Vivere da prete? Bello e stimolante

Don Alex Recami, 26 anni da Borno, viene ordinato sacerdote. Per lui è il coronamento di una vocazione avvertita sin da bambini. Così lo raccontano il papà e la mamma

Questo è il mio comandamento, che vi amiate come io ho amato voi.

Agli esercizi spirituali di due anni fa, don Alex Recami ha riscoperto questo versetto del vangelo. “Mi ricorda – spiega – che è il comandamento di Gesù: è una sua regola di vita. Io vi ho amato come il Padre ha amato voi. Se ho esperienza di essere amato, posso amare. Mi piace pensare così il mio sacerdozio”. Don Alex, 26 anni, viene da Borno, il paese dove si mescolano la “tradizione e la novità, anche grazie all’ospitalità che sempre si esercita per il continuo turismo. Sembra una sciocchezza fuori luogo, ma credo che sia tra le cose fondamentali che hanno costruito la mia personalità: da buon camuno, sono più riservato se toccato nella sfera personale, ma fondamentalmente aperto a nuove conoscenze, abituato come sono a incontrare gente nuova; per queste esperienze, sono continuamente sorpreso di un Dio innamorato dell’uomo che affronta le salite e le discese più aspre, con coraggio”. Lì ha respirato i valori del cristianesimo. “La mia vocazione si è evoluta facilmente, grazie anche alla mia famiglia: alle mie nonne, Antonietta e Maria, ai miei genitori, Giuliana e Vittorino, e alle mie sorelle Antonella e Mariachiara. Non posso dimenticare i miei amici, tra cui anche alcuni preti, grazie ai quali sono entrato nel Seminario Minore già all’età di 14 anni, nel 2006. Nell’ambiente caldo e protettivo del Minore ho vissuto sei lunghi anni, un po’ cullato e un po’ spronato dai preti che mi hanno seguito, finalmente ho spiccato il volo al Seminario maggiore nel settembre 2012, dopo la maturità classica al Liceo vescovile “Cesare Arici”.

La certezza. Al Seminario maggiore ha potuto sperimentare ancora di più la vocazione al servizio nella Chiesa. “Nella nuova comunità ho confermato sotto ogni aspetto, spirituale, umano e culturale, la mia decisione iniziale di diventare prete, trasformandola pian piano nell’accoglienza del servizio che Cristo mi chiede di svolgere nella Chiesa, consapevole del grande amore di cui mi circonda ogni giorno. Con entusiasmo, cioè con ‘Dio dentro’, e con la certezza che non è solo un mio desiderio, ma che rispondo a un desiderio di Dio per la Chiesa, lo scorso settembre sono stato ordinato diacono e il prossimo 9 giugno sarò ordinato prete, insieme a don Luca e a don Lorenzo”.

La visita del Papa. Il 19 luglio del 1998 aveva solo sei anni quando Giovanni Paolo II visitò il suo paese natale. Il 3 giugno del 1992 durante un’udienza generale, il Santo di Wadowice commentava così il Vangelo di Giovanni caro ad Alex: “Gesù ha sottolineato la centralità del precetto della carità, quando lo ha chiamato il suo comandamento: ‘Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati’. Non è più solo l’amore del prossimo, ordinato dall’Antico Testamento, ma è un ‘nuovo comandamento’ (Gv 13, 34). È ‘nuovo’, perché il modello è l’amore di Cristo (‘come io vi ho amato’), espressione umana perfetta dell’amore di Dio per gli uomini. Più particolarmente, è l’amore di Cristo nella sua manifestazione suprema, quella del sacrificio: ‘Nessuno ha un amore più grande di quello che sacrifica la propria vita per i suoi amici’ (Gv 15, 13). Così la Chiesa ha il compito di testimoniare l’amore di Cristo per gli uomini, amore pronto al sacrificio. La carità non è semplicemente manifestazione di solidarietà umana: è partecipazione allo stesso amore divino”. E don Recami è pronto a iniziare il suo ministero forte di questo mandato e con la consapevolezza che la preghiera, cioè il mettersi in ascolto del Signore, può essere una valida alleata nelle tortuosità della vita.

La vocazione. “All’inizio aveva un’idea molto fumosa sul perché diventare prete: un uomo felice che sta tutta la sua vita con i giovani. Ho in mente i curati che sono passati da Borno. Negli anni è rimasta l’idea di fondo, però si è arricchita piano piano di esperienze, di idee e di immagini. In Seminario ho potuto conoscere meglio attraverso lo studio, la preghiera e la relazione con i miei compagni la figura di Gesù, in particolare la sua croce e la sua risurrezione. L’idea iniziale del prete con i giovani si è allargata a tutte quelle difficoltà e fatiche che i preti sono chiamati di volta in volta a vivere: non sono una parte esterna, perché ho imparato che la croce non si può scansare. La croce fa parte della vita, la croce fa parte del progetto iniziale. Gli ostacoli non si possono evitare. La croce fa parte di una vita bella anche come quella del prete”.

La relazione. Hanno giocato un ruolo fondamentale gli incontri avuti. “Sono tante le esperienze fondamentali che ho vissuto, in particolare nel periodo della formazione nelle diverse parrocchie. Le esperienze fondamentali sono sempre quelle di relazione con le persone. In famiglia ho sempre trovato un trampolino di lancio che mi ha accolto. Nella mia parrocchia d’origine ho vissuto da preadolescente in oratorio. Il curato di allora era ed è una bella immagine di prete per la gente: mi ha fatto vedere che vivere da prete per gli altri e con Cristo è possibile. Quando sono entrato in Seminario, il vivere con gli altri mi ha aiutato ulteriormente a crescere”.

I giovani. Il Papa ha pensato a un Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” in ottobre: “Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori”. “L’esperienza che ci stiamo preparando a vivere sull’incontro e sull’ascolto dei giovani, mi fa riflettere – spiega don Alex – sull’importanza fondamentale dell’ascolto. È un termine al quale diamo spesso un significato vago. Pensiamo più al ‘sentire’, mentre ascoltare significa entrare nelle dinamiche che viviamo noi giovani, cioè entrare nelle tante dimensioni che la nostra vita contiene. Spesso rischiamo di preferire un aspetto (la preghiera, lo studio…) rispetto all’altro, invece dobbiamo rivalutare anche gli errori perché sono quelli che ci dicono dove sta andando la nostra vita”.

Il confronto. Non è sempre facile far comprendere la propria decisione soprattutto ai familiari che magari avevano ipotizzato un futuro diverso per il loro figlio. “La mia famiglia inizialmente mi ha fatto ragionare sulla portata della scelta, ma poi quando hanno compreso quanto ci tenessi a questa scelta che era ponderata e aveva un fondamento, hanno iniziato a sostenermi”.

La delusione. In ogni percorso ci sono delle cadute che aiutano a riflettere e ad andare avanti con più convinzione. “In quarta superiore sono stato bocciato. Mi cadeva il mondo adesso… I miei genitori mi dicevano: ‘Se non sei così convinto da non riuscire a tenere fede ai tuoi impegni…’. Io mi sono impuntato, quando hanno visto il mio viso duro hanno capito che questa fatica/difficoltà faceva parte del mio cammino e andava affrontata. Si sono convinti della verità di una scelta fondata sulla roccia cioè su Cristo stesso”.

Il modello. Non ha preferenze, ma se dovesse scegliere un Santo, prenderebbe Giovanni Bosco. “Lo sento come Santo protettore di me giovane. In un secondo momento potrà essere il mio esempio per essere prete tra i giovani”.

Don Alex Recami ha compiuto 26 anni ed è originario della parrocchia di Borno. Ha 2 sorelle. Entra in seminario minore nel 2006 frequentando l’Istituto Cesare Arici di Bresci dove consegue la maturità classica. Passa in teologia dove il 16/9/2017 diventa diacono e nel 2018 consegue il Baccellierato. Ha svolto il suo servizio nelle parrocchie della Valgrigna, a Montirone, a Sulzano e l’anno del diaconato nella parrocchia di Cristo Re a Brescia.

Dicono di lui…

I genitori: “Ha avuto la fortuna di vedere la luce…”

Sentiamo spesso parlare di vocazione. Ma cosa significa questo per i genitori di un sacerdote? La mamma e il papà di don Alex Recami hanno risposto a questa domanda dalle pagine del Giornale della comunità di Borno.

Mamma Giuliana: “In questi anni ho avuto modo di maturare la convinzione che Dio ci parli nel silenzio e che le idee e le conseguenti azioni che ne vengono, siano guidate da Lui. Sarò molto fatalista, ma credo che davvero la nostra strada sia tracciata fin dalla nascita. La fortuna è nel saper riconoscere la via e sapere qual è il traguardo che si vuole raggiungere e che ci è stato destinato. Non è facile e non tutti ci riescono. Alex ha avuto la fortuna di vedere la luce che indicava il suo cammino fin da quando era in tenera età. Ha avuto poi la costanza di seguire il percorso e non si è fatto spaventare dalle difficoltà. Certamente l’ordinazione sacerdotale non è la meta, ma semplicemente l’inizio di un nuovo cammino, che sarà spesso anche impervio, ma sono certa che in compagnia del Signore giungerà dove Lui lo vuol guidare”.

Papà Vittorino: “Diciamo che non fa paura, come invece spesso si è portati a pensare. Avendo vissuto da vicino la vocazione di Alex e seguito con lui il percorso che lo ha portato fin qui, ho raggiunto la consapevolezza che effettivamente vi è qualcosa di sovrannaturale, un di più che se non si vive in prima persona non è comprensibile. E quel che non si comprende, notoriamente fa paura”.

San Benedetto da Norcia: legislatore e fondatore

Che cosa sappiamo di Benedetto, chi ci parla di lui?  Si può rispondere in breve così: tutto ciò che noi sappiamo della vita e figura di Benedetto lo dobbiamo quasi esclusivamente al papa San Gregorio Magno (540c-604).  Questi ce ne parla in una sua opera scritta nei primi anni del suo pontificato intitolata “Dialoghi”.  Opera che consta di “quattro libri”, in cui il pontefice narra la vita di parecchi santi.  Ebbene: il II Libro di quest’opera, in 38 capitoli, è interamente dedicato a narrare la vita e i miracoli di S. Benedetto. Pertanto i dati, sulla vita e santità di Benedetto,che ci vengono forniti dal grande Papa sono certi e sicuri: sono storici, non di fantasia. Egli li attinge direttamente dai monaci che hanno vissuto col santo: Costantino e Simplicio, successori di Benedetto a Momtecassino; Valentiniano, già monaco di Montecassino e poi superiore del monastero del Laterano; infine Onorato che era ancora vivo e dirigeva i monasteri di Subbiaco. 

Detto questo riassumiamo i momenti salienti della sua vita.

Benedetto nasce a Norcia (Perugia) verso il 480 d.C. da una famiglia nobile della “gens Anicia”. A Norcia compie i suoi primi studi con la sorella Scolastica, amato dai suoi genitori che lo formano alla fede cristiana con la fedelissima nutrice.   Viene poi inviato dai genitori a Roma perché possa approfondire gli studi letterari e giuridici consoni alla nobiltà della famiglia a cui apparteneva.  Disgustato dalla corruzione che trova a Roma, abbandona la città con la fedele nutrice e si rifugia ad Affile per dedicarsi in solitudine alla vita religiosa, imparando a “nulla anteporre all’Amore per Cristo”. Dopo varie vicende più o meno spiacevoli, fonda, nella valle dell’Aniene, dodici monasteri di cui il primo e più importante quello di Subbiaco tutt’ora esistente, splendido per storia e arte, soprattutto dove i monaci “pregano, leggono e lavorano”, secondo la sua Regola.  Intanto la fama della sua saggezza e santità si diffonde, oltre che tra i semplici, anche tra la nobiltà locale.  Ma tanta fama gli attira gelosia e tentativo di ucciderlo, quindi decide di lasciare quei luoghi e inizia così il suo cammino verso l’antica città di Cassino dove fonda il grande monastero, tutt’ora esistente,faro di fede e cultura, dove resterà fino alla sua morte.  Qui erigerà un “monumento” formidabile: la sua Regula monachorum, Regola per i monaci. 

A Montecassino il 21 Marzo del 547, con le braccia elevate al cielo, sostenute dai suoi monaci, come nuovo Mosè,ricco di grazia, sapienza e santità, rende l’anima al Signore.

A Lui si addice quanto afferma la Liturgia: “Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e sarai per tutti una benedizione” ! (Gen.12,2). –

Da molti studiosi attuali, sia religiosi che laici, oggi si riconosce alla Regola benedettina un valore fondamentale, non solo per i monaci, ma anche per la Famiglia umana e per qualsiasi società imprenditoriale.  In seguito, pertanto, illustreremo alcuni capitoli fondamentali di essa, e ne riconosceremo la sua piena attualità. 

Oggi i Benedettini sono presenti in tutto il mondo con circa 2.000 monasteri e 9.000 monaci e le monache sono 19.000.

I cittadini di Leno dovrebbero essere riconoscenti ai Benedettini, in quanto, chiamati da Re Desiderio, che fondò l’antica Abbazia di S. Salvatore, coltivarono e dissodarono non solo il terreno, ma misero le basi per una vita cristiana autentica, compiendo una grande opera di evangelizzazione, spiritualità, caritativa e di ospitalità.

Silvano Mauro Pedrini OBS

Paolo VI è l’uomo della gioia

Il parroco di Concesio rilegge la Gaudete in Domino. Una gioia che diventa viva nel cuore dei giovani. E proprio ai giovani infatti sarà dedicata la Missione che le quattro parrocchie di Concesio hanno organizzato per il mese di settembre

Voci più o meno conosciute si sono succedute nella testimonianza della santità di Papa Montini e continueremo a farlo con più forza e convinzione, anche sollecitati dalle parole del nostro Vescovo, mons. Pierantonio Tremolada.

Quando la Chiesa proclama la santità dei suoi figli, li propone a tutti gli uomini come modelli di vita cristiana per la fedeltà con cui hanno vissuto il messaggio evangelico, per l’esemplarità con cui hanno risposto alla loro chiamata e per la disponibilità a lasciarsi trasformare dall’azione dello Spirito così da diventare uomini trasfigurati dalla grazia. Chiunque voglia cercare il percorso che ha portato Paolo VI all’onore degli altari, non può fare a meno di ricordare che il servizio alla Chiesa e agli ultimi, ai poveri, a coloro che vivono nelle periferie della vita, ne rappresenta la dimensione fondamentale. L’amore per la Chiesa e il suo popolo è stata infatti la ragione della sua scelta di vita.

Così egli sottolineava, alla chiusura dell’Anno Santo del 1975: «Facciamo immediatamente una domanda a noi stessi: se questo fosse il nostro destino di professarci « medici » di quella civiltà che andiamo sognando, la civiltà dell’amore? Il nostro primo dovere è appunto questo: di dedicarci alla cura, al conforto, all’assistenza, anche con sacrificio nostro, se occorre, per il bene di quell’umanità, che vorremmo vedere civile e felice; e se così, non sarebbe bene orientato il nostro programma?

Sì, fratelli! Bisogna avere sensibilità ed amore per l’umanità che soffre, fisicamente, socialmente, moralmente… Sogniamo noi forse quando parliamo di civiltà dell’amore? No, non sogniamo. Gli ideali, se autentici, se umani, non sono sogni: sono doveri. Per noi cristiani, specialmente. Pensiamoci con coraggio».

Un servizio alla Chiesa e agli uomini compiuti nel segno della gioia, Paolo VI è l’uomo della gioia. Colpisce quanto dichiarato da S. Giovanni Paolo II su Paolo VI: “Recava nel suo cuore la luce del Tabor, e con quella luce camminò sino alla fine, portando con gaudio evangelico la sua croce”. Pensandoci un poco, appare tutta la verità di questa affermazione: Paolo VI viveva la gioia, la coniugava con l’alfabeto del dolore, dell’interrogazione pensosa, dello stupore che evita il chiasso e lo sguardo distratto. Quanto incredibile fu la pubblicazione dell’esortazione apostolica Gaudete in Domino, del maggio dell’anno 1975; è stato un meditato e potente “inno alla gioia. La gioia c’è quando nel cristiano vive e fruttifica l’esperienza di Cristo, l’appartenenza alla Chiesa, la vita sacramentale, l’impegno di testimonianza e infine l’impegno di preghiera. Quando tutto questo c’è, allora, la gioia diventa piena e la realizzazione della persona umana completa.

E questa gioia deve essere ancor più viva nel cuore dei giovani: “Senza nulla togliere al calore con cui il nostro messaggio si indirizza a tutto il popolo di Dio, vogliamo rivolgerci più ampiamente, e con una particolare speranza, al mondo dei giovani. Se infatti la Chiesa, rigenerata dallo Spirito Santo, è in un certo senso la vera giovinezza del mondo potrebbe forse non riconoscersi spontaneamente, di preferenza, in quanti si sentono portatori di vita e di speranza, e impegnati ad assicurare il domani della storia presente? … Perciò, in questa esortazione sulla gioia cristiana, la ragione e il cuore ci invitano a rivolgerci decisamente ai giovani del nostro tempo. Lo facciamo nel nome di Cristo e della sua chiesa, che egli stesso vuole, malgrado le umane debolezze, ” tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”, sono sempre parole di Paolo VI. Proprio ai giovani infatti sarà dedicata la Missione che le quattro parrocchie di Concesio hanno organizzato per  il mese di settembre, prima degli appuntamenti della Settimana Montiniana.

Con queste sollecitudini le Comunità parrocchiali di Concesio, in stretta unione con  la Diocesi, si preparano al giorno tanto atteso e desiderato.

La gioia di portare un po’ di speranza

Suor Raffaella Falco, nuova delegata Usmi della diocesi di Brescia, si racconta e descrive l’impegno delle consacrate nell’annuncio

Suor Raffaella Falco è la nuova delegata Usmi della Diocesi di Brescia. L’Usmi è l’Unione Superiore Maggiori d’Italia. Suor Raffaella della Congregazione delle Suore Operaie succede a suor Maria Cecilia Signorotto.

Classe 1967, è entrata nella famiglia religiosa delle Suore Operaie nel 1994 e ha emesso la prima professione nel 1998 (nel 2004 quella perpetua). Laureata in lettere, ha conseguito il diploma di specializzazione in comunicazioni sociali alla Gregoriana. Dopo l’esperienza in Piemonte, attualmente risiede nella casa di spiritualità di Fantecolo e si dedica alla pastorale giovanile e all’accoglienza.

Suor Raffaella, in cosa consiste il servizio dell’Usmi?

L’Usmi è un’unione che esprime e sviluppa la comunione tra gli istituti religiosi femminili che operano in Italia tra loro e con le diverse componenti della comunità ecclesiale. La parola stessa richiama l’unità. Tutto questo per cercare insieme delle risposte profetiche alle sfide della società. L’Usmi a Brescia ha il volto di tutte le suore che qui vivono e si riconoscono unite da un profondo senso di appartenenza non solo al proprio Istituto ma anche a quella realtà più ampia e più profonda che è la vita stessa.

Nel 2014 come Usmi avete iniziato un percorso intercongregazionale aperto al confronto e al lavoro con diverse associazioni e movimenti: è nata così la commissione donna. Quali risultati avete raggiunto? Che cosa state elaborando per il futuro?

Suor Cecilia, che mi ha preceduto in questo servizio, ha portato avanti la sua missione con intelligenza e profezia. In particolare, ha avuto l’intuizione di far nascere la Commissione Donna. Il lavoro con la collaborazione di diverse associazioni è stato finalizzato innanzitutto a un confronto per poi sfociare quest’anno nell’organizzazione di alcuni incontri con giovani donne nei vari convitti universitari. Ci auguriamo di dare continuità a questa bella intuizione che sentiamo profondamente nostra. Intendiamo portare avanti altre iniziative messe in campo, in particolare un bel cammino di collaborazione tra i consigli generali e provinciali che risiedono nel nostro territorio.

Nella festa di Gesù al Tempio, Papa Francesco ha detto che i consacrati e le consacrate sono l’alba perenne della Chiesa… Cosa possono dire oggi i consacrati al mondo contemporaneo?

I consacrati praticano lo sport del salto in lungo. Viviamo nella Chiesa uno slancio nel futuro, provando ad anticipare qui quanto ci attende in Paradiso. È una bella sfida. Da qui nasce la gioia di portare un po’ di speranza, un sorriso, uno sguardo positivo in un mondo dove sembra prevalere il negativo. È anche un aiuto a scoprire il senso della vita.

Il Papa ha chiesto anche ai consacrati e alle consacrate di andare controcorrente. Cosa significa questo nella sua vita?

Nella mia vita sento forte il richiamo del Vangelo che per me si esprime nel vivere i voti di castità, povertà e obbedienza. Il mondo si incaglia nella ricerca del potere, del possedere e del piacere. La bellezza dell’annuncio evangelico mi libera e mi ridona quella umanità bella che mi fa respirare la vita vera che in tanti momenti della mia vita ho assaporato e che non voglio perdere.

La crisi vocazionale ha colpito anche alcuni ambiti (pensiamo alla salute e alla scuola) nei quali storicamente operano i consacrati. Non è arrivato il tempo di ragionare maggiormente in maniera sinergica?

La sinodalità e la sinergia sono modalità in cui i consacrati credono. L’Usmi insieme con il Cism, con gli Istituti secolari, con l’Ordo Viduarum e con l’Ordo Virginum svolgono questo servizio di comunione. Prima di tutto noi consacrati siamo gente di Dio. Solo dopo viene la nostra professionalità che all’interno del carisma di ogni istituto rimane un servizio bello e prezioso, che forse però è sostituibile, mentre non è sostituibile la nostra consacrazione che brilla di più se brillano di più le altre consacrazioni.

L’avventura inizia quando finiscono le certezze

Lunedí 9 Aprile, presso la Sala Conferenze dell’Oratorio “San Luigi” di Leno, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare la testimonianza straordinaria di Enrico Ghidoni, classe 1954. Ghidoni vive a Ludizzo di Bovegno nell’ Alta Val Trompia; obiettivo dell’incontro, oltre all’onore di avere come ospite un grande personaggio,  era quello di capire grazie alla sua esperienza, quanto lo spirito e la volontà influiscano su un corpo sano ed allenato e viceversa.

Nell’edizione 2017, Enrico è il “re dei ghiacci del Nord America”. «Enrico la leggenda», così lo ha ribattezzato il sito ufficiale della Yukon Arctic Ultra che ne ha seguito passo dopo passo le gesta realizzando un’impresa incredibile: in otto giorni e 21 ore Ghidoni ha coperto a piedi i 700 chilometri che dividono Whitehorse, città del Canada, da Dawson City, estremo nord del territorio dello Yukon al confine con l’Alaska, e lo ha fatto in condizioni climatiche estreme. 

Questo eccezionale sportivo è venuto a trovarci e a parlarci della sua esperienza tra i ghiacci, per far capire che una sana alimentazione unita ad un’attività sportiva può far realizzare cose incredibili a tutte le età. L’incontro è stato straordinariamente interessante: con naturale semplicità Ghidoni ha raccontato come una gara estrema può essere fonte di gioia, sudore, contemplazione, introspezione. Un’avventura che ti porta ad essere solo, fuori e dentro, ma che ti permette di metterti in contatto con la natura … da dove tutto parte.

Nel suo racconto, descritto anche da una un video realizzato da una troup cinese che accompagnava un concorrente, ci ha fatto scoprire luoghi bellissimi e nello stesso tempo paurosi perché mettono alla prova le persone che vivono e si sperimentano in questi luoghi.

Ci ha raccontato della sua avventura con i lupi, di come nonostante le paure abbia saputo superarsi e continuare il suo viaggio, come lui stesso dice:”per vedere l’alba devi attraversare le tenebre”. Ha provato a descriverci il meraviglioso fenomeno dell’Aurora Boreale che ha definito un energetico naturale, infatti l’ha ammirata per tre ore senza sentire né la fame e né il freddo.

Enrico ci ha spiegato che nella sua vita ha privilegiato sempre l’aspetto umano e non agonistico, per questo motivo ha avuto l’opportunità di conoscere tante persone e vivere grandi amicizie condividendo tante esperienze; ha anche detto che non serve l’universo per sentirsi piccoli, basta guardare una lepre che corre più veloce di noi e sopravvive a -42°. 

Ci ha voluto trasmettere che la vita è bellissima e che merita di essere vissuta; per lui la felicità è un diritto e un dovere che ogni persona deve avere e che il coraggio come la paura, servono per fare cose che non piacciono e non si amano.

Alcune frasi che ci hanno colpito sono:  “le situazioni estreme ti mettono a nudo; le maschere cadono; in questa situazione estrema si è tutti uguali, chi si sente il più forte, ma tralascia anche un piccolo dettaglio, è destinato al fallimento; le difficoltà creano complicità e conoscenza” … insomma Ghidoni con semplicità ci ha regalato molto.. anche la sua saggezza. 

Grazie Enrico, il nostro cuore è con te nelle tue avventure!

Il Papa dell’amore alla Chiesa

Il Vescovo emerito, mons. Bruno Foresti, presenta il suo Paolo VI, un Papa coraggioso, fermo, ma anche animato da un grande amore per la Chiesa

Il “suo” Paolo VI è quello conosciuto nella stagione della maturità, della chiamata a responsabilità sempre più ampie nella Chiesa. Per mons. Bruno Foresti, 95 anni vescovo emerito di Brescia, Paolo VI è il papa del coraggio, della fermezza, dell’amore per la Chiesa. Da studente a Roma, sul finire del secondo conflitto mondiale, aveva sentito parlare di mons. Montini, del suo servizio alla Segreteria di Stato e delle posizioni che ha assunto sul conflitto in corso, in piena coerenza con il pensiero e l’azione di Pio XI. Nel 1954 mons. Montini viene nominato arcivescovo di Milano e, in qualità di metropolita di Lombardia, incontra i rettori dei Seminari della regione. “Erano incontri – continua ancora mons. Bruno Foresti, che in quegli anni ha responsabilità sempre maggiori nel Seminario di Clusone – nel corso dei quali, con l’eleganza, la finezza e la misura che lo caratterizzavano, chiedeva informazioni sulla vita delle nostre realtà e con altrettanto garbo non si sottraeva da puntualizzazioni preziose in tema di pedagogia, di attenzione al sociale nella formazione dei giovani avviati al sacerdozio”. In quegli incontri il “Paolo VI” di mons. Foresti si delinea per il tratto della grande cordialità, contrastante con l’immagine distaccata che gli veniva cucita addosso. “La sua – continua il Vescovo emerito – era una personalità straordinaria, di grande equilibrio.

Il riguardo con cui trattava i suoi interlocutori destò in me, nel corso di quegli incontri, una grande impressione”. Poi il card. Montini diventa Papa. Dal Seminario di Clusone mons. Foresti guarda con ammirazione alla forza e alla determinazione con cui Paolo VI guida e porta a conclusione il Concilio Vaticano II, apprezza il coraggio delle posizioni del suo magistero. Per Foresti giunge il tempo dell’episcopato: Paolo VI lo sceglie come vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Modena e Nonantola, in aiuto a mons. Giuseppe Amici sofferente. “Dopo il giuramento – ricorda – venni invitato, insieme ad altri vescovi, a un incontro in piazza San Pietro con il Papa. Paolo VI presentò uno per uno i Vescovi partecipanti e indicandomi annunciò che sarei stato il futuro ausiliare di Modena. Poi mi si avvicinò e per ben tre volte, conoscendo le mie titubanze, mi invitò a non avere paura”. Mons. Foresti iniziò il suo servizio alla Chiesa modenese, sostituendo praticamente nella conduzione dell’arcidiocesi il vescovo Amici vinto dalla malattia. Ben presto venne il tempo della successione. “Conservo ancora la lettera in cui – continua – , ricordandomi di avermi già inviato a non avere paura, Paolo VI mi diceva di andare avanti”. Dopo la fermezza e il coraggio c’è un ultimo aspetto che connota il “Paolo VI” di mons. Foresti: l’amore alla Chiesa che il Papa bresciano ha dimostrato e testimoniato sino alla fine dei suoi giorni. “Ero in San Pietro il 16 ottobre 1977 in occasione della celebrazione per gli 80 anni di Paolo VI – racconta mons. Foresti –. Quello che fece il suo ingresso in basilica era un uomo provato dalla sofferenza. Dovettero quasi sollevarlo per farlo giungere all’altare. Quando, però, prese la parola per l’omelia ebbi l’impressione che stesse parlando un gigante”. Risuonano ancora nel cuore e nella mente del Vescovo emerito le parole di Paolo VI: “Vorrei che si sapesse che questa Chiesa l’ho amata”. Parole che mons. Foresti sono una sorta di testamento spirituale di un Papa innamorato della Chiesa, che fanno del “Paolo VI” di mons. Foresti il Papa del coraggio, della fermezza e dell’amore alla Chiesa.

Una santità che ci responsabilizza

Il commento del vescovo Tremolada a poche ore dall’annuncio di papa Francesco della data in cui sarà canonizzato papa Paolo VI: “Eravamo in attesa di quest’annuncio e lo abbiamo accolto con grande gioia e con grande soddisfazione. Siamo molto felici come Chiesa bresciana”

É un annuncio che “ci responsabilizza ancora di più”. “Come diocesi siamo chiamati a conoscere sempre meglio questa figura e ora a comprendere il senso profondo della sua santità. Cosa che cercheremo di fare”. Lo ha detto il vescovo Pierantonio Tremolada, a poche ore dall’annuncio di papa Francesco della data in cui sarà canonizzato Paolo VI, il 14 ottobre prossimo in piazza San Pietro, assieme ad altri 5 beati.

“Eravamo in attesa di quest’annuncio e lo abbiamo accolto con grande gioia e con grande soddisfazione. Siamo molto felici come Chiesa bresciana – ha aggiunto –. Il nostro don Battista, così lo si chiamava, uno dei ragazzi di questa terra che poi è diventato il grande Papa Paolo VI, viene ora riconosciuto dalla Chiesa universale come un esempio di santità. Questo è per noi motivo di fierezza oltre che di gioia”.

Dal Vescovo un annuncio. “Il prossimo anno vorrei dedicare la stessa lettera pastorale alla santità proprio a partire dalla canonizzazione di Paolo VI”. “Mentre ci prepariamo a quell’evento – ha concluso mons. Tremolada – vorrei anche che cominciassimo a pensare al cammino che seguirà, perché lui ci accompagnerà sempre. Dobbiamo affidarci di più a lui e questo ci permetterà di conoscerlo meglio”.

Il Papa esperto di umanità

Il diacono di Concesio, Claudio Fiorini, rilegge alcuni passaggi significativi del Pontificato di Paolo VI

Presentandosi all’Assemblea Generale dell’Onu il 4 ottobre 1965, Paolo VI si definì “Esperto in umanità”. Oggi, a 40 anni dalla morte di Montini, scopriamo quanto quelle parole siano state vere e lo si può constatare sia dagli scritti che ci ha lasciato che dai gesti compiuti. È davanti agli occhi di tutti come egli conoscesse veramente l’uomo, ogni uomo, perché fino in fondo e senza paura egli ha saputo amare e servire l’umanità quale riflesso del Volto di Cristo, nello special modo i più poveri ed emarginati. Ha colto, dell’uomo, il lamento, il grido, il silenzio. Alcuni momenti poi, nei suoi 15 anni di Pontificato, sono stati intensi; ha saputo esprimere visivamente la vicinanza all’uomo della strada, all’uomo posto ai bordi dell’umanità. Il momento più importante e innovatore del suo essere Pastore, lo si può definire “di contatto” tra gli uomini e il Vicario di Cristo; incalcolabili e tutti importanti sono stati gli incontri che ha avuto nella sua vita, ma quello più significativo, impensabile e sconvolgente è avvenuto lontano da Roma, in una terra martoriata dalla guerra dove, pur essendo la terra di Gesù, nessun Papa aveva fatto più ritorno.

Per la prima volta un aereo si era alzato in volo portando fuori dai confini europei un Papa. Paolo VI sentiva imperativo il messaggio di Cristo: “Andate in tutto il mondo e annunciate…”. Fino ad allora le genti giungevano a Roma, sede universale della Chiesa, per udire e vedere il Vicario di Cristo, d’ora in poi sarà lui stesso a recarsi nelle loro case, lungo le loro strade. Il Vaticano risultava troppo stretto per il suo grande cuore. Sentendo forte il bisogno di un “cambiamento radicale”, di un nuovo modo di essere “Vicario di Cristo”, ecco la decisione imprevista: “Noi abbiamo deciso di recarci…” e la pronunciò davanti a tutta l’Assemblea Conciliare. Non può certo mancare un momento particolare, nel pontificato Montiniano, come quello della gioia e della sofferenza in alcuni incontri inattesi: “Se mi domandate qual è il suo più bel sorriso che io ricordo – così testimoniava il suo segretario particolare, mons. Macchi – debbo rispondere rifacendomi all’attentato di Manila. Quando io respinsi in forma piuttosto violenta l’attentatore che aveva ferito al petto Paolo VI,… mi rivolsi a guardare il Papa. Non dimenticherò mai quel suo sorriso dolcissimo. Quando incontrò i miei occhi mi fece un piccolo cenno di rimprovero per la violenza con cui avevo allontanato l’attentatore, ma il suo sorriso mi parve come di chi godesse di una felicità insperata”. La gioia, e quella cristiana in particolare, è stata la dominante della vita di quest’uomo semplice e grande. Una gioia da trasmettere come certezza d’una bellezza acquistata con la figliolanza divina. Non da altra luce l’uomo viene abbagliato se non dalla luce esplosa con la risurrezione. Da questa certezza nasce per ciascuno la consapevolezza che niente è destinato a finire, ma tutto sarà trasformato nella pienezza anche se ora non possiamo comprenderne, nella sua grandezza, tutti i confini. La vita, quella stessa vita fatta di tormenti e di sofferenze non è più segno della decadenza umana, della miseria che circonda l’uomo, ma attimo fuggente che non può adombrare la pienezza della vita futura. Gli incontri che il Beato Paolo VI ha cercato in modo speciale con tutte le categorie colpite dalla sofferenza stanno poi a dimostrare come il suo cuore fosse desideroso di poter condividere e consolare queste stesse sofferenze.

Amanda è il vero miracolo della vita

Nel giorno in cui il Concistoro ha ufficializzato per il 14 ottobre la data della canonizzazione di Paolo VI, l’incontro in episcopio tra il vescovo Tremolada e la famiglia della piccola nata grazie all’intercessione del papa bresciano

Ha sgambettato per le sale dell’appartamento del Vescovo, incurante del fatto che in quegli stessi momenti a Roma, papa Francesco comunicava la data della canonizzazione di Paolo VI, grazie al quale Amanda può dare sfogo alla vitalità dei suoi tre anni di vita. Amanda è il miracolo della vita, possibile grazie all’intercessione di Paolo VI, grazie al quale il mondo potrà chiamare santo il Papa bresciano.

Lo scorso 19 maggio, nello stesso momento in cui dal Concistoro di Roma “usciva” l’ufficialità del 14 ottobre come data dalla canonizzazione, facevano il suo ingresso in Episcopio la piccola Amanda, il fratello Riccardo, mamma Vanna Pironato e il marito. Andavano a incontrare il vescovo Tremolada per raccontare anche a lui la loro storia meravigliosa. Amanda non doveva nascere, condannata com’era ancora nel grembo materno da situazioni tanto critiche da spingere i medici a indicare la strada dell’aborto terapeutico. Nonostante l’aggravarsi della situazione Vanna e il marito decidono di portare avanti la gravidanza. Grazie al suggerimento di un ginecologo credente si affidano in preghiera a Paolo VI.

“Paolo VI è entrato nella nostra vita dalla porta di servizio – ha raccontato Vanna al vescovo Pierantonio, che guardava con occhi estasiati la vitalità della piccola Amanda –. Ci è stato suggerito di pregarlo quando la scienza non concedeva più a nostra figlia alcuna speranza. L’ultima chance che ci era concessa era quella di affidarci a qualcuno di più alto”. Vanda e il marito conoscevano poco del Papa bresciano, ma si sono fidati, l’hanno pregato. “Solo dopo questo momento – continua la mamma di Amanda – è venuto anche quello della conoscenza. Piano piano abbiamo scoperto chi c’era dietro la statua di bronzo davanti alla quale ci siamo raccolti in preghiera nella basilica della Grazie”. Da quella preghiera Paolo VI è entrato con forza nella nostra vita, nella loro quotidianità. “Ne parliamo con tutti per cercare di farlo conoscere sempre di più a un numero sempre maggiore di persone – raccontano al Vescovo –. In quest’opera siamo sostenuti anche dal parroco del nostro paese che vuole intitolare la cappella feriale a Paolo VI e sta già sondando la generosità dei parrocchiani per la realizzazione di una statua, per dargli il risalto che merita”.

La conoscenza ha dato a Vanna e al marito una straordinaria consapevolezza: Paolo VI merita la santità non per quello che ha concesso alla piccola Amanda, ma per quella che è stata la sua vita, il suo magistero e soprattutto per la stesura dell’Humanae vitae. “Amanda – continua ancora Vanna, scherzando ma non troppo – potrebbe essere la testimonial ideale della grande enciclica di Paolo VI sulla vita”. E con grande naturalezza ricorda come prima ancora di dire mamma e papà Amanda abbia detto “Paolo”. “La prima bambola che ha ricevuto in dono – racconta la mamma – era stata chiamata Paola proprio in onore alla figura del papa bresciano che aveva permesso il miracolo della nascita di nostra figlia. E per lei è stato naturale pronunciare il nome del Papa che le aveva dato la vita”

Anche il vescovo Pierantonio Tremolada ha ascoltato con commozione il racconto della piccola Amanda. “Sapevamo – ha affermato al termine dell’incontro – che l’annuncio della data di canonizzazione era prossimo, ma riceverlo avendo davanti agli occhi Amanda è stata una grazia particolare”. “Ascoltare il racconto della sua nascita – ha continuato il Vescovo – è stata fonte di grande commozione. Guardando Amanda ci si rende conto di essere davanti al mistero della vita che in lei, grazie anche all’intercessione di Paolo VI, è stato custodito contro ogni logica e vincendo ogni ostacolo questa vita è sbocciata”. L’incontro con Amanda e la sua famiglia lo ha fatto molto pensare: “I loro volti, la loro gioia, lo stesso modo con cui raccontano la loro vicenda straordinaria – racconta – e vedere la piccola che sgambetta sorridente sono i segni che la realtà della santità è molto più ampia di quanto possiamo registrare con i nostri occhi”.