Ai genitori di un figlio separato, divorziato o risposato

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Sento il bisogno di rivolgermi ai tanti genitori, che incontro nei vari momenti del ministero sacerdotale, afflitti dal dispiacere di un figlio/a che ha vissuto il dramma del fallimento matrimoniale.
Quando uno dei tuoi figli ti dice: «Non va per niente bene con mio marito, con mia moglie… ci lasciamo… andremo in tribunale per la separazione, poi verrà il divorzio…», per chi ama e conosca il profondo valore del sacramento del matrimonio, sì da farne un ideale stabile di vita, è doloroso assistere impotenti alla frantuma zione della famiglia del proprio figlio; sembra che il mondo delle relazioni e dei sentimenti familiari improvvisamente crolli.
Che fare? Una serie di pensieri passano dentro. Rifiutare il fatto della rottura e tentare di rimuovere questa situazione? Si scusare tutto? Prendere le difese ora dell’uno, ora dell’altra? In questo contesto di amarezze e di dubbi si ripropone il compito di il spettare sempre di nuovo i propri figli.
Una cosa importantissima è l’ascolto profondo di questi figli, cercare di comprendere fino in fondo le loro ragioni, senza lanciare subito dei giudizi. Poi, solo dopo essere stati ascoltati a lungo, forse essi stessi si mettono nella condizione di ascoltare qualche nostra parola. Potrebbe essere il momento per ricordare il tempo del loro fidanzamento, i motivi che li hanno fatti innamorare, la bellezza delle diversità che li hanno attratti l’uno verso l’altro: diversità che, anche se ora pesano, se ci si sforza di farle diventare amore (come fanno tanti sposi ogni giorno) possono essere dono all’altro.
Se si ha la possibilità di parlare separatamente con l’uno e con l’altra, è opportuno sottolineare con lei le belle qualità che sono in lui e viceversa. Occorre aiutarli a credere nell’amore l’uno per l’altra, nella grande capacita dell’amore di trasformare anche le situazioni più tristi.
Intanto accompagniamoli non solo con la vicinanza, che deve essere sempre molto discreta, ma anche con una preghiera intensa e fiduciosa.
Continuiamo ad amare quel figlio perché crediamo fermamente nell’amore coniugale. È il momento di mostrare la capacità di vicinanza materna e paterna ai figli; far sentire loro tutto l’amore che li ha concepiti, accolti e generati all’amore. Si tratta di un amore fatto di testimonianza, di dolcezza e di fermezza. Il vangelo suggerisce che il nostro dire sia sempre «sì, sì, no, no». È urgente in questi momenti aiutarli ad avere pazienza, a riprendere il dialogo fra loro, a non buttare via tutto, subito.
Quando nella famiglia ci sono altri figli, bisogna dare prova di essere genitori che non modificano il progetto educativo, che non cedono a compromessi e non concedono spazio ad ambiguità o favoritismi. L’amore autentico per i figli ci farà parlare con tutta la carità, nella piena verità. Gli altri figli, maggiori o minori, non potranno pensare che la nostra piena accoglienza del figlio che ha sbagliato significhi che tutto ciò che ha fatto va comunque bene.
Quando questi figli hanno deciso di rompere l’unione coniugale è un dolore grande per tutti. Occorre accettarli così come sono, e non tanto parlare, ma amare. Si possono aiutare i figli a reinserirsi nella comunità cristiana, ricordando loro che “non sono esclusi” se non si vogliono escludere. Soprattutto in queste circostanze possano trovare nei genitori un sostegno incondizionato, sapendosi aiutati nei rapporti con i parenti e con gli amici.

L’atteggiamento più promettente ed evangelico è quello del padre del figliol prodigo. Egli è sempre aperto alla speranza, pronto alla misericordia, e sta ad aspettare il ritorno del figlio con l’amore che tutto perdona, tutto copre, tutto sopporta. Pur nella consapevolezza dell’errore del figlio, egli lascia sempre aperta la porta di casa. Non diamo spazio alle faziosità, non lasciamoci trascinare nella rete delle alleanze colpevolizzanti, non affrettiamoci a trovare il capro espiatorio. Nel fallimento del matrimonio, ragioni e torti si mescolano e si confondono. Le separazioni raramente sono pacifiche.
È legittimo sperare che i figli abbiano le nostre stesse convinzioni, ma non si possono imporre. Serve avere un cuore grande e non disperare mai, anche quando la ricomposizione può sembrare impossibile. In un’epoca in cui tutti i valori sono messi in discussione, occorre avere una grande capacità di discernimento, senza fossilizzarci nei nostri schemi. Non dobbiamo chiuderci in un pianto sterile su quell’unico figlio o quell’unica figlia. Bisogna sì occuparsi di loro, ma senza lasciarci sopraffare dallo sconforto. È più fecondo gettare le nostre preoccupazioni in Dio.
Ma c’è poi un altro aspetto molto delicato e complesso che a volte dobbiamo affrontare. Dopo la separazione e il divorzio, potrebbe arrivare anche la decisione del figlio di avviare un nuovo legame affettivo; e ciò, a dei genitori cristiani, può recare altro dolore e altri problemi, perché consapevoli della situazione di irregolarità religiosa in cui il figlio verrebbe poi a collocarsi, oltre che di tutte le incertezze e le difficoltà di questa nuova unione, soprattutto in presenza di figli. Inoltre, questo a volte viene fatto frettolosamente, quasi a colmare un vuoto, e così a errore viene ad aggiungersi altro errore.
Quale allora il nostro comportamento? Chiudere la porta ai nostri figli? Rifiutarli, dimenticarli, cancellarli dalla nostra famiglia? Oppure, continuare ad accoglierli, a dialogare con loro, a capirli? Quale il modo per mantenere con loro i rapporti? Quale la via per continuare ad aiutarli? Noi genitori siamo chiamati a generarli continuamente, a far loro “casa” con un cuore sempre aperto.
Papa Giovanni XXIII diceva: «Si deve condannare l’errore ma salvare l’errante»; i nostri figli vanno amati continuamente, sia pur nella verità; accolti, ascoltati, consigliati con grande pazienza ma anche con dolce fermezza, sempre alla ricerca del loro bene.
Un’idea forte del resto ci può aiutare: la forza del dolore, così come vissuto da Gesù, soprattutto nei momenti di abbandono e di fallimento. Anche noi siamo chiamati a condividere quel suo patire e, come dice san Paolo, a completare nella nostra carne la Sua passione. Potremo così trovare la forza di trasformare, con la grazia di Dio, il nostro dolore in amore, sino a diventare l’amore per tutte le persone che ci stanno accanto, i nostri figli per primi. Così la nostra vita si trasformerà in continua donazione.
Ora, se nostro figlio o nostra figlia va a costituire una nuova famiglia, potremo senz’altro non essere d’accordo e glielo dovremo dire; tuttavia, davanti alla loro scelta, dovremo avere l’amore
di accogliere anche questa nuova realtà, con cuore grande e disponibile verso il nuovo marito o moglie, i nuovi parenti, e i nuovi figli, avendo sempre presente l’amore grande che Dio ha per noi: scoprire che la misericordia è lo stadio più alto dell’amore.
Certo, pur divenendo nostri figli “divorziati risposati”, rimangono sempre uomini e donne, cristiani alla ricerca della volontà di Dio; in virtù del battesimo sono sempre nella Chiesa sia pure non in perfetta comunione; ma quanti di noi sono in perfetta comunione con Dio?
Siamo chiamati a vivere alla lettera le beatitudini evangeliche: nella verità e nell’amore, affidandoci alla sapienza e alla misericordia di Dio.
C’è un tempo per amare… un tempo per gioire… un tempo per pregare con i figli e un tempo per pregare per i figli. Siamo chiamati a generarli una prima e una seconda volta, mettendoli nel cuore di Maria, la madre per eccellenza.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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