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Quando parliamo di poesia il significato di spiegare assomiglia più al mestiere del vento con le vele, che non a quello del docente-automa a lezione. Non si tratta soltanto di vivisezionare la lirica in metrica, poetica e retorica, imbustando ogni cosa in apposite categorie stagne; e nemmeno di inventare astruse narrazioni, chiamandole poi interpretazioni personali – corre infatti una gran differenza fra personale e arbitrario.

È (anche) far intendere quali oceani e tempeste siano incastrati fra le maglie dei versi, e almeno per un’ora far sentire gli astanti parte del viaggio, anzichè intrappolati sulla sponda di un secolo opposto e inconciliabile.

La scelta di un preciso numero di termini, oltre che un fatto di efficacia retorica – sarebbero suonati strani titoli come 39parole o Settantatrévirgoladuerighe – è soprattutto un voluto invito alla concisione: sono brevi squarci di pensiero, non privi di una certa poesia, che non vogliono spiegare o insegnare; sono provocazioni, immagini, concetti liberi che hanno per sottointesa una domanda soltanto: “e tu, cosa ne pensi?”

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