Aiutarsi ad essere “buoni” genitori

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La difficoltà più comune della coppia educativa consiste nel disattivare le tendenze che vanificano le buone intenzioni di collaborare per il bene dei figli. Le diverse sensibilità educative si possono “sposare” fra di loro a condizione che il dialogo di coppia muova da presupposti adeguati.

Entrambi i genitori, infatti, sono responsabili della costruzione della sintonia educativa, particolarmente di come affrontano le difficoltà che inevitabilmente insorgono a causa della diversa mentalità, dei limiti e delle immaturità proprie e del coniuge. Esse si ripresentano inevitabilmente quando si parla dei figli e soprattutto di essi. Non senza saggezza si ritiene che quando i due genitori non vanno d’accordo e non riescono a costruire una visione educativa concorde, “le colpe non sono mai da una parte sola”, Il buon senso ha sempre intravisto la corresponsabilità dei coniugi nell’espressione dei loro stili educativi esprimendo questa intuizione con considerazioni tipiche:

Se lui avesse incontrato una donna diversa – si dice alludendo al marito – non sarebbe arrivato fino a quel punto; oppure: se questi avesse avuto più polso lei non avrebbe potuto comportarsi in quel modo con il figlio.  Ed ancora: se la moglie non avesse sempre difeso i figli ad oltranza, anche il marito avrebbe avuto più autorevolezza nei loro confronti ogni coppia crea un caratteristico stile di collaborazione che rappresenta il tentativo di “ tenere insieme” il carattere di entrambi. Non sempre l’accordo dei coniugi rappresenta una reale sintonia. Una dinamica assai diffusa che impedisce una reale collaborazione educativa è, ad esempio la tendenza di molte donne a “fare da mamma” al partner. Anche se questo modo di stare insieme può reggere a lungo, l’equilibrio così raggiunto non è realmente stabile ed è esposto al rischio di crisi quando l’impegno educativo diventa più gravoso. Il rapporto di coppia che ricrea le modalità relazionali tipiche della madre con il figlio lascia dolorosamente solo il coniuge nelle sue responsabilità educative. La moglie che “fa da mamma”, tipicamente, sposa il coniuge con l’atteggiamento di chi acquista una “casa da ristrutturare”, non dunque per ciò che egli attualmente è, ma per ciò che egli potrebbe diventare grazie ai suoi sforzi e alla sua dedizione di moglie.

Lui infatti non ha dato ancora prova di sé, non è sufficientemente capace di “dare”, ma si pone come bisognoso di ricevere affetto, cure, dedizione, comprensione. Tende a lamentarsi senza affrontare i problemi. La moglie si percepisce come apparentemente “più forte” del coniuge, vissuto come una persona da capire e da aiutare. Si incarica dunque di farlo ragionare, fargli capire come affrontare problemi, scusandolo e giustificandolo implicitamente per le sue inadeguatezze. Tende a vederlo come sfortunato (i suoi genitori non lo hanno amato, non gli hanno dato i valori giusti… è stato trascurato, ha avuto delle difficoltà nella vita). Tale versione vittimistica è la stessa con cui egli si giustifica, e che la moglie ha totalmente fatto propria, sottovalutando la sua responsabilità personale nel determinare le situazioni in cui si è trovato. “Lavoriamo entrambi”, racconta la moglie, “ma solo lui ha diritto di essere stanco”; “Lui fa il suo lavoro e basta” e la vera preoccupazione di “mandare avanti la famiglia è sulle mie spalle”; “Non vede le cose da fare e quando lo solleciti risponde che più di così non può fare”; “Sono stanca del suo atteggiamento – aggiunge – ma mi trovo sempre a dargli un’altra possibilità di recuperare, riscattarsi e diventare l’uomo che deve essere, ma senza risultati”; Ancora, addirittura, “Se mi arrabbio e grido la mia delusione, lui si allontana affettivamente, cercando un’altra donna che lo consoli facendo la parte dell’incompreso”. In caso di separazione, una tale moglie spera in cuor suo che lui abbia almeno un’altra donna “a cui lasciarlo”. “Da solo non reggerebbe – pensa – si lascerebbe andare e per colpa mia potrebbe combinare qualche guaio”.

È facile immaginare la qualità della collaborazione educativa che questa coppia può esprimere. Essa è semplicemente resa impossibile dalle condizioni che caratterizzano stabilmente il rapporto. Anche le fatiche educative infatti, sono sistematicamente eluse dal marito/figlio ed assunte in via esclusiva dal coniuge, che, sentendosi solo, si lamenterà di tale disequilibrio. La crisi della coppia tenderà a cronicizzarsi, in un alternarsi di speranze e delusioni che estenuerà il rapporto fino a non poterne più. Si renderà necessario rimettere in discussione le clausole segretamente pattuite, per la sopravvivenza stessa della coppia oltre che per il bene dei figli. Ma ogni tentativo di mettere in discussione il rapporto non può considerare solo il cambiamento dell’altro.

Il coniuge infatti agisce ciò che gli è permesso dal quel segreto consenso. Ne è prova la coraggiosa introspezione di una moglie/mamma che così analizza le dinamiche intrapsichiche che la rendono paradossalmente corresponsabile di ciò che lamenta. “Io mi sono sempre arrangiata – racconta – e mi sono abituata a non fare conto su nessuno”, “nella mia famiglia sono cresciuta con l’idea che gli altri non mi dovessero mai niente”, “ho paura di disturbare, di pretendere troppo”, “mi rendo conto che i miei bisogni vengono sempre in secondo piano”; “Per farmi amare, come allora, faccio la brava, lascio perdere, e mi faccio carico dei problemi  degli altri senza chiedere nulla”. È chiaro che partendo da simili presupposti ella richiamerà inevitabilmente il “predatore naturale della sua psiche”: un uomo/bambino incapace di reggere la prova, di assumersi responsabilità e di donare invece di chiedere. Tali presupposti nascondono spesso una segreta presunzione di sé: l’idea della propria capacità di salvare l’altro a prescindere dalla sua volontà e della sua decisione.

Come se avesse detto a se stessa: lui non è ancora come dovrebbe essere, ma grazie al mio amore, alla mia dedizione, lo farò diventare un uomo migliore sottovalutando drammaticamente la decisività della sua personale adesione a tale progetto. Scoprirà infatti che i suoi sacrifici non cambiano proprio nessuno (che non voglia), e che l’altro non è un povero bambino sfortunato che non è stato sufficientemente amato, ma una persona abituata ad approfittare della benevolenza altrui, che si rifugia nel ruolo di vittima quando gli è richiesto qualcosa di impegnativo e difficile. Il “ troppo amore “ della moglie appare dunque per ciò che realmente è: una raffinatissima mascheratura del proprio egocentrismo o della propria debolezza affettiva. Questo principio impone scelte speso più dolorose della mera rassegnazione, esige infatti di mettere la persona amata, con i dovuti modi, di fronte alle sue contraddizioni incoraggiandola ad accettare i suoi limiti. La fecondità del dialogo di coppia presuppone quindi che i partner possiedano i requisiti minimi di sistema, una struttura di personalità sufficientemente equilibrata. Vi sono molti modi per evitare il confronto mettendo subdolamente in difficoltà il partner che lo ricerca e attuando mille raffinati stratagemmi per sfuggire l’incontro con la verità scomoda di se stessi.

Quella verità che la sofferenza involontariamente inflitta ha reso evidente al coniuge, costringendolo ad una comprensione più realistica dei nostri punti deboli. Per questa ragione il dialogo di coppia non appare sempre desiderabile; esso si accompagna ad una certa paura, una oscura percezione di rischio, che lo rende pericoloso o poco desiderabile. Solo la consegna incondizionata di sé alla verità  rende meno ambiguo l’amore, distinguendolo dalla dipendenza psicologica, e rende il dialogo di coppia forte e libero.

(da una conferenza, liberamente riveduta dalla Redazione)

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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