Grazie don Domenico!

Carissimo don Domenico,
desidero aprire questo articolo, dedicate a te, meditando sul tema del sacerdozio ministeriale, per illuminare il senso profondo della presenza di un sacerdote nella comunità cristiana e, quindi, della tua presenza nella nostra comunità in questi otto anni.

Il sacerdote è ancora “uomo di Dio”. La maggior parte dei nostri cristiani vede ancora nel sacerdote l’ “uomo di Dio”: colui che porta gli uomini a Dio e Dio agli uomini, attraverso il ministero che gli è affidato. E per far questo egli deve essere molto vicino a Dio, ma anche molto vicino agli uomini, senza con questo assecondare in ogni modo idee, mode, comportamenti che, pur moderni, non sono la vera espressione di una umanità tesa all’incontro con Dio. E’ vero che, per farsi accogliere e poter parlare agli uomini, a volte si può arrivare a un minimo di compromesso, ma poi è necessario ritornare e riportare all’essenziale, che non è certo un livellamento ad espressioni di vita che non sono secondo il Vangelo. Per questo il sacerdote ha il dovere sacrosanto di pregare per e con il popolo santo di Dio.
Il sacerdote è servo di una Parola non sua. “Vivere il ministero sacerdotale – dice il nostro Vescovo Luciano (Lettera ai presbiteri bresciani sulla carità pastorale,10 febbraio 2016, 1.3) – vivere l’annuncio del Vangelo come un atto di amore presuppone anche, necessariamente, che noi consideriamo il Vangelo di Gesù come un valore positivo che contribuisce a dare vita al mondo… Il Vangelo non è una bella parola, capace di produrre sentimenti di consolazione; ma è come una forza divina attraverso la quale Dio stesso opera in mezzo al mondo e alla storia, trasforma il mondo e la storia, opera la salvezza dell’uomo… Il termine “salvezza” relativizza anzitutto ogni fallimento mondano (e ogni successo mondano)… Esso colloca la piena realizzazione dell’esistenza umana nel mistero dell’amore trinitario e quindi dell’amore oblativo. La pienezza dell’uomo sta nel dono che egli quotidianamente fa di se stesso conoscendo con verità, parlando con sincerità, amando con dedizione… e così via”.

La verità e l’efficacia della Parola che il sacerdote annuncia non dipende da lui, sebbene lui abbia il dovere di annunciarla nella sua interezza e usando al meglio le sue capacità espressive e relazionali, ma dalla forza che essa ha in se stessa. E, nemmeno, il sacerdote è chiamato a spettacolarizzare la Parola e a offrirla nella misura e secondo contenuti che non offendano la sensibilità di chi ascolta. Essa va offerta nella sua piena verità e nella sua interezza, senza né aggiungere né togliere nulla. Il sacerdote celebra l’Eucaristia per rendere partecipe il popolo di Dio del Corpo di Cristo e divenire con Gesù “pane spezzato”, “sangue versato”.
Dunque, se il sacerdote celebra l’Eucaristia, ciò significa che ha preso posizione di fronte a questo amore e che è disposto ad esserne plasmato… significa accettare che la sua esistenza diventi esistenza spezzata per essere dono di amore… La verità dell’Eucaristia che il sacerdote celebra è tutta la sua vita nella misura in cui ha assunto la logica dell’amore come motivazione suprema di tutte le scelte (cfr. L. Monari, idem 2.1).
E noi sappiamo che Gesù “ha spezzato” la sua vita per “tutti”, senza far distinzione di persone. Solo, ha amato e ama di un amore privilegiato i più poveri, i più deboli, gli esclusi, coloro, cioè, che l’umanità emargina e a cui non offre opportunità reali di vita. Ma anche questi li ama di un amore liberante, che non costringe a seguirlo o a ricambiarlo, se non dopo avere imparato da Lui la gratuità dell’amore. Ebbene, il sacerdote che celebra l’Eucaristia e impara questo amore deve diventare capace di amare così: nella gratuità più vera, senza legare a sé nessuno e rimandando ogni volta a Gesù la gratitudine e il successo che gli vengono dagli uomini per il suo servizio recato a loro. Il suo amore deve essere, come quello di Gesù, liberante: nessuno deve sentire la necessità di una sottomissione per avere ricevuto benefici materiali o spirituali dal sacerdote e nessun sacerdote deve accettare e, tanto meno, pretendere questo. Il sacerdote non è un benefattore, è un padre; non è un mercenario, è un missionario.

Il sacerdote “sta” con il popolo che gli è affidato e così impara ad amarlo e dimostra il suo amore. Il “darsi” di Gesù per i suoi, anche durante la sua esistenza terrena, è consistito nel “rimanere-stare” con loro. Da quando ha chiamato gli apostoli e i discepoli, Gesù ha vissuto le sue giornate e le sue notti con loro e, stando con loro ha potuto testimoniare il Padre e insegnare la vita di discepolato. Anche Gesù ha annoverato i suoi insuccessi dal punto di vista umano, ma non ha smesso di “stare” con loro. Anche dopo la sua risurrezione il vangelo dice che Gesù, apparendo ai suoi, “stava in mezzo a loro”.
Il sacerdote, figura di Gesù “buon Pastore”, “sta” in mezzo al suo popolo, per imparare a conoscerlo, sostenerlo, incoraggiarlo, ammaestrarlo, cogliere i suoi più veri bisogni, offrire i doni che la Chiesa gli ha messo nelle mani e per farsi conoscere, onde diventare veramente padre e radunare i cristiani come una vera famiglia intorno al Padre Celeste. Se non “sta” con il suo popolo il sacerdote difficilmente potrà amarlo di quell’amore oblativo che ci chiede Gesù. Stando con i suoi fedeli, poi, il sacerdote ha molto da imparare anche da loro, perché ognuno di loro è un dono per la comunità e, dunque, anche per il suo pastore.
Il Sacerdote è parte di un “presbiterio”, intorno al Vescovo. Egli riceve la sua consacrazione e il mandato di Cristo e della Chiesa dalle mani del Vescovo, che lo associa al suo ministero come collaboratore e a lui rimane legato anche per l’obbedienza che promette al suo Vescovo nel giorno dell’ordinazione sacerdotale. Insieme a lui tutti gli altri sacerdoti che costituiscono intorno al Vescovo il “presbiterio” diocesano: il collegio presbiterale di una Chiesa particolare-locale, il cui segno di unità è il Vescovo, che la mette in piena comunione con la Chiesa universale. Così la Diocesi è la Chiesa Cattolica che vive in un territorio e il presbitero che vi appartiene, servendola, sa di servire la Chiesa Univcersale. Ciò comporta che ogni sacerdote, soprattutto il parroco, non può vivere il suo ministero come crede, ma deve sempre tenere come punto di riferimento nelle sue scelte e nelle sue proposte pastorali il Vescovo con il suo presbiterio. Questa comunione deve suscitare nel sacerdote una capacità-volontà relazionale con tutti i sacerdoti e con il Vescovo, sostenuta da un’autentica fraternità, che ha il suo culmine espressivo nella Messa Crismale del Giovedì Santo, nella quale il Vescovo convoca tutto il presbiterio e fa memoria dell’istituzione del sacerdozio ministeriale da parte di Gesù.

Il sacerdote porta con sé la debolezza della sua umanità. L’ordinazione sacerdotale non cambia la natura dell’uomo, anche se dona una “grazia particolare”, come per ogni vocazione-missione, per poter vivere con intensità il suo ministero. Ma la sua natura di uomo rimane pur sempre debole a causa della macchia del peccato originale e, come ogni cristiano, pur se ha ricevuto la grazia santificante, deve ogni giorno affrontare la lotta contro le forze del male. Il sacerdote non è, dunque, esente da tentazioni, cedimenti, crisi di fede, crisi vocazionali… Primo suo dovere è quello di essere preparato ad affrontarle attraverso il nutrimento della Parola e dell’eucaristia, di cui egli si nutre insieme con i fedeli come alimento spirituale; inoltre egli stesso frequenta con assiduità il sacramento della confessione, cerca un sostegno nella guida spirituale e trova momenti particolari per “stare” con Gesù e riposarsi sul suo cuore, onde trovare “ristoro alla propria anima”. Il peso del ministero a volte sembra schiacciare: celebrazioni, catechesi, visite ai malati, confessioni, direzione spirituale, sostegno delle persone e delle famiglie in difficoltà o ferite (separazioni, dipendenze, rancori, discordie…), sostegno alle povertà, aggiornamento, correzioni, ma soprattutto il dovere di fedeltà alla fede cattolica e ai progetti diocesani, che a volte gli chiedono di andare contro corrente e non essere capito e spesso mal giudicato… E dover continuare ad amare ancora, sempre… perdonare ancora, sempre… guidare ancora, sempre… Non bastano allora le forze del sacerdote, occorre che la comunità lo “adotti” come padre e lo sostenga con la sua vicinanza, la collaborazione-corresponsabilità e la preghiera: ecco la parte della comunità cristiana.

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Grazie, don Domenico, per quando sei stato tutto questo per la nostra comunità; grazie per quando hai mostrato impegno e intelligenza pastorale, soprattutto nei confronti delle famiglie; grazie per quando hai esercitato il tuo ministero con amore, senza distinzioni di persone; grazie per quando sei “stato con la comunità”, anche quando gli eventi non erano strettamente legati al tuo settore pastorale; grazie per quando hai saputo riconoscere le tue debolezze e ti sei lasciato aiutare nella correzione. Per il tuo prossimo impegno di parroco di Azzano Mella chiediamo al Signore la grazia di potenziare tutti i doni che ti ha dato, tutti gli aspetti positivi della tua persona, la coerenza di vita nel tuo ministero e la generosità del dono di te alla tua comunità, perché tu possa essere per lei un “padre” che “sta”, che non lesina il tempo, la fatica, il sacrificio… onde poter essere veramente la figura del “buon pastore” che non offre solo qualcosa, ma tutta la propria vita per il gregge.
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Con sincera fraternità,

don Giovanni


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