Riflettere sulla vita delle nostre famiglie

Così come sono e così come si trovano

(di Papa Francesco, sintesi del discorso al Convegno Ecclesiale 2016 della Diocesi di Roma)

Vorrei oggi recuperare insieme a voi alcune idee emerse durante il cammino sinodale, che ci possono aiutare a comprendere meglio lo spirito che si riflette nell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia. Questa presentazione di alcune idee/tensioni chiave mi piacerebbe farla con tre immagini bibliche che ci permettono di prendere contatto con il passaggio dello Spirito nel discernimento dei Padri Sinodali.

Il roveto ardente.

“Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo” (Es 3,5).

Questo fu l’invito di Dio a Mosè davanti al roveto ardente. Il terreno da attraversare, i temi da affrontare nel Sinodo, avavano bisogno di un determinato atteggiamento. Non si trattava di analizzare un argomento qualsiasi; avevamo davanti i volti concreti di tante famiglie […]. Ognuno di noi ha avuto una esperienza di famiglia. In alcuni casi sgorga il rendimento di grazie con maggior facilità che in altri, ma tutti abbiamo avuto questa esperienza. In quel contesto, Dio ci è venuto incontro. La sua Parola è venuta a noi non come una sequenza di tesi astratte, ma come una compagna di viaggio che ci ha sostenuto in mezzo al dolore, ci ha animato nella festa e ci ha sempre indicato la meta del cammino. Questo ci ricorda che le nostre famiglie, le famiglie nelle nostre parrocchie con i loro volti, le loro storie, con tutte le loro complicazioni non sono un problema, sono un opportunità che Dio ci mette davanti. Opportunità che ci sfida a suscitare una creatività missionaria capace di abbracciare tutte le situazioni concrete, nel nostro caso, delle famiglie romane […]. Questo incontro ci sfida a non dare niente e nessuno per perduto, ma a cercare, a rinnovare la speranza di sapere che Dio continua ad agire all’interno delle nostre famiglie. Ci sfida a non abbandonare nessuno perché non è all’altezza di quanto si chiede da lui. E questo ci spinge ad uscire dalle dichiarazioni di principio per addentrarci nel cuore palpitante dei quartieri romani, metterci a plasmare in questa realtà il sogno di Dio, cosa che possono fare solo le persone di fede, quelle che non chiudono il passaggio all’azione dello Spirito, e che si sporcano le mani. Riflettere sulla vita delle nostre famiglie così come sono e così come si trovano, ci chiede di toglierci le scarpe per scoprire la presenza di Dio. Questa è una prima immagine biblica. Andare: c’è Dio, lì. Dio che anima, dio che vice, Dio che è crocifisso… ma è Dio.

Campofamiglie Telfes 2014 - 26 di 69

La preghiera del fariseo.

La seconda immagine biblica è quella del fariseo, quando pregando diceva al Signore:

“O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti adulteri, e nemmeno come questo pubblicano” (Lc 18,11).

Una delle tentazioni alla quali siamo continuamente esposti è avere una logica separatista. Per difenderci, crediamo di guadagnare in identità e sicurezza ogni volta che ci differenziamo o ci isoliamo dagli altri, specialmente da quelli che stanno vivendo in una situazione diversa. Ma l’identità non si fa nella separazione: si fa nell’appartenenza. La mia appartenenza al Signore: questa mi dà identità. Non lo staccarmi dagli altri perché non mi “contagino”. Considero necessario fare un pass importante: non possiamo analizzare, riflettere, e ancor meno pregare sulla realtà come se noi fossimo su sponde o sentieri diversi, come se fossimo fuori dalla storia. Tutti abbiamo bisogno di convertirci, tutti abbiamo bisogno di porci davanti al Signore e rinnovare ogni volta l’alleanza con Lui e dire insieme al pubblicano: Dio mio abbi pietà di me che sono un peccatore! Con questo punto di partenza rimaniamo inclusi nella stessa “parte”, e ci poniamo davanti al Signore con atteggiamento di umiltà e di ascolto. Giustamente, guardare le nostre famiglie con la delicatezza con cui le guarda Dio ci aiuta a porre le nostre coscienze nella stessa direzione. L’accento poto sulla misericordia ci mette di fronte alla realtà in modo realistico, non però con un realismo quasiasi, ma con il realismo di Dio […]. Il realismo evangelico si sporca le mani perché sa che “grano e zizzania” crescono assieme, e il miglior grano – in questa vita – sarà sempre mescolato con un po’ di zizzania.

Campofamiglie S. Vito di Cadore 2011 - 57 di 58

Essere profeti.

La terza immagine biblica è tratta dal libro di Gioele:

“Gli anziani faranno sogni profetici, i giovani avranno visioni” (Gl 3,1).

Con questa terza immagine vorrei sottolineare l’importanza che i Padri sinodali hanno dato al valore della testimonianza come luogo in cui si può trovare il sogno di Dio e la vita degli uomini. In questa profezia contempliamo una realtà inderogabile: nei sogni dei nostri anziani molte volte risiede la possibilità che i nostri giovani abbiano nuove visioni, abbiano nuovamente un futuro – penso ai giovani di Roma, delle periferie di Roma –, abbiano un domani, abbiano una speranza. […] Come società, abbiamo privato della loro voce i nostri anziani – questo è un peccato sociale attuale! –, li abbiamo privati del loro spazio; li abbiamo privati dell’opportunità di raccontarci la loro vita, le loro storie, le loro esperienze. Li abbiamo accantonati e così abbiamo perduto la ricchezza della loro saggezza. Scartandoli, scartiamo la possibilità di prendere contatto con il segreto che ha permesso loro di andare avanti. Ci siamo privati della testimonianza di coniugi che non solo hanno perseverato nel tempo, ma che conservano nel loro cuore la gratitudine per tutto ciò che hanno vissuto. Questa mancanza di modelli, di testimonianze, questa mancanza di nonni, di padri capaci di narrare sogni non permette alle giovani generazioni di “avere visioni”. E rimangono fermi. Non permette loro di fare progetti, dal momento che il futuro genera insicurezza, sfiducia, paura. Solo la testimonianza dei nostri genitori, vedere che è stato possibile lottare per qualcosa che valeva la pena, li aiuterà ad alzare lo sguardo. Come pretendiamo che i giovani vivano la sfida della famiglia, del matrimonio come un dono, se continuamente sentono dire da noi che è un peso? Se vogliamo “visioni”, lasciamo che i nostri nonni ci raccontino, che condividano i loro sogni, perché possiamo avere profezie del domani.

Campofamiglie S. Vito di Cadore 2011 - 19 di 58

Le tre immagini che vi ho presentato ci ricordano come «la fede non ci toglie dal mondo, ma ci inserisce più profondamente in esso» (AL, 181). Non come quei perfetti e immacolati che credono di sapere tutto, ma come persone che hanno conosciuto l’amore che Dio ha per noi. E in tale fiducia, con tale certezza, con molta umiltà e rispetto, vogliamo avvicinarci a tutti i nostri fratelli per vivere la gioia dell’amore nella famiglia. Con tale fiducia rinunciamo ai “recinti” «che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza» (AL, 308). Questo ci impone di sviluppare una pastorale familiare capace di accogliere, accompagnare, discernere e integrare. Una pastorale che permetta e renda possibile l’impalcatura adatta perché la vita a noi affidata trovi il sostegno di cui ha bisogno per svilupparsi secondo il sogno – permettetemi il riduzionismo – secondo il sogno del “più anziano”: secondo il sogno di Dio.

A cura di don Ciro


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