Per essere cristiani: senso di appartenenza alla Chiesa e compartecipi della sua Missione

Negli ultimi due incontri dei Consigli pastorali delle parrocchie di Leno, Milzanello e Porzano abbiamo riflettuto sui verbi che il Papa Francesco ci indica come stile della Chiesa missionaria “in uscita” per impostare il progetto parrocchiale del prossimo anno pastorale. Da questa riflessione sono emerse alcune interessanti indicazioni, che si trovano nella sintesi pubblicata su questo numero de “La Badia”. Io desidero sottolineare due aspetti, che ritengo fondamentali per far crescere la nostra comunità nella direzione della missionarietà, dimensione essenziale della Chiesa di Gesù. Fondamentale è il senso di appartenenza alla Chiesa, che ciascuno di noi esprime innanzitutto attraverso la condivisione del cammino della parrocchia cui appartiene.

Occorre prendere coscienza che nessuno è cristiano se non grazie alla Chiesa, che l’ha rigenerato alla vita nuova di figlio di Dio attraverso l’acqua del Battesimo e alimenta la fede attraverso i sacramenti, la parola di Dio, la preghiera e l’esercizio della carità. La parrocchia “è la Chiesa di Cristo in mezzo alle case degli uomini” è “come la fontana del villaggio” a cui si attinge l’acqua per vivere. Non è, dunque, possibile vivere la vita cristiana, senza un continuo riferimento alla Chiesa, non solo per ricevere, ma soprattutto per imparare a donare: perché questa è la vita del cristiano, che vuole assumere la forma di Cristo, il quale “svuotò se stesso assumendo la condizione di uomo e donando la propria vita per gli uomini”. Allora, vivere l’appartenenza alla comunità cristiana vuol dire riconoscere in essa la sorgente della propria vita cristiana, l’alimento per viverla, il senso profondo di gratitudine e l’impegno a vivere la corresponsabilità della sua missione, lasciandoci coinvolgere pienamente, secondo i doni ricevuti dallo Spirito e le possibilità umane che abbiamo, impegnandoci a far crescere i più giovani in questa sensibilità.

Nella sua lettera ai presbiteri bresciani sulla carità pastorale il Vescovo Luciano afferma: “Bisogna amare la Chiesa, soffrire delle sue insufficienze, sognare e inventare le scelte che la fanno crescere”. La vita del cristiano, tanto più se partecipa alla Messa, “non può andare insieme con una critica programmatica e distruttiva della Chiesa. La critica ci può essere, naturalmente, ma non dobbiamo barare al gioco: deve essere una critica che nasce dall’amore e ciascuno dì noi deve essere sincero con se stesso; deve verificare se la sua critica nasce davvero dall’amore o ha altre radici di risentimento, di vanità, di orgoglio”. Dunque, la scelta di essere cristiano, va fatta ogni giorno e non può che fuggire quell’individualismo imperante, che oggi ci separa gli uni dagli altri, perché il cristiano è tale solo se si sente parte di un popolo, la Chiesa, che lo fa incontrare con Colui di cui porta il nome: Cristo. In secondo luogo, se la Chiesa è missionaria, il cristiano che ne sente l’appartenenza non può che sentirsi partecipe della sua missione e la sua vita deve diventare missionaria: egli si sente un mandato a vivere la propria vita come “sacramento di Cristo”: segno efficace e strumento della presenza salvante di Gesù. Ogni attimo della vita del cristiano deve essere manifestazione di questa sua identità e riconoscimento della stessa identità-dignità dell’altro, per cui è manifestazione di Cristo per gli altri e riconosce la manifestazione di Cristo negli altri.

Tutta la vita del singolo cristiano e della comunità ecclesiale deve essere una manifestazione e un annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, che così viene reso presente e attualizzante la salvezza nell’oggi della storia dell’uomo. Ecco perché dobbiamo imparare sempre più la coerenza di vita: non è sufficiente celebrare, se poi non viviamo ciò che celebriamo; non è sufficiente ascoltare la parola di Dio, se poi non la mettiamo in pratica; non è sufficiente dichiarare l’amore cristiano, l’accoglienza dei peccatori e degli stranieri, il perdono, la solidarietà… se poi, quando tocca a noi esercitare queste opere, troviamo tutte le scuse, magari umanamente plausibili, per non mettere in atto ciò che diciamo di avere ascoltato con fede. Grazie a Dio, nella nostra comunità ci sono molti segni che testimoniano il vissuto di un amore celebrato, ma c’è ancora strada da fare insieme per recuperare in pienezza la coerenza di vita cristiana. Accogliamo, allora, l’invito di Papa Francesco e del nostro Vescovo Luciano, e prendiamoci per mano per essere Chiesa “in uscita”: usciamo dal nostro individualismo, dal nostro egoismo, dalla nostra indifferenza, dalla nostra superficialità per essere “vangelo vivo”, che annuncia la gioia personale e comunitaria dell’incontro con Cristo.

Monsignor Giovanni


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