e nullu homo ène dignu Te mentovare. Laudato sie, mì Signore, cum tutte le Tue creature…

Il Confronto

Mentre sto cercando di comporre un argomento che possa suggerire ai lettori l’interesse condividibile nell’ambito della nostra comunità parrocchiale ecco che volgendo lo sguardo su alcune riviste che sfoglio ogni tanto e guarda caso una di queste attira la mia attenzione. La copertina di questa rivista presenta l’immagine di un corpo celeste, Saturno. 

L’articolo proposto per questa foto eseguita dal satellite Hubble è “Esplorazione ai confini dello spazio”. Ebbene, facciamo un salto, si fa per dire, fuori dal tempo ed entriamo nell’armonia delle stelle con l’aiuto del satellite esplorativo Hubble che ci ha mandato da una distanza di “170 000 anni luce” dalla terra dalla galassia della nebulosa Magellano all’interno della quale si individuano 30 corpi radiosi e un ammasso di stelle brillanti di un blu intenso e puro fluttuanti tra masse di gas e pulviscolo cosmico.

L’immensità celeste portataci a conoscenza dalle esplorazioni che sta sopra di noi, invisibile ai nostri occhi se non nelle rare notti di cielo limpidissimo, quale confronto ci propone stando coi piedi ben saldi sul nostro suolo terrestre affaccendati nel vivere quotidiano tra lavoro, famiglia, interessi e difficoltà di sopravvivenza tra i tumulti e catastrofi che circondano il nostro quieto vivere.

Non ci resta che affrontare la quotidianità con serena fiducia pensando che siamo ospiti del nostro pianeta per il tempo che il Buon Dio ci concede… e non lasciamoci prendere dal panico se i nostri simili propongono, dispongono, dichiarano e disfano a loro piacimento pur sapendo di rischiare prendendo la zappa sui piedi.

Insegnava la vita

da Novantanni (poesie) di Attilio De Giuli

Il tetto di coppi – rosso spenti – tra i filari delle viti
la piccola – incredibile casa – nemmeno grande come una stanza
un piccolo portico – un focolare una branda
una panca – due soldi di tavolo
era il regno – sereno incantato – di Piero
contadino artigiano – uomo di immensa fede – e grande lavoro
che sempre ricordo in armonia di vita – sereno – lì viveva i suoi giorni – primavera ed estate
sino a quando – le prime nebbie – bagnavano tenui le foglie autunnali – e gli ultimi grappoli – d’uve invernali meta golosa – di merli – e tordi ai ripassi
nelle brevi soste – della sua lunga giornata
avara – fumava la pipa e leggeva il Vangelo – a noi ragazzi senza parlare – insegnava la vita

Cartucce e Banchetto

Ai morcc. Torniamo indietro nel tempo, ero in età scolare e la gente di Porzano si era già assestata conducendo la vita quotidiana nella normalità delle impostazioni di pace e di ricostruzione dopo la devastazione dell’ultima guerra.

Novembre i giorni dei morti, anche il primo con la celebrazione di Tutti i Santi, era compreso con i giorni successivi, 4 novembre incluso, come periodo temporale “ai morcc”. Erano giorni di vacanza scolastica considerati dagli alunni come festa, lontano dal costretto impegno dei compiti e quindi occupare il tempo che amabilmente i genitori ci concedevano, pur con l’occhio vigile.

Non ci si annoiava, i più vivaci, pochi, inventavano sui due piedi giochi coinvolgenti e scherzi di gruppo, benevolmente accolti o evitati. Luoghi comuni per esprimerci erano nel limite, chiesa per le funzioni, casa, strada e cimitero, niente di più ne avanzava.

Il cimitero. Il cimitero era il più affollato, gente che brulicava tra le tombe, deponendo fiori crisantemi del proprio giardino. Rassettando alla bell’è meglio il cumulo di terra che segnava la presenza interrata del defunto, candele accese, moccoli compresi, che colavano cera sgocciolando a terra su di una foglia con il buco passante per raccoglierne senza dispersione quella che per noi ragazzi era l’elemento base per produrre luminose fiamme con le cartucce. Sì, proprio le cartucce usate, acquisite o contrattate in cambio di “ciche” (biglie di terracotta).

Le nostre abili mani raccoglievano le colate delle candele della propria tomba e furtivamente anche quella accanto, in assenza del legittimo parente.

La cera si manipolava a lungo, come pasta per tagliatelle, fino ad ottenere un “biscotto” morbido, grosso come il dito di una mano, che subito si calcava, dentro la cartuccia vuota, fino all’orlo, niente stoppino, l’involucro di cartone pressato faceva la stessa funzione, ma impastando la cera con gli aghi di mugo sparsi, colti
tra i cespuglietti che ornavano alcune tombe sparsi qua e là.

Con questi aghi, la cui resina sprigionava un effetto spettacolare al momento dell’accensione, scoppiettii, sfrigolii e scintille come fuochi d’artificio, ridotti in miniatura, consumavano lentamente cartuccia e cera, fino al fondo metallico, ma lo spettacolo esilarante consisteva nell’aggiungere sulla fiamma un pizzico o rametto di aghi, per esaltarne l’effetto scoppiettante, con il lancio della fiammata, come l’effetto drago. Questo produceva, ovviamente, scottature alle mani e/o capelli strinati. Un altro diversivo per noi ragazzi consisteva nell’attesa e aggressione, con rami di foglie (sfoiaröi), ai passanti di ritorno dal cimitero, dopo il rosario, con le candele accese per illuminare il percorso nel buio della sera, meglio e più divertente se c’era nebbia, per non essere individuati.

Il gioco per aggressione era soprattutto diretto a spegnere la candela delle ragazze che nel trambusto cercavano rifugio tra i genitori, oppure scappavano strillando e gridolini acuti proteggendo viva la fiamma con il concavo della mano. Il rischio dello spegnimento della candela era previsto tanto che più in là la fiamma di qualcuno ridava il lume richiesto.

Proprio nell’ultima di quelle sere, il 4 novembre, dopo il Rosario recitato all’unisono nel cimitero illuminato da molteplici fiammelle, nonni, genitori, ragazze, giovanotti e bambini facevano ritorno chi in paese, chi alla cascina per disporsi intorno al fuoco generoso della cucina.

Si parlava del più e del meno, degli incontri della giornata, ma in alcune case si aspettava non solo l’ora del riposo ma qualcuno dei familiari che, per il rompete le righe, stava combattendo, si fa per dire, la sua giornata da reduce di guerra.

Quattro novembre – il banchetto. Giornata piena per reduci e combattenti, autorità e prete compresi. Don Cesare, con il pesante piviale nero e bordure argento, celebrava in latino, chierichetti accanto, l’ufficio per i soldati morti in guerra. Al termine della funzione Don Cesare aspergeva il catafalco coperto da un altrettanto tessuto nero, bandiera tricolore in testa ed elmetto prima guerra 15/18, quattro grossi candelabri neri ed infine l’Ita Missa Est. In uscita dalla Chiesa, si formava il drappello dei numerosi convenuti, bandiera tricolore in testa, a buon passo il corteo si avviava verso il monumento alle scuole elementari, appello ai caduti “Presente” e subito dopo il corteo si avviava al cimitero, dove si concludeva la cerimonia al cospetto delle lapidi sulla facciata della cappella. Il resto della gloriosa giornata, all’insegna della vittoria, si svolgeva con il banchetto tradizionale nel salone delle suore dorotee, se ben ricordo. Cosa succedesse nel gran salone di mattonelle rosse e bianche non ci era dato di sapere, se non stando in strada, via San Martino, piazza e il Corteas, giungevano all’ascolto “bla, bla , bla”, canti e stonature interrotti da qualche sporadico applauso.

Il Convivio. Da sottolineare la presenza in cucina dell’acclamatissimo B. Pansera, cuoco di forchette auree, coadiuvato da donne collaudate tra pignatte, padelle e le più giovani a servire ai tavoli.

Ormai la giornata volge al termine, i reduci si riassettano e fingendo sobrietà ed equilibrio raccolgono ognuno le proprie stoviglie nel “manti’” (tovagliolo) chiuso con il nodo (groppo) ai sommi capi, come se il contenuto fosse un bebè portato dalla cicogna, e via malsicuri sulle gambe facevano ritorno verso casa.

Due personaggi mi sono rimasti impressi in modo indelebile, mio nonno Stefen Frer e Bigio Pansa Parolot, assai alticci affrontavano nel buio della nebbiolina serale la via di casa.

La loro destra reggeva l’oscillante involucro, il “mantì col tont”, la “fundina”, “el perù”, “el cücià” e “el cortel” con l’andatura barcollante procedendo a zig zag per la strada ormai deserta, fino a raggiungere la porta di casa e tentare di agganciare la maniglia per entrarvi e… Buonanotte.

In altre case, nel frattempo, lanterna in mano, si raccoglievano i pochi effetti, pennuti e conigli in gabbia pronti a migrare per altri lidi in cerca di fortuna.

Era il Sanmartì.

L’imprevisto

Alcuni giorni fa ebbi l’occasione di partecipare ad una conferenza il cui relatore era un luminare psicoanalista. Sala degli incontri di S. Barnaba gremitissima che poi, ho supposto, molte persone gradualmente se ne sarebbero andate prima del termine, forse anch’io non avrei resistito in quanto mi trovavo lì per la sola curiosità dell’argomento. Niente di tutto questo.

Con l’introduzione appunto degli argomenti proposti, il relatore con molta scioltezza espressiva dimostra gia dall’inizio la straordinaria capacità di esporre e governare l’ascolto dei presenti come se stesse dialogando a tu per tu con ognuno degli ascoltatori.

La mia curiosità si è fatta sempre più attenta man mano che gli argomenti esposti dal psicanalista si susseguivano con metodo incalzante come se stesse scorrendo pagine di un racconto dialogato esponendo con denzialmente cose straordinarie accadute nel percorso della sua vita.

Un fatto che ha del miracolo l’ha esposto semplicemente così: “Prima di sposarmi ho creduto opportuno di accertarmi sulla mia condizione attitudinale per metter su famiglia, per cui ho consultato uno specialista di nota esperienza. Fatte le analisi e visite del caso ho ricevuto questa scioccante sentenza, congedandomi, – Lei caro dottore non potrà avere figli, assolutamente – . Il mondo mi è crollato addosso. Cosa dirò adesso alla mia fidanzata tutta presa con i preparativi dell’imminente matrimonio?
Vagando per le vie della città stordito e soprattutto preoccupato per il futuro nero che mi attendeva pensavo tra mè. Cosa le dirò? Nonostante il legame d’amore così radicato e convinto di tutti i progetti ragionati e confermati, lei, mi lascerà?
Colto da questo sfacelo mi sono trovato casualmente a passare davanti ad una chiesa e quasi inconsapevole, ho sentito il desiderio di entrarvi. Premetto che già dall’adolescenza, con gli studi, ho abbandonato il Credo cattolico, dimenticato ogni forma di accostamento alla Chiesa e quindi le preghiere imparate da bambino entrate nel nulla. Entrato in chiesa incapace di cogliere e capire il significato della presenza di ciò che, lontano dalla realtà, i miei occhi scrutavano, ho ascoltato il silenzio, niente altro.

Pronto a subire la separazione, quando l’ho raggiunta, ci siamo scambiati le nostre reciproche giustificazioni e… infine mi sento affermare da lei con convinzione, “sposiamoci, poi affronteremo quello che il destino ci riserverà”.

“A matrimonio avvenuto, conferma per il viaggio di nozze, ci siamo recati in Alaska trascorrendo alcune settimane in ottima armonia e al ritorno in Italia riprese le consuete attività di routine diamo inizio alla vita di coppia e alcuni giorni dopo, come se nulla fosse, una sera tornando dal lavoro piuttosto stanco e avvilito saluto amorevolmente la mia giovane moglie, la quale guardandomi dolcemente negli occhi soggiunge, sono incinta”.

250 anni e non sentirli

La chiesa parrocchiale attuale sorge sulle fondamenta, si suppone in quanto mancano documenti dl verifica, dell’antica chiesa ormai fatiscente con la stessa dedicazione a San Martino Vescovo di Tours. La nascita, o meglio la necessità di erigere iI nuovo edificio sacro, riporta al periodo in cui l’apparato parrocchiale e i rappresentanti del Comune di Porzano di buon accordo decisero.

Così si legge nella memorie storiche di Luigi Cirimbelli “Parrocchia San Martino in Porzano”, edito nel 1995: Nelle sede comunale, correndo l’anno 1756, convocati tutti i capi famiglia della Vicinia, Il rettore don Angelo Polizzari, promotore dell’iniziativa e con l’appoggio dell’arciprete di Bagnolo don Benedetto Perugini, insieme deliberarono con unanime adesione di costruire il nuovo edificio parrocchiale. Il 29 aprile 1756, lo stesso rettore presentò il progetto al Vicario Generale della diocesi per la dovuta approvazione con queste lettera: “Essendo venuto in deliberetione la spettabil Comunità di Porzano di fabbricare una nuova parrocchiale nello stesso sito della vecchia, anco supplico io Parrocho intraecritto tutto il mio assenso, supplico l’Illustrissimo signor Vicado Generale ed Episcopale per le decretatione del modello che le sarà esibito, sempre le ragioni ed il gius parrocchiale”.

In fede Angelo Pelizzari rettore di Porzano.

La proposta venne accolte e il Vicario Generale, Giacomo Soncini, concedeva con sollecitudine l’autorizzazione alla costruzione, il 30 aprile 1756, nella Cancelleria vescovile dl Brescia. Il progetto venne approvato con la medesima invocazione di San Martino vescovo e in conformità alle prescrizioni di s. Carlo e messo in opera sotto la direzione anche del Reverendo Signor Rettore e senza alcun anche minimo pregiudizio dei diritti parrocchiali.

II progetta conservato nell’Archivio Vescovile di Brescia, manifesta chiaramente la mano di Antonio Marchetti (1724-1791) e l’architettura dell’edificio, realizzata abbastanza fedelmente secondo le indicazioni progettuali. Le pianta si articola in due eleganti vele — che si impostano su due semplici campate a lesene — e in un presbiterio coperto de un’aerea calotta ellittica. La facciata, scandita nell’ordine inferiore da lesene doriche e nel superiore da lesene vagamente ioniche, si segnala per la composta e raffinata eleganza quasi neoclassica.

La chiesa di Porzano si segnala tra le tante costruite nel territorio bresciano nel Settecento, non solo per la sua eleganza, la sua spiccata fedeltà alle indicazioni progettatili e per la rapidità e completezza dell’esecuzione nei pochi anni di apertura del cantiere (la chiesa non é molto grande ma comunque deve aver avuto dei finanziatori facoltosi e generosi, considerando la scarsa popolazione del paese) é uscito un complesso architettonico di una omogeneità rara e non scalfita dai successivi interventi. I lavori furono diretti dal capo maestro della fabbrica Gio. Antonio Lenza di Brescia.

Terminata in tempo di record il parroco don Angelo Pelizzari Intasi dichiara che: “Si fa indubitata fede e certa notizia si de siccome nel corrente giorno é stata benedetta la Nuova Chiesa parrocchiale di Porzano — principiata fanno 1756 — dal reverandissimo signor arciprete di Bagnolo don Benedetto Perugini e quasi con tutto il suo clero venuto a concelebrare le suddetta funzione”.

Dal 1765 in poi la chiesa è stata soggetta a continue variazioni indicate dai suggerimenti soprattutto al susseguirsi delle Visite Pastorali. Da sottolineare sopra l’altare maggiore ove domina la pala dipinta da Alessandro Bonvicino detto il Moretto. Su questa pala il Guerrini ci ha lasciato questa nota: “Un quadro a guazzo di una Madonna con il Bambino in braccio, del Moretto, con un piede sopra la luna vale liri di piccole 36”. Successivamente scrive: “E sebbene non sia da mettere tra le opere migliori di quel grande nostro artista, l’impronta morettiana risulta subito a chi guarda questa bella tela che non è trascurabile omamento alla chiesa di Porzano”.

Manutenzioni ordinarie e straordinarie si sono succedute nel corso degli anni e tra le più recenti ricordiamo l’intervento radicale dell’intonaco esterno con riporti alle modanature seriamente deteriorate dalle intemperie (1987-1988). Il riordino totale del tetto con la sostituzione di alcune travi portanti, scossaline e pluviali di perimetro (2013). In atto (2015) si sta operando al restauro interno, abside, navata e altari laterali e poi… sarà necessario metter erano alla tinteggiatura esterna a completamento dell’opera.

Pulizia esterna ed interiore

Era tradizione, qualche decennio fa, riprendere tutto ciò che era disordine e sporcizia accumulati nell’anno in corso e ordinare con pulizia a specchio ogni cosa che facesse parte della vita quotidiana e non. La Settimana Santa, cioè quella che precedeva la solennità della Pasqua era il periodo forte per fare un doveroso “reset” all’ambiente domestico della famiglia ed anche allo spazio cosiddetto di lavoro. Questa operazione completamente manuale consisteva nella lucidatura di tutto il pentolame di rame e suppellettili in ottone alla maniera vecchia, con l’impasto di farina gialla e aceto, oppure il sidol, spalmato sulle superfici metalliche, usando stracci per strofinare con olio di gomito e ripassare energicamente l’oggetto in tutti I suoi punti con panno di lene fino e renderlo più brillante di quando era nuovo.

Ai bambini, invece, si dava un incarico un po’ diverso, faticoso ma divertente, naturalmente c’era un compenso adeguato al tipo d’impegno e qualità del risultato. Si affidava loro infatti la pulizia delle catene del caminetto, cioè quelle che servivano per agganciare il paiolo sospeso sul fuoco che a contatto con la fuliggine e vapore oleoso si sporcavano in maniera piuttosto aderente.

L’operazione consisteva nell’adagiare la catena per terra, legando il gancio ricurvo di un’estremità con un vecchio filo di ferro o una cordicella, rara a trovarsi, lungo circa tre metri la cui estremità opposta bisognava legarla intorno alla vita, potendo cosi trascinare dietro di sé una o anche due catene. Come si procedeva alla lucidatura é subito detto: i bambini e ragazzi, cosi equipaggiati, affrontavano di corsa, a piedi nudi e braghe corte, un percorso di strade e capezzagne possibilmente polverose, la materia abrasiva, per tutto il tempo necessario a rendere le catene pressoché color argento metallico o quasi.

La mattinata non bastava a raggiungere la necessaria specularità della catena e quindi, dopo la pausa pranzo, si riprendeva di nuovo in corsa per completare l’operazione richiesta, sennò niente lauta mancetta.

Ma la pulizia piú importante era quella di fare il bucato dell’Anima, la confessione. Il Giovedì e Venerdi Santo erano i giorni della preparazione e della confessione per i ragazzi del periodo scolaer, anche allora si faceva l’agognata vacanza pasquale. Gli adulti, il Sabato Santo, rigorosamente in fila per ordine di entrata, attendevano pazientemente il loro turno, chi appoggiato con la spalla al muro o chi bisbigliava al vicino battute maliziose nei riguardi dei presenti meditabondi e ai penitenti che alzandosi dall’inginocchiatoio si apprestavano, infilandosi nei banchi, alla recita penitenziale prescritta dal confessore.

Di primo mattino, tra l’altro in questo Sabato Santo, si era impegnati a seguire la cerimonia della benedizione del Fuoco e dell’Acqua Santa. I tizzoni accesi una volta benedetti si riportavano a casa per alimentare il fuoco del camino mentre l’acqua benedetta raccolta in pentolino o in bottiglia di vetro che nella ressa di chi voleva avvantaggiarsi causava maldestramente nell’accozzaglia l’infrangersi di vetri pericolosamente taglienti, si portava ai famigliari a casa o da chi lavorava in campagna perché potessero attingere con le dita e bagnarsi gli occhi per ridarsi nuova vista seguendo questo gesto con il segno della croce. Tutt’intorno si respirava già il clima dell’imminente Festa di Pasqua.

Toccare con mano

Da un evento sportivo si vuol dare un’impronta significativa. Ma quale?

Ci mettiamo a tavolino e… discutiamo. Organizzare una manifestazione sportiva, si sa, occorre esperienza, volontà e determinazione. L’idea così come è stata impostata con contorno di entusiasmo ad alto livello ci stà: in circolo con gli occhi puntati sulla vecchia cartina del sito spianata sul tavolino al centro dell’attenzione. Il tracciato con qualche piccola modifica rispetto alla scorsa edizione é approvato. Tutti d’accordo.

Ad ognuno viene affidato un compito: i premi de acquisire, la segnaletica per distinguere il percorso ( ma quale percorso? Ci sono alcuni passaggi che non ci vengono concessi… no problem, iI Buon Dio ci aiuta e all’ultimo istante tutto s’aggiusta). Ma, i proventi delle iscrizioni, ottima l’idea di devolverli a chi ha bisogno, li diamo a…

Ce n’é voluto per decidere e infine, a larga maggioranza, tutti d’accordo per donarli all’associazione di “Camper Emergenza”. Diciotto maggio, giornata splendida, una folla di corridori e podisti dal 3 anni in su. Grande successo organizzativo, persino un giornale ci dedica mezza pagina con foto. É il massimo!

La consegna. Il martedì successivo partiamo in quattro, così per curiosità, raggiungiamo la postazione del Camper Emergenza in via L. da Vinci a Brescia. Un 20/25 persone aspettano il loro turno per ricevere la borsina dei viveri, per i musulmani il contenuto é adeguato, per gli altri tutto va bene purché ci sia da riempire lo stomaco.

Dal finestrino del camper una mano allunga la borsina a chi mostra il tiket azzurro, qualcuno dietro alla fila spinge e mugugna. Stai buono e non pretendere redarguisce la signora Maria Rosa (vedova da pochi mesi) mentre ci osserva e sorride riconoscendomi, arrivo subito da voi!

Scende i tre gradini dalla porticina e ci raggiunge. Intorno a noi chi ha ricevuto si accoscia alla ringhiere o trova posto sull’unica panchina vicino al religioso in veste bianca oppure sbocconcella girando in piedi su sé stesso. Vedete, osserva la signora Maria Rosa, qui possono fare un pasto e magari una visita medica, indicando l’ambulanza in linea al camper, non hanno altro, neanche un posto per dormire e… devo pure difendermi da chi manifesta violenza.

Consegnamo la busta del nostro contributo, un grazie che vale un abbraccio fraterno, e… per loro sottolinea lei con orgoglio e… da parte mia, dice lei, con l’aiuto di alcuni volontari, sento che questo é il mio posto, mi rispettano, sono come la loro mamma.