A cuore aperto… come il Padre di famiglia

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Al termine dell’anno giubilare della misericordia, desidero rivolgere alle nostre tre comunità alcune esortazioni come di un padre di famiglia che apre il proprio cuore ai figli per coinvolgerli in un cammino di vita famigliare più intenso, più vero, più ricco, più fraterno, più gioioso e nello stile autentico di vita cristiana! Io stesso, insieme con i confratelli sacerdoti e con le suore, mi sento bisognoso di sottolineare per la mia e la nostra vita ciò che trovate di seguito. Desidero innanzitutto che sappiate che vi voglio bene! Amo tutti nel Signore e mi sento veramente in famiglia con voi. Sento una profonda pace e una vera gioia nel cuore e mi sembra che, anche per questo, le forze fisiche corrispondano bene ad un lavoro pastorale molto intenso.

La fraternità e l’amicizia sacerdotali con don Davide, don Alberto, don Renato, don Riccardo, don Ciro (e prima don Domenico) e con le Suore Maria Pia, Graziella e Lidia sono certo il primo vero supporto della gioia e della pace interiore, che il Signore mi concede. Per questo li voglio ringraziare con immenso affetto. Ma, da qui, promana un affetto sincero, un amore pastorale e un profondo senso di gratitudine per tutti. La vivacità e schiettezza dei rapporti; la disponibilità al servizio nei diversi ambiti della vita parrocchiale; il dialogo e lo scambio sincero; la correzione fraterna offerta e ricevuta; il sostegno reciproco nei momenti difficili; la generosità nell’aiuto scambievole; l’amore e la cura delle strutture pastorali; il riconoscimento per l’impegno nella formazione cristiana dei giovani e degli adulti; la carità esercitata su vari fronti; la preghiera liturgica, soprattutto l’eucaristia domenicale, condivisa; la Parola di Dio accolta e meditata; il legame con ciò che del passato costituisce un vero tesoro di fede… e tanti altri motivi ancora, che potrebbero allungare di molto questo elenco, sono autentici e significativi motivi di soddisfazione pastorale e mi fanno sentire un “padre fortunato” in questa famiglia dei figli di Dio, costituita dalle nostre tre comunità di Leno, Milzanello e Porzano. Pur tuttavia un padre non può accontentarsi di ciò che la sua famiglia vive, se sa che può fare meglio e dare di più. E ciò non per aggiungere soddisfazione a soddisfazione, ma perché la famiglia nei suoi membri e come comunità possa esprimere tutta la sua potenzialità e trovare vera e autentica realizzazione, per non trascinarsi stancamente, ma vivere con autentica vivacità e gioia cristiane, che suscitano il riconoscimento della presenza del vero Padre, Dio, che conduce al bene la nostra vita: da qui nasce la lode vera, il grazie cordiale e l’autentica preghiera di intercessione. E così si realizza in pienezza la missionarietà.

Sacerdoti don Ciro Panigara, mons Giovanni Palamini, don Davide Colombi, don Renato Loda

Ecco perché mi permetto di aggiungere alcune sollecitazioni, che diano fondamento autentico a quello che già viviamo. Anche queste sono segno di un amore vero e sincero che porto per ciascuno di voi, per ogni famiglia, per tutte le comunità; e per tutti desidero e chiedo al Signore la pace, la gioia. Tutto ciò è certo dono di Dio, ma impegna anche ciascuno di noi. Per questo chiedo attenzione alle sottolineature che ora vi propongo.

Credo che non possiamo più trattenerci dall’impegno continuamente sollecitato dal Papa Francesco e dal nostro Vescovo di ospitare una o più famiglie di profughi. Più volte ho richiamato l’attenzione delle nostre tre comunità su questo gesto, ma ancora non ho trovato risposta. L’amore cristiano non può essere solo celebrato o proclamato; va vissuto con gesti e opere. So che questo gesto chiede di compromettersi, ma sappiate che il Signore non vi lascerà senza ricompensa: “ero forestiero e mi avete ospitato… entra nella gioia del tuo Signore”. Per un cristiano non si tratta di scelta politica (forse carente circa le modalità proposte nell’ospitalità data ai profughi), ma di autentica carità. Faccio appello a quanti hanno appartamenti sfitti a rendersi disponibili a questo gesto di carità, sapendo che, oltre a ricevere un regolare affitto, non hanno nessuna responsabilità nei confronti delle persone ospitate.

Sempre sul tema della carità, desidero sollecitare quei cammini di riconciliazione, proposti all’inizio dell’anno giubilare della misericordia, perché, purtroppo, anche nelle nostre comunità sono troppi i rancori tra i cristiani o dei cristiani. Come possiamo coniugare la partecipazione all’eucaristia domenicale con la chiusura nei confronti di fratelli, genitori, gli, amici… per quante ragioni dal punto di vista umano possano esserci? Per un cristiano non c’è giustificazione all’odio, al rancore, alla vendetta, alla chiusura verso l’altro. Questo atteggiamento offende Dio, perché colui che tu non ami è suo figlio, tuo fratello, parte della tua e sua famiglia: il Padre è ferito nel suo amore quando i propri figli non vanno d’accordo. É allora necessario partire dalla preghiera di intercessione rivolta al Padre per il fratello con cui viviamo tensioni, discordie, rancori… Se è necessario, si può domandare aiuto agli amici, a persone di cui si ha fiducia, ai sacerdoti, alle suore…

Ancora nel percorso di carità, desidero sottolineare il pericolo della mormorazione, del giudizio, quando non addirittura della calunnia e della condanna. È vero, il male va riconosciuto e smascherato, chi sbaglia è giusto che paghi. Ma, innanzitutto, occorre essere certi del male che si vuol denunciare, bisogna denunciarlo nelle sedi opportune, senza la preoccupazione – spesso deleteria e volta a ottenere successo e notorietà personale – di suscitare clamore, perché non è questo che ripara il male e ottiene giustizia; anzi, il clamore amplifica lo scandalo e l’emulazione, suscitando altro male. Di fronte alla persona che sbaglia, il cristiano si mette in atteggiamento di “correzione fraterna”: spinto da amore per il fratello e per la comunità, per il bene e la verità, accosta colui che è nell’errore e, con discrezione, pazienza e carità cerca di illuminarlo e distoglierlo dall’errore. Ciò richiede spesso un cammino paziente e lungo. Se non si ottiene il risultato o non ci si ritiene capaci, si chiede l’aiuto della comunità, nella persona dei sacerdoti, suore o persone cristiane mature, ritenute capaci di tale compito. Ciò che importa è il desiderio di “salvare” la persona, per lasciarle l’opportunità di riabilitarsi.

E ora, pur se la carità mostra l’operosità della fede ed è il modo per manifestarla e testimoniarla, se non è ben fondata su una fede autenticamente cristiana, rischia di essere solo filantropia e di durare tanto quanto l’altro merita il mio aiuto, sa gratificarmi o corrisponde alle mie attenzione; o comunque corre il pericolo di essere esercitata senza gioia, senza trasporto e, quindi, non produrre una vera comunione tra uomini, incamminati verso un autentico termine di salvezza. Per questo il cristiano non può vivere in modo autentico la carità, sganciato dalla comunità che celebra la Fonte stessa della carità: Gesù Cristo, dono del Padre, incarnato, morto e risorto per amore nostro, un amore che ha effuso in noi per mezzo dello Spirito Santo. Ecco perché dobbiamo imparare a vivere sempre, meglio e con crescente gioia l’eucaristia domenicale. È qui che ognuno di noi, attingendo alla Parola, al Pane eucaristico e alla fede-carità dei fratelli celebra e impara la vita dalla Vita stessa: Gesù, il dono d’amore del Padre. Nella casa della comunità ci riconosciamo fratelli, siamo chiamati per nome da Gesù e attesi dal Padre, siamo formati al vero amore cristiano, che ci è richiesto nel vivere quotidiano. É la Chiesa che ci raduna e celebra, ma è il Padre che ci convoca. Non rispondere significa non riconoscere la portata e il valore del nostro essere figli di Dio nel Figlio Gesù; significa rifiutare la modalità scelta da Dio per costituirci figli suoi: non individui, amati e salvati singolarmente, ma gli partecipi di un amore famigliare, quello stesso della Trinità. In definitiva, significa negare la nostra figliolanza divina, perché solo così si può essere cristiani, “di Cristo”, conquistati come figli per il Padre attraverso il sangue versato da Gesù: il suo patire sulla croce e il suo sangue versato è il travaglio e il dolore del parto, che ci ha generati come figli, membri della grande famiglia dei figli di Dio. Non c’è altro modo per essere cristiani.

don Davide Colombi, mons Giovanni Palamini

Certo, qualcuno potrebbe dire che la liturgia domenicale non sempre è gioiosa, ben preparata; non esprime sempre in pienezza l’incontro tra fratelli; non sempre la predicazione è fresca; non sempre il canto è adatto… Tutto questo è vero! Eppure, chi vi giunge con fede e col desiderio di incontrare il Signore insieme con i fratelli, per condividere la fede e l’amore, il Pane e la Parola, che è Gesù, oltre a sentirsi pienamente immerso nel mistero d’amore che celebra e riconoscere negli altri dei fratelli, contribuisce all’accrescimento della grazia e della fede di tutta la comunità e ne esce irrobustito, rasserenato, pronto a vivere in pienezza la vita di ogni giorno come dono ricevuto e da donare: così come è il mistero che ha appena celebrato.

Chi partecipa così prende coscienza che per rendere più gioiosa, vivace e vera l’eucaristia domenicale è necessario anche il suo contributo di fede, il suo impegno di partecipazione attiva in assemblea, condividendo il canto, la preghiera, il dialogo col celebrante o con gli altri ministeri, l’ascolto, il silenzio, la comunione (sacramentale per quanto possibile, oppure spirituale), la condivisione della propria carità (elemosina per i bisogni della comunità, per i poveri; lo scambio della pace). Più si partecipa in pienezza alla celebrazione, più ci si sente coinvolti e nasce pian piano anche la disponibilità a vivere, secondo le proprie capacità e possibilità, i diversi ministeri: animazione del canto, proclamazione della Parola di Dio, servizio all’altare, animazione liturgica, decoro e pulizia della chiesa… Quando uno si sente così partecipe della celebrazione, vive in modo più pieno la sua appartenenza alla comunità e sente il desiderio di ritornare ogni domenica a condividere l’incontro con il Signore: è il punto di arrivo e di partenza della sua vita ordinaria, resa straordinaria da questo incontro settimanale.

Un’ultima indicazione che mi preme dare per questo anno pastorale riguarda l’ICFR, il Cammino di fede di genitori e gli per l’iniziazione cristiana. Penso che i genitori quando chiedono il battesimo e poi la cresima e la prima comunione per i propri figli, intendano veramente iniziarli alla vita cristiana. Per questo sono coscienti che non basta l’impegno della parrocchia, che è, invece, marginale rispetto a ciò che può fare loro famiglia. É qui, infatti, che i figli imparano a conoscere Gesù e il suo amore; è qui che respirano il clima di fede e assaporano il “primo latte spirituale”; è qui che imparano la vita cristiana, come un intreccio di relazioni di amicizia e amore sincero, che conducono al loro Centro: Gesù; è qui che riconoscono di appartenere ad una più grande famiglia, che ha Dio come vero Padre e lo Spirito Santo come vero propulsore dell’amore che anima tutte le nostre relazioni. Se la famiglia non svolge questo ruolo a ben poco vale l’impegno di catechesi della parrocchia. É per questo che anche ai genitori è richiesto un cammino (purtroppo ancora minimale) che li aiuti a riappropriarsi o a rafforzare la vita di fede, affinché possano meglio prendere coscienza che ciò che conta per sé e per i loro figli non è tanto arrivare a celebrare i sacramenti, per potersi liberare di un peso, quanto piuttosto incamminarsi in quell’avventura che è la vita cristiana, che trova il suo sostentamento nei sacramenti e nella Parola che Gesù ha affidato alla Chiesa e nella comunione di carità vissuta al suo interno. Se non c’è un concreto accompagnamento dei genitori, che è innanzitutto testimonianza di vita cristiana, non potrà crescere nei figli una autentica maturità di fede. Accompagnare, non significa, però, “portare e depositare per poi riprendere” il figlio “a” e “da” catechismo, Messa o altri momenti di vita ecclesiale. Accompagnare significa dire ai propri figli: “andiamo insieme”, “partecipiamo insieme”, “vengo anch’io con te”, “anch’io vado alla formazione… alla Messa…”, perché la vita di fede non è un dato acquisito, ma cresce sempre.

Penso che tutti i genitori dell’ICFR abbiano ricevuto e letto la lettera che il Vescovo ha scritto per loro. Tra le altre cose, egli dice così: “È urgente che la famiglia stessa diventi protagonista attiva della vita della comunità cristiana; che essa diventi creatrice e attrice di comportamenti che arricchiscano la vita della comunità e la facciano crescere e maturare… Senza i genitori la trasmissione della vita di fede non può verificarsi efficacemente… La preghiera e la fede vanno insieme… Tocca ai genitori insegnare il segno di croce e le preghiere, facendo cogliere come la preghiera attraversa tutta la giornata del cristiano, perché il tempo ci viene da Dio e ritorna a Dio… Il modo in cui una famiglia vive la domenica è decisivo per la trasmissione della fede… Per noi cristiani la domenica è il giorno in cui siamo convocati dal Signore, insieme ascoltiamo la sua parola, partecipiamo al banchetto eucaristico che fa di noi tutti l’unico corpo di Cristo. É il giorno della comunità… il giorno della famiglia… La società secolarizzata tende istintivamente a secolarizzare anche le domeniche e le feste e cioè a trasformarle in celebrazioni che non hanno riferimento a Dio, ma alla natura o alla società (es. Natale=festa dell’inverno; Epifania=festa dei doni; Pasqua=festa della primavera)… Tocca soprattutto alla famiglia fare sì che questo scivolamento di significato non si verifichi…” Ma per questo occorre conoscere bene il significato delle feste cristiane per la vita della famiglia e della comunità. Ecco anche perché i genitori sono invitati a non sospendere mai il cammino di formazione nella vita di fede. L’invito, perciò, ad accogliere come offerta positiva ciò che offre il cammino di ICFR e le altre proposte di formazione della comunità; e, là dove è indicato e possibile invitino e portino con sé anche i loro figli piccoli e grandi.

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QUESTE RIFLESSIONI SONO STATE CONDIVISE E APPROVATE ALL’UNANIMITÁ DAL CONSIGLIO PASTORALE PARROCCHIALE NELL’INCONTRO DI LUNEDÍ 21 NOVEMBRE CON LA DECISIONE dI RENDERLE NOTE ATTRAVERSO “LA BADIA”.
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