Dio ha scelto gli stolti per confondere i sapienti

Dio, dice San Paolo, ha scelto gli stolti per confondere i sapienti, ha scelto ciò che è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che è ignobile e disprezzato nel mondo, quello che è nulla, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Chi si vanta si vanti nel Signore. Ecco in breve, chi è il cristiano, è colui che rimanda tutto a Dio, perché di suo sa di non avere niente, perché tutto ciò che ha e tutto ciò che è viene da Dio. La sua vita è dono, la sua intelligenza è dono, la sua forza è dono, la sua volontà è dono. Tutto è dono. Paolo sesto nel suo pensiero alla morte, tra le altre cose diceva concludendo i suoi pensieri e riandando alla vita che ha trascorso su questa terra, tutto è stato dono, tutto è stato grazie, cioè gratuità dell’amore di Dio.

Ecco chi è il povero in spirito: è colui che vive la dimensione della propria vita con questo atteggiamento, con umiltà, sapendo di essere completamente dono, dono di Dio, dono fatto da Dio agli altri. E quando noi pretendiamo di vantarci di ciò che siamo o di ciò che facciamo, spegniamo in noi i don di Dio e quindi spegniamo la nostra appartenenza al regno dei cieli, e impediamo anche agli altri di scrutare nella nostra vita, nella nostra persona, la presenza del regno di Dio. Perché il regno di Dio è Gesù stesso, in quanto noi facciamo parte del regno di Dio perché lui ci ha dato la possibilità di partecipare alla sua stessa figliolanza divina. E allora, ogni volta che noi pretendiamo di essere autori di ciò che compiano, di essere padroni di qualcosa che abbiamo, noi spegniamo il raggio di luce che siamo. E quindi rendiamo più fioca luce del sole che è Gesù, perché noi siamo un raggio di quel sole. Certamente, allora, questa povertà in spirito ci deve aiutare a cogliere la grandezza di quel che siamo, grazie al Dio. Ci deve aiutare a lodare ogni giorno il Signore per il dono che ha fatto di noi, ci deve aiutare a far sì che la nostra vita diventi esplosione di luce e di gioia non solo per noi ma anche per gli altri.

E allora non c’è dolore che tenga, noi sentiamo comunque la gioia di appartenere a Gesù e la consolazione di essere figli del Padre, perché nel dolore, nella sofferenza, lui si rende partecipe del nostro dolore, della nostra sofferenza, quasi fosse anch’essa un dono suo, perché in quella noi possiamo mantenere viva la nostra gioia, la nostra consolazione. Se noi viviamo con questa umiltà e povertà di spirito, allora come Gesù, siamo miti e umili di cuore. Il nostro rapporto con gli altri diventa davvero la dimensione del nostro amore, e quel raggio di luce, mentre tocca la vita degli altri, illumina anche la vita degli altri, la rende più gioiosa, la rende più amorevole, la rende più vivibile, la solleva dal dolore, dalla malattia, dalla sofferenza, dalla povertà materiale, dalla povertà spirituale. Se noi viviamo questa dimensione, ci accorgiamo che in noi c’è una fame, una sete irresistibile, ma non di potere, non di ricchezza, non di sopraffazione dell’altro, ma di giustizia, giustizia che viene da Dio, quella giustizia che è giustificazione di Dio nei nostri confronti, grazie all’amore oblativo di Gesù che si dona a morire in croce per noi. Se viviamo questa dimensione di povertà nello spirito, cogliamo, viviamo la misericordia di Dio che, anche quando noi spegniamo quel raggio di luce che siamo e ritorniamo a lui chiedendogli di riaccenderla, di togliere il buio della morte del peccato che c’è in noi, Egli ci ridona questa possibilità, ci riaccende. E così a nostra volta possiamo riaccendere i fratelli, comunicare questa misericordia, che è luce di Dio nei confronti dei fratelli. Se siamo poveri in spirito, allora siamo puri di cuore, perché quella luce che viene da Gesù e ci attraversa ci aiuta a guardare con lo stesso occhio di Gesù, e ci aiuta a guardare gli altri con benevolenza, senza malizia, volendo scrutare tutto il bene che c’è nella società, nel mondo, nelle persone, per far emergere quel bene. Perché più quel bene emerge, più il male viene soffocato ed eliminato.

E ancora noi se siamo poveri in spirito diventiamo operatori di pace perché dentro di noi portiamo la pace che è dono di Dio offerto all’uomo, e operiamo la pace in quanto la offriamo come dono che viene dal Signore, perché sappiamo bene di essere incapaci a costruire la pace. Solo Dio costruisce la pace. Noi la accogliamo come dono dal Signore. Ma quando abbiamo questa pace dentro di noi, che è Dio che ci abita, siamo capaci di rendere partecipi anche gli altri di questo dono, e allora non abbiamo paura di niente, di nessuna persecuzione né fisica, né spirituale. Non abbiamo paura che il mondo ci emargini, o soffochi la nostra voce, perché questa voce che porta la parola di Dio sa benissimo che la parola non è incarcerata, non la si può incarcerare. Si potrà uccidere chi porta questa parola, ma ci sarà qualcun altro che continuerà a portarla. E l’esperienza di questi duemila anni della chiesa che ce lo dice, mai nessuno è riuscito a spegnere in modo pieno la parola del Signore, perché sempre qualche discepolo del Signore, è giunto là dove la parola ha poi preso forma nei cristiani che nascevano magari grazie al sangue versato dai martiri. Chi crede di far tacere Dio facendo tacere suoi figli, i discepoli di Gesù, compie in fondo il contrario, perché il seme della sofferenza spirituale, oltre che fisica, il seme del sangue versato fa nascere altri cristiani che prendono in mano il testimone e continuano con l’opera dello spirito ad annunciare il Vangelo. Anche questo dev’essere l’opera delle famiglie cristiane, insegnare ai figli l’umiltà, la povertà in spirito, il riconoscere che se siamo ricchi è solo perché Dio abita in noi, e Lui riempie la nostra vita. Se invece pretendiamo di esserlo perché noi ci facciamo ricchi, anche di ricchezza spirituale, se pensiamo di poterla costruire noi questa ricchezza spirituale, con le nostre opere buone, col nostro impegno, e non lasciamo spazio allo spirito in noi, non possiamo, siamo dei superbi, anche spiritualmente parlando, siamo orgogliosi di un orgoglio spirituale che in fondo ci impedisce di crescere. Insegniamo i nostri giovani tutto quel che siamo, tutto quel che abbiamo è dono di Dio.

Noi dobbiamo essere allora più trasparenti possibile. Se uno ci dice grazie per un gesto buono compiuto, dovremmo dire “dillo a Dio grazie, perché ciò che ho compiuto l’ho compiuto perché lo Spirito abita in me, ed è dono di grazia in me”. Se io posseggo di più degli altri e possono donare anche materialmente agli altri qualcosa, la gratitudine, quando viene detta, tiriamoci in parte perché vada a Dio, in quanto non è merito mio il fatto che sia nato in una società più ricca, in una famiglia più ricca, ma è solo dono d’amore di Dio. Impariamo questa umiltà e povertà di spirito. Ci accorgeremo come la vita è più bella e davvero la luce che splende da Gesù a noi può giungere ai fratelli e donare vera gioia e vera pace.


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