Abbiamo bisogno di comunità

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25 giugno 2017
Festa dell’Oratorio

Il brano evangelico appena ascoltato raccontatoci da San Matteo, ci parla di anima, corpo, tenebre, luce, morte, passeri, tante cose. Gesù utilizza queste immagini, questi esempi, perché vuol farsi capire, e parlando alle persone che ha davanti sa che cosa utilizzare per intercettare la loro comprensione. Tutte queste immagini, che utilizza sono raccolte in modo forte dalla prima frase. Dice

“non abbiate paura, non abbiate paura”.

Il tema delle paure è un tema importante. É un tema che ci tocca tutti, nessuno escluso. Non esiste uomo senza paura. Esistono gli uomini coraggiosi, ossia gli uomini che vanno avanti nonostante le paure. Questo è il coraggio e questa è la fede.

Parlare delle paure sarebbe una cosa molto interessante, ma ci vorrebbe ben molto tempo e sarebbe un capitolo abbastanza complicato. Io voglio proporre una cosa che richiede un piccolo sforzo. Faccio una domanda: “Qual è la cosa che più mi spaventa? Cos’è che mi fa più paura nella mia vita?”

Io non sono un mago, né tanto meno un indovino, ma credo di non essere molto lontano dalla verità se ora dico che quando vi ho chiesto la cosa che più vi spaventa, alla maggior parte  di voi siano passati davanti i volti delle persone care con l’ipotesi di perderle. Questo, perché le cose più importanti per noi sono i legami con le persone a cui vogliamo bene, e l’idea di perderle è la cosa che più ci spaventa. Penso a chi è genitore, a chi ha fratelli, sorelle, nipoti, a chi ama qualcuno e condivide con lui o con lei l’esistenza. L’idea di perdere qualcuno ci spaventa a morte, e a volte questa paura blocca il nostro modo di rapportarci in forma serena con le persone. Cosa dice oggi il Signore? Dice:

“non abbiate paura, perché se anche si interrompessero e si interromperanno i legami con le persone care, questi non andranno perduti. Ci sono delle mani che se ne prenderanno cura”.

C’è una regola a livello spirituale che la Chiesa nella sua sapienza millenaria da sempre porta avanti e dice questo: quando uno sta male, quando uno ha paura, quando qualcuno è in difficoltà, regola numero uno è mai stare da solo. Perché quando sei da solo ti assalgono mille pensieri negativi, normalmente tutti sbagliati, e sembrano tutti urgenti, e tu, perché hai paura, perché sei in affanno, ti aggrappi alle prime cose che ti arrivano, ma quasi sempre sono sbagliate.

Ci insegna, la Chiesa, ma questo va bene, comunque per tutti, anche per chi non fosse credente, quando stai male, quando sei in difficoltà, non stare da solo. Perché la natura umana è fatto così. É fatta a immagine di Dio che in sé stesso è comunione. In altre parole, fate comunità, avete bisogno di comunità, avete bisogno di legami forti, più forti possibili. Poi potremo aprire un altro capitolo su come si sta assieme e questo sarebbe ancora più vasto perché qui abbiamo un migliaio di tipi di relazioni, a volte funzionano e a volte non funzionano, ci sono sofferenza, desideri, aspirazioni. Sarebbe un altro capitolo. Una cosa, però, sappiamo: che quando noi stiamo male possiamo sempre contare su qualcuno che non verrà mai meno nell’esserci accanto. Questo qualcuno è Dio. Ci dice:

“non abbiate paura. Non c’è nulla che sfugga al mio controllo. Neanche i capelli del vostro capo, neanche due passeri e voi non valete più di due passeri? ma ci mancherebbe altro”.

Siamo le cose più care a Dio, non abbiate paura. E chi si mette nelle mani di Dio vive meglio, nonostante le paure. Chi ha fede ha vinto. A volte ascoltando alcuni ragazzi, in particolar modo adolescenti, quando iniziano a frequentare le superiori, e a volte incontrano qualche insegnante che comincia mettere in discussione la fede o qualche amico che prende in giro per la fede, dico sempre loro: “Non dovete giustificare nulla e dimostrare nulla”. Voi siete contenti della vostra fede? allora, avete vinto! Basta! Chi ha fede ha vinto il mondo. Chi di Dio si fida, nel testo della Scrittura dice: “chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anche io lo riconoscerò”, che vuol dire che ci darà e ci da gli strumenti migliori per vivere al meglio la vita che abbiamo. Quella che abbiamo, non quella che vorremmo, quella che abbiamo, che certamente non sarà esente dal male e dal dolore, ma con il Signore si vive meglio.

Abbiamo bisogno di comunità.

Perché facciamo le feste? Perché celebriamo oggi i nostri patroni Pietro Paolo? Perché creiamo occasioni di comunità? Perché se noi non crediamo comunione, noi moriamo. Apriremmo, qua, una riflessione lunga sul bisogno che abbiamo di trovarci degli spazi come questi, dove si possa vivere l’esperienza del servizio, perché la comunione passa attraverso l’amore, e l’amore è servizio, dedizione agli altri. Ma se non c’è servizio, non si vive. Perché ragazzi noi vi proponiamo di fare il servizio alla festa o in altre occasioni? Perché se voi donate, se voi amate, voi vivete meglio. Al contrario chi non dona, chi trattiene perché ha paura, la vita si interrompe, non va avanti. Per cui ben vengano momenti come questi, ben vengano le celebrazioni che ci uniscono, ben venga la preghiera che ci tiene insieme e ci fa sentire popolo. Brutto sarebbe sentirci di nessuno. Noi siamo di Dio, della Chiesa, dell’altare, noi siamo qua attorno. Io mi auguro di poter trovare sempre con chi collabora con me, in oratorio le opportunità migliori per creare vie che favoriscano la comunità, la condivisione, la comunione. Giochiamo tutti dalla stessa parte, e in tal senso ridico che l’oratorio è sempre aperto. Cerchiamo di tenerlo sempre bello, ordinato, pulito. Prendiamocene cura. Questa è una mia fissazione, un ambiente o ci lavori dentro e ti appassioni o altrimenti resta come un albergo o un luogo dove tu vai a fruire di un servizio e poi te ne vai. Questa è un po’ casa di tutti. Ma lo sappiamo in realtà, perché l’oratorio a Leno lo si vede che gli si vuole bene. Lo si vede che c’è stima, si vede perché nel corso degli anni, chi ci ha preceduto e ha predisposto quello che ora stiam vedendo, ha fatto in modo che questo rispondesse al bisogno della comunità.

E lo dico non perché siamo bravi noi che siamo qua adesso o il gruppo che sta organizzando, ma perché sono convinto che Leno sia così, che all’oratorio ci si vuole bene. E un oratorio come il nostro non so da quante parti si possa trovare, con tutto quello che ha. Tutto questo sarebbe nulla se mancasse la cosa più importante e che si trova sotto il portico. È la chiesetta. Per cui vi suggerisco questo: ogni volta che veniamo qui dentro per andare al catechismo, per giocare a pallone, per andare a berci qualcosa, per andare al parco giochi, per andare in tutti i luoghi qui dentro, fate una cosa prima. Sotto il portico c’è l’unica porta che è sempre aperta, ventiquattro ore su ventiquattro, che è quella della chiesetta. Entrate un attimo, fate una visita, salutate il Signore, e poi fate quello che dovete fare. Se facciamo tutti così, allora non perdiamo il senso di questo posto. Perché se non fosse così potremo andare all’ippodromo o da altre parti, ma questo è diverso.

Sentiamoci tutti responsabili, a partire dall’entrare in quella porta, in quella chiesa.

Ripeto, è l’unica porta che non è mai chiusa ventiquattro su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni l’anno. Ci sarà un motivo? Certo, perché si deve andar lì. O noi andiamo lì o questi momenti saranno belli, importanti, creeranno anche condivisione, ma manca l’autore della vita. Perché il nostro amore per quanto possa essere forte, prima o poi finisce. Quello di Dio non finisce ed è a Lui che dobbiamo andare per alimentarci e per far sì che il nostro amore si rigeneri costantemente, diventi sempre nuovo ogni volta, ogni giorno.

Per cui io vi auguro di vivere questo posto, l’oratorio al quale siamo legati, passando da quella porta. Quello è il primo passo, tutto resto viene dopo.

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