Abbazia Benedettina

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Abbazia benedettina
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Fin dalla fondazione il monastero di Leno fu chiamato ad Leones, appellativo che secondo la tradizione deriverebbe da un sogno di re Desiderio. Narra infatti la leggenda che l’allora duca longobardo, stanco dopo una faticosa caccia in una zona paludosa nei pressi di Leno, si addormentasse. Una serpe, sbucata dal nulla, gli strisciò accanto e andò ad attorcigliarglisi attorno al capo. Il valletto che scortava il duca non lo svegliò temendo che, se lo avesse fatto, il duca si sarebbe agitato e la bestia avrebbe potuto morderlo; poco dopo la serpe si allontanò. Al risveglio Desiderio raccontò al servo di aver sognato una situazione simile a quella accadutagli realmente. Nel sogno, però, la serpe gli aveva mostrato un luogo particolare; il servitore indicò allora il punto in cui il rettile si era rifugiato. I due iniziarono a scavare in quel punto e rivennero tre leoni d’oro, o marmorei secondo altre fonti.

Da questo episodio deriverebbe l’aggettivo leonense che avrebbe contrassegnato l’abbazia fatta poi erigere in quel luogo da Desiderio, una volta divenuto re.

Secondo Jacopo (o Giacomo) Malvezzi, la fondazione del monastero sarebbe derivata non dal ritrovamento di statue leonine, ma da un sogno, occorso a Desiderio presso Leno durante una battuta di caccia, in cui si presagiva la sua futura incoronazione a re dei Longobardi.

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[av_heading tag=’h3′ padding=’10’ heading=’La storia’ color=” style=” custom_font=” size=” subheading_active=” subheading_size=’15’ custom_class=”][/av_heading]

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L’abbazia benedettina fu costruita per volere di Desiderio nel 758 e, per lungo tempo, fu tra le più importanti dell’alta Italia.
E’ confermato da numerosi documenti che il cenobio lenese si deve alla pietà del re longobardo, che nel territorio di Leno aveva già fatto erigere una chiesetta dedicata al Salvatore, a Maria Santissima e a San Michele, per il quale i longobardi nutrivano particolare devozione.

Desiderio ottenne dal Papa Paolo I e dall’abate Petronace – bresciano a capo dell’abbazia di Montecassino – che una colonia di dodici monaci, sotto la guida di Ermoaldo, fosse mandata a Leno per diffondere la “Regola” benedettina.
Prima di partire per Leno, i frati domandarono e ottennero di portare con sè una reliqua del loro santo fondatore. Così le ossa di un braccio di San Benedetto vennero portate a Leno assieme ai resti dei martiri Marziale e Vitale, che i dodici benedettini avevano avuto dal Papa.
Anzi in quell’occasione, Paolo I consacrò Ermoaldo, primo abate di Leno, e questo singolare privilegio rimase per molto tempo agli abati lenesi.

Le relique dei due santi furono usate per la consacrazione del nuovo monastero, il 10 luglio dell’anno 760, alla cerimonia presenziarono 12 vescovi, re Desiderio, la moglie Ansa e il figlio Adelchi.
L’abbazia ebbe un tale sviluppo che la venuta a Leno dei monaci benettini segna la rinascita cristiana, economica e culturale della Bassa Bresciana, ma il suo dominio si stendeva oltre i confini della provincia. I documenti pervenutici citano tra i possedimenti dell’abbazia di Leno alcuni paesi posti sulla sponda occidentale del lago di Garda e cioè Salò, Maderno e Toscolano.
Si ricordano – soggette all’abate lenese – località in provincia di Cremona, Mantova, Bergamo, Milano, Torino e più oltre nell`Emilia e nella Toscana.

Si sa per certo che l’abbazia disponeva di case a Brescia, Verona e Pavia. E’ opportuno sottolineare l`importanza dei possedimenti che l’abate aveva nella zona di Comacchio, da dove faceva venire il sale, fonte non trascurabile di gettito fiscale e preziosissima materia di scambio. In Toscana, l’abate esercitava il dominio sulla zona di Pontremoli dove controllava una importante via di transito, percependone il pedaggio, corrispondente all’attuale passo della Cisa. Inoltre l’abbazia aveva possedimenti sparsi un pò dovunque, perchè molti di coloro che si facevano frati cedevano le loro terre all’abate.
Le numerose donazioni a favore del cenobio lenese permisero all’abate di estendere la propria giurisdizione su un ingente patrimonio fondiario.

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Per i privilegi concessi da imperatori, re e papi, il territorio del monastero divenne esente dalla riscossione delle imposte e non soggetto ai tribunali regi. Anzi, nel periodo di maggior splendore dell’abbazia, l’abate esercitava lui stesso atti sovrani, come l’amministrazione della bassa giustizia, che si interessava delle cause minori e comportava solo pene pecuniarie. Altro diritto esercitato dall’abate, fin dalla fondazione del monastero, era la riscossione delle cime: l’abate chiedeva solitamente una parte di tutto ciò che si produceva entro i confini dell’abbazia.
Per tutelare i possedimenti dell’abbazia, l’abate dovette istituire una propria milizia; ad essa, ad esempio, fu affidata la difesa della nostra zona durante le incursioni degli Ungari.

E` questo il periodo di maggior splendore del monastero di Leno: vengono avviati importanti lavori di bonifica, aperti ospizi per l’assistenza dei coloni e dei viandanti, costruite nuove chiese.
Nel cenobio operava un fiorente centro scrittoio, come testimonia un documento dell’800 ca. conservato nella Biblioteca Antoniana di Padova e da molti studiosi attribuito ad un monaco lenese.
Lo splendore dell’Abbazia lenese cominciò a declinare ben presto: ed i primi ad approfittarne furono alcuni signorotti, che a più riprese assalirono e saccheggiarono territori dell’abate; anzi un tale Raimondo s’impadronì della stessa abbazia.
A più riprese papi e imperatori interverranno a favore della Badia per contenerne il rapido e progressivo moto di disgregazione.
In particolare vogliamo ricordare l’opera di Papa Gregorio VII.

Con un suo privilegio, il pontefice, oltre a confermare i possessi e i diritti immunitari e giurisdizionali del monastero, riconosce all’abate la facoltà di disporre mercati, di costruire castelli, di istituire nuove chiese e di riscuotere le decime. Confermava poi al cenobio l’esenzione dal vescovo di Brescia e concedeva all’abate il diritto di rivolgersi a qualsiasi vescovo per la consacrazione degli oli sacri e del crisma, per l’ordinazione di nuovi monaci e per la consacrazione delle chiese.
Al vescovo di Brescia veniva negato di celebrare senza il beneplacito dell’abate ,nelle chiese poste entro il territorio abbaziale.
Per questi motivi, vi furono molti contrasti tra i due potenti signori ecclesiastici: il vescovo temeva infatti che intorno alla badia si potesse costituire una diocesi separata da Brescia.

Ad accelerare la rapida decadenza concorse l’incendio dell’abbazia nel 1135. Ricostruita – venne consacrata dal Papa Eugenio III nel 1148- l’abbazia venne di nuovo saccheggiata ed incendiata nel 1158, quando all’epoca della lotta tra i Comuni e il Barbarossa, le truppe imperiali invasero il territorio bresciano non risparmiando Leno.
Non valsero a ridare il perduto splendore all’abbazia la munificenza del Barbarossa, ospite a Leno da dove emanò sentenze per ripagarla della precedente distruzione e farle vincere le annose questioni giurisdizionali con il vescovo di Brescia, né l’opera dell’abate Gonterio, che portò a termine la ricostruzione del complesso abbaziale. Anzi, tanto era diminuito il prestigio dell’abbazia, che agli inizi del XIII secolo (1205) Leno si ribellò e l’abate Onesto lo riconquistò con le armi. Col passar degli anni l’abbazia continuò a perdere l’importanza avuta nel passato.

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L’esteso territorio venne sempre più riducendosi per le continue guerre e scorrerie che si susseguirono e partirono dal XII secolo.
Agli inizi del 1300 gli abati erano in lotta con gli uomini di Leno, che chiedevano all`autorità monastica maggiori autonomie; e un documento, di poco successivo, ci informa che il territorio e gli uomini di Leno sono sottomessi a Brescia, “non opponendosi gli abati”.

L’abate Ottobono conte di Mirabello cercò di risollevare le sorti della Badia ottenendo da Venezia la giurisdizione sulla terra e sugli uomini di Leno, in cambio dell’aiuto fornitole nella lotta contro il Ducato di Milano (anno 1441).
Per l’abbazia era però arrivato il momento della fine ingloriosa. Bartolomeo Averoldi, ultimo abate lenese, cedette l’abbazia in commenda al cardinal Pietro Foscari, in cambio della sede vescovile di Spalato.
Gli abati commendatari non vennero mai ad abitare a Leno, nè cercarono di far rivivere la comunità monastica; lasciarono cadere i chiostri, le case coloniche e perfino la basilica monastica.
San Carlo Borromeo, nella visita da lui compiuta come legato apostolico, nel 1580, dispone che fossero rifatti la cappella maggiore e il soffitto della Chiesa, che fosse dipinta e che venisse livellato il pavimento.
Così per il disinteresse dei Commendatari, la celebre abbazia finì nello squallore più desolante; poiché tutto l’edificio, compresa la chiesa, minacciava di crollare, la Repubblica Veneta autorizzò la famiglia Dossi, che aveva acquistato il monastero e le terre, a demolirlo.
Era l’anno 1783.

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