Solamente credendo vivremo

23 aprile 2017
Seconda domenica di Pasqua

Di tanto in tanto è interessante ascoltare, fare attenzione alle conversazioni quotidiane, quelle che normalmente tutti ci scambiamo. Tutte queste, hanno in comune una sorta di tattica, di disegno per cambiare il mondo. Non necessariamente il mondo intero, magari, però, il nostro piccolo mondo si, quello di casa nostra. Pensiamo che se le persone fossero differenti, se fossero accettate le nostre idee, le nostre strategie, le cose andrebbero meglio. Non è detto, perché non è dimostrabile, però al di là del fatto che possano essere vere queste considerazioni, le prendo come indizio del desiderio che ogni essere umano ha, di vivere in un mondo cambiato rispetto a quello che sperimentiamo. Ognuno di noi sperimentando la fatica del vivere, desidera vivere in un mondo cambiato, rinnovato. Perché? Perché idealmente la casa delle persone umane è l’armonia. Il problema è capire come fare per arrivare a questa armonia. In tal senso la scrittura odierna e in particolare modo il Vangelo ci danno una mano.

C’è un termine in particolare nel Vangelo che è di profondo aiuto per comprendere ed aiutare a fare un ragionamento, una riflessione che ci può far capire come giungere a quell’armonia. Ed è un termine che nel Vangelo ricorre più volte; a volte come sostantivo altre come verbo, ed è il termine “Credere”. Ma partiamo dalla prima lettura: gli Atti degli Apostoli. In questa lettura viene descritto quello che potrebbe essere il mondo ideale. Non c’era nessun bisognoso, mettevano tutte le cose in comune, vivevano con “un cuor solo ed un’anima sola”. Com’è possibile? Mettevano tutte le teste assieme, i cuori assieme, una sorta di collage? certamente no, Ma per dire che c’era un elemento comune che permetteva loro di vivere in quella condizione, con quello stile, quale? Tutti erano credenti. Credenti in che cosa? Credenti nell’annuncio che dice: “Dio ha risuscitato dai morti”. Questo annuncio era talmente forte per loro che ha permesso di attuare uno stile di vita basato sulla condivisione, che dice che son talmente grato ad un Dio che si vuol prendere cura di me in ogni sua forma, che addirittura è capace di togliermi dalla morte, che le cose vengono dopo, le mettiamo in comune, cosicché viviamo fraternamente.

Mettere le cose in comune è un segno di notevole libertà. Detto in altro modo, quando cominci a toccare il portafogli, e sei disposto a rinunciare a qualcosa che possiedi per metterlo in comune con gli altri, questo è certamente segno di notevole libertà, perché hai capito che la tua vita non dipende dalle cose che possiedi. In questa dinamica si inserisce la figura di Tommaso e sappiamo bene come la sua vicenda si è sviluppata. Tommaso appare come l’uomo isolato, perché? Sono due gli aspetti da mettere in evidenza: il primo, perché effettivamente quando Gesù si manifesta ai discepoli, lui non c’era, non era presente, non era con gli altri, era isolato, forse era via. Secondo aspetto, è dato dal fatto che Tommaso non accetta, non accoglie la testimonianza di quelli che dicono “Abbiamo visto il Signore risorto”. Così facendo, Tommaso si pone come parametro della verità. È come se dicesse che non crede a quello che gli stanno raccontando. “Non accolgo la tua mediazione perché io ritengo di avere la verità in tasca”. Così facendo, questo è un indizio di una rottura con la tradizione. È un po’ quello che accade oggi, e che sempre è accaduto nella storia.

Perché una persona non crede? Non crede perché dice: “non mi fido di quello che tu mi racconti, io la so più lunga”. Oppure se non la so più lunga, di quello che mi racconti io non mi fido, e cerco un’altra strada. Così, però, l’esito qual è? Che il mondo che tu vuoi costruire, (non dimentichiamoci che tutti desideriamo un mondo rinnovato, cambiato e in armonia) se deve partire da te è chiaro che il mondo che andrai a sviluppare dipenderà solo dalle tue capacità e ogni volta, con ogni persona, si dovrà ricominciare. E di più, ancora, se tutto dipendesse da noi e non dal fatto che prima qualcuno ci ha rivelato un annuncio grande, più grande di noi, di un Dio che va oltre le nostre capacità, se tutto dipendesse da noi, per quanto possiamo essere bravi nel rendere il mondo bello, sarà sempre un mondo segnato dalla morte e dalle morti. Dalla morte perché io non son capace di tirar via nessuno dalla croce, non so far risorgere nessuno, e dalle morti perché ogni qual volta che l’uomo ha provato a ricostruire un mondo nuovo, ogni qual volta ha avuto uno slancio, una rivoluzione, qualche tentativo di costruire qualcosa di nuovo, l’uomo non è mai stato esente da qualche uccisione. Non esiste rivoluzione senza uccisioni. Magari non uccisione del corpo, ma uccisione, almeno, perché qualcuno viene messo da parte. “Quello che tu pensi non ci interessa”. È quello che accade oggi a molti anziani: “endèt amo a mesa? Sta ‘n banda”. É un modo per rompere con la tradizione che dice, però, un indizio molto preoccupante: che la verità ce l’ho dentro solo io.

Credo che la forza che vinca il mondo sia la forza che prima, vince il mondo dentro di noi, cioè, la pretesa di avere, noi, la verità in tasca. Oggi, celebriamo la divina misericordia, e che cos’è la misericordia se non una forza vitale che Dio ci dà per far fronte alla complessità del vivere? Molto spesso noi abbiamo identificato la misericordia con il perdono, o con qualche forma buonista di attenzione verso gli altri. Non è solo questo. La misericordia è energia vitale, di un Dio che ci offre la possibilità di non sciupare le nostre vite. Ogni qual volta l’uomo si erige, cioè si eleva ad essere sopra ogni verità, l’uomo si chiude in sé stesso. Provate a pensare, perché oggi siamo così arrabbiati? Siamo così soli? Perché, oggi si litiga per tutto? Non sarà, forse, perché da troppo tempo abbiamo tagliato a livello anche culturale con la nostra fede, che ci dice “ma guarda che Dio è più grande delle tue complessità”. Non sarà, forse così. Potremmo aprire un discorso molto ampio di come l’Europa con la rivoluzione francese con la pretesa di staccarsi dalla fede, con la scienza che pone l’uomo davanti a tutto e soprattutto con i principi di fraternità, libertà, uguaglianza, oggi ci stiamo dividendo tutti, e abbiamo perso la nostra identità. C’era già l’Europa unita, era l’Europa della fede. Ma questo sarebbe un discorso molto più ampio.

Ogni qual volta in noi vien fuori quel Tommaso che c’è in ognuno, se diamo spazio a quel Tommaso che dubita, e che parte dalla sua sola verità non dimostrata, noi ci chiudiamo. Se pensiamo un attimo ai nostri ragionamenti, tutti noi siamo i più bravi allenatori del mondo, i più bravi presidenti del mondo, i più bravi preti del mondo, i più bravi politici del mondo. Abbiamo tutti strategie migliori, che rendono il mondo migliore. Peccato che non è possibile dimostrarlo. Tommaso ci dice che finché viviamo isolati, non rispondiamo alla nostra vocazione. Quindi solamente credendo, cioè fidandoci di un Dio che ci dice che è più grande della nostra morte e che vuole che viviamo fraternamente, allora sì, come la prima comunità degli Atti degli Apostoli, vivremo mettendo in comune. Quando sei libero dalle cose, è perché hai capito che la tua vita non dipende da quello che possiedi.

Pellegrinaggio mariano zonale delle famiglie

Zona Pastorale XII – dell’Abbazia di San Salvatore
1 maggio 2017

Santuario della MADONNA DELLO SPASIMO

– Pavone Mella –

Programma
  • Ore 10.00 ritrovo nella piazza di Milzano e partenza a piedi per Pavone camminando lungo il sentiero ciclabile del fiume Mella.
  • Ore 12.00 circa: pranzo al sacco in oratorio e pomeriggio in compagnia.
  • Ore 15.30 S. Messa presso il Santuario.

In caso di pioggia o maltempo il pellegrinaggio sarà sospeso.

Dio solo basta

Omelia del vescovo Luciano nella messa crismale del Giovedì Santo

Fratelli carissimi, un abbraccio a ciascuno di voi, con affetto, come sempre; quest’anno, però, con una punta in più di commozione. Per quanto è dato prevedere, infatti, questa è l’ultima celebrazione del Giovedì santo che presiedo con voi come vescovo di Brescia. Nella preghiera di ordinazione dei presbiteri il vescovo chiede a Dio il dono dello Spirito Santo perché i candidati possano svolgere il loro ministero con efficacia e aggiunge: qui quanto fragiliores sumus, tanto his plurimum indigemus, quanto più io sono fragile, tanto più ho bisogno del loro aiuto. Sono agli ultimi mesi del mio ministero di vescovo e sento il desiderio grande ringraziare il Signore per voi, per il dono che siete stati, per la vostra collaborazione e il vostro sostegno in questi anni. Senza la vicinanza e l’affetto dei preti è impossibile per un vescovo vivere con gioia il ministero e la gioia è un requisito indispensabile perché il ministero sia fruttuoso. Posso dire di aver vissuto il ministero a Brescia nella gioia ed è grazie a voi, grazie a tanti preti che non si sono fermati a soppesare le mie insufficienze, purtroppo reali, ma mi sono stati vicini con l’affetto e con la preghiera, con la pazienza e l’obbedienza. Il futuro che abbiamo davanti non si presenta semplice. Il vissuto contemporaneo è sempre più secolare e la dimensione religiosa fatica a diventare quello che vuole essere: l’orizzonte di fondo che motiva e unifica i diversi elementi della vita. La ragione strumentale sembra assorbire tutti gli ambiti dell’esperienza, con effetti paradossali. Possiamo interrogarci su tutto, ma non dobbiamo chiederci mai quale sia il senso della vita o addirittura se la vita abbia un senso; dobbiamo dubitare di tutto, ma non possiamo dubitare del pensiero ‘progressista’; qualunque comportamento sessuale è accettabile, ma non la scelta della verginità e del celibato. Siamo di fatto in una cultura dove domina il politically correct e dove il conformismo s’impone come dovere sociale. Non c’è da sorprendersi più di tanto né da rimpiangere altri tempi che non sono certo stati migliori. C’è solo da prendere atto che siamo di fronte a una scelta che si porrà sempre più inevitabile nel futuro: la scelta tra un cristianesimo che funziona come “religione civile” e un cristianesimo che funziona come “testimonianza alternativa.” Di una religione civile ci sarà bisogno anche in futuro; i momenti più intensi della vita hanno bisogno di riti per non cadere nella banalizzazione: la nascita, il matrimonio, la malattia, la morte sono eventi troppo coinvolgenti per accontentarsi di registrazioni anonime presso un ufficio; anche chi si toglie deliberatamente la vita chiede un rito che testimoni la presenza in lui di qualcosa che trascende il puro evento. Il problema è che una religione civile non ha bisogno di scelte e di rinunce così impegnative come, ad esempio, il celibato. Il celibato è motivato solo se c’è un Dio che irrompe realmente nella vita degli uomini sconvolgendola; ma non è certo sostenibile in una pura ottica di servizio religioso alla società. Così noi oggi soffriamo una evidente tensione. Da una parte la società tende a secolarizzarci, a farci diventare operatori sociali al servizio del funzionamento della società stessa; dall’altra il vangelo e la tradizione cristiana ci chiedono una scelta radicale, senza compromessi: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… Se qualcuno non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo… Chi vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti…”

Sappiamo che l’impegno di tutta la vita è essenziale nella scelta di un apostolo; mentre la tendenza contemporanea è quella di moltiplicare i desideri: l’auto potente, il vestito firmato, la bella presenza, il denaro, l’appartamento arredato con gusto, le ferie con franchigia… Non sto condannando tutte queste cose: non sono nemico del piacere e conosco le ambiguità che si annidano in una critica acida. Sto cercando di capire e non vorrei che il nostro stile di vita finisse per conformarsi a quello di un ‘single’, cioè di una persona che considera suo obiettivo supremo ritagliarsi uno spazio di vita gradevole, con piaceri ed emozioni che leniscano o facciano dimenticare la fatica di vivere. Rischierebbe di verificarsi un’inversione dei fini: rinunciamo a tutte le soddisfazioni mondane per svolgere il ministero; poi, poco alla volta, svolgiamo il ministero in modo da ricuperare qualche soddisfazione mondana. Sarebbe davvero la sconfitta. Che senso ha rinunciare a una donna e a dei figli e, nello stesso tempo, attaccarsi ai soldi o ai piaceri materiali? Il celibato è scelta di totalità; ha senso, è umanizzante se, come dice il vangelo, ci facciamo ‘eunuchi per il Regno’, se cioè Dio e il Regno di Dio occupano così ampiamente sentimenti, desideri e comportamenti da non lasciare tempo ed energie psichiche per la costruzione di un rapporto affettivo particolare, di un progetto di famiglia proprio; e, s’intende, da non lasciar spazio alla ricerca di un’affermazione personale o al possesso di una ricchezza superflua. Ma questo può accadere solo quando si è ‘innamorati’ di Dio; quando, come diceva Teresa di Gesù, Dio solo basta. Il futuro andrà certamente nella direzione di un ministero celibe di evangelizzazione, meno implicato nelle questioni di amministrazione delle comunità parrocchiali e dedicato invece allo studio, all’annuncio e alla testimonianza del vangelo. L’amministrazione sarà probabilmente appannaggio dei diaconi o di altre figure ministeriali. Ma guai se venisse meno il presbiterato celibe: vorrebbe dire che il Regno di Dio, cioè Dio stesso, non è così importante da giustificare il dono totale di una vita; che l’amore di Dio non è così arricchente da portare a pienezza un’esistenza umana. Nello stesso tempo, la vita dei preti celibi dovrà tendere alla vita comune e non solo per motivi pratici. Al vangelo non interessa solo la formazione di persone individualmente sante; interessa invece l’edificazione del Cristo totale, capo e corpo; interessa “che il nome di Dio sia santificato, che il suo Regno venga, che la sua volontà sia fatta”; interessa il cambiamento del mondo e della società degli uomini secondo una logica evangelica, cioè di solidarietà, di scambio generoso, di amore. Ora, ciò che cambia davvero il mondo sono le esperienze di comunione che hanno in sé la forza di mettere insieme persone diverse e di suscitare il desiderio di imitazione. Uno dei nostri limiti di preti è che tendiamo a essere un po’ ‘orsi’; siamo abituati a vivere da soli e non abbiamo la necessità di limare il carattere, di imparare l’affabilità, di controllare gli impulsi, di ascoltare e dare credito agli altri… tutte cose che sono inevitabili quando si vive insieme. Marito e moglie sono costretti tutti i santi giorni a misurarsi tra loro e questo li costringe, lo vogliano o no, a rinunciare ad alcuni desideri o possibilità, a diventare attenti alle necessità dell’altro, a misurare i propri programmi con le disponibilità degli altri. È una disciplina difficile quella del vivere insieme, che s’impara lentamente e che può essere sostenuta solo da un amore sincero. Ebbene, di questa scuola abbiamo un bisogno grande.

Una delle lagnanze che tornano più spesso nei nostri confronti e che finiscono davanti al vescovo riguarda il tratto brusco, aggressivo, sgarbato dei nostri comportamenti; le parole offensive che diciamo; il bisogno di tenere sotto controllo tutto e tutti; l’affermazione del nostro ‘potere’ di preti e il disinteresse nei confronti dei pareri degli altri. Quando lo si fa notare con tutta la delicatezza possibile, l’interessato cade dalle nuvole e nega di essere quello che appare agli occhi degli altri. E sono convinto che lo neghi sinceramente; lo nega perché non se ne accorge; non se ne accorge perché non è abituato a misurarsi con gli altri; perché nessuno lo ha mai confrontato e costretto a chiedere scusa. Ci portiamo dentro, come tanti, delle nevrosi piccole o grandi legate a esperienze del passato; e le nevrosi provocano comportamenti illogici, non equilibrati, che gli altri faticano a capire e accettare: siamo scostanti e ci illudiamo di essere solo giusti; esercitiamo una forma di dominio e ci sembra di fare solo il nostro dovere. Il che rende impossibile ogni vero cambiamento e conversione. La vita comune sarà, per i preti del futuro, una scuola preziosa che affianca la disciplina teologica e spirituale del seminario. Se ripercorro il corso della mia vita, debbo riconoscere che non mi sono mai state imposte delle ‘obbedienze’ difficili; forse per questo non ho grande voglia di comandare. Sono abbastanza orgoglioso da pensare che non ho bisogno dell’obbedienza degli altri per sentirmi bene con me stesso. Quando chiedo l’obbedienza, come nel caso dell’Iniziazione Cristiana, lo faccio per dovere, perché il presbiterio bresciano sia unito e non ci siano ‘battitori liberi’ che vanno per una propria strada creando impicci e difficoltà agli altri. Mi ha interessato, e m’interessa davvero molto, che i preti bresciani siano un cuore solo e un’anima sola, immagine di quella Chiesa che deve diventare a sua volta riflesso della comunione trinitaria. Per questo ho sofferto di coloro – per fortuna pochi! – che preferiscono fare dei cammini pastorali autonomi, giustificandosi col riferimento ad altri vescovi o ad altre forme di pastorale. Il futuro chiederà di andare in questa direzione: una percezione sempre più intensa dell’unità del presbiterio che insieme, in solido, ha la responsabilità della pastorale diocesana, con una flessibilità molto maggiore di quella attuale, con forme di sinodalità sempre più ampie e quindi con il coinvolgimento di tutti nelle riflessioni, nel discernimento, nelle decisioni. Ho toccato in questa omelia quelli che la tradizione chiamava i consigli evangelici nella forma presbiterale: il celibato per il Regno di Dio, la sobrietà nello stile di vita, l’obbedienza come forma di comunione presbiterale. Queste scelte mi sono state consegnate già nel cammino del seminario ed erano chiare fin dall’inizio ma debbo riconoscere, con vergogna, che sono ancora ben lontano dall’averle assimilate del tutto. Spero, se il Signore mi darà qualche tempo ancora, di potere dedicarmi alla preghiera per voi e per me, al ministero della riconciliazione, alla predicazione del vangelo – senza altri compiti. Aiutatemi ancora con la vostra preghiera e con il vostro affetto; ho bisogno dell’uno e dell’altro.

Nei mesi scorsi ho ricevuto due appelli che desidero trasmettervi, dal Mozambico e dall’Albania. In Mozambico, come sapete, opera don Piero Marchetti Brevi, in Albania don Gianfranco Cadenelli; entrambi sono soli; in entrambi i paesi le necessità pastorali sono enormi. Desidero con tutto il cuore rinnovare l’appello missionario per queste comunità. È vero che siamo a corto di preti anche a Brescia; che il numero dei nostri preti sta calando.

Ma è anche vero che continuiamo ad avare una media di preti molto più alta che nel resto del mondo. E sono convinto, come ho detto altre volte, che un prete ‘fidei donum’ non è un prete perso per la pastorale diocesana: è un prete donato alla Chiesa universale e questi doni sono sempre fecondi. Non c’è bisogno che tiri io stesso le conseguenze. Se qualcuno è disponibile a partire, lo dica; da parte mia, sarò solo contento di poter mandare preti in missione. Credo faccia parte di questa dinamica anche i preti che la nostra diocesi dona per altre diocesi come vescovi: don Ovidio Vezzoli, che è donato a Fidenza, don GianMarco Busca a Mantova, don Carlo Bresciani a San Benedetto del Tronto.

S.E. Luciano Monari

Via: La Voce del Popolo

LABMISSIO 2017 – Dai Popoli al Popolo di Dio

Esodo: una storia che continua

Perché parlare di Esodo nel LABMISSIO di quest’anno? La scelta è evidentemente fondata su una lettura della realtà che stiamo vivendo, quella di popoli che si mettono in cammino verso una Terra Promessa, dove sperano trovare la vita che è loro negata nei Paesi di residenza. Quotidianamente siamo confrontati con questa realtà, dura da vivere e non semplice da condividere.

Noi del CMD pensiamo che una riflessione comune, delle forze missionarie della Chiesa bresciana, sull’Esodo, non solo come storia passata di un popolo particolare, come è stato il popolo d’Israele, ma come PARADIGMA del cammino e della storia di tutti i popoli e quindi anche della nostra, che questa riflessione, dunque, possa aiutarci a discernere i passi di Dio nel nostro oggi.

Come per la scorsa edizione ci ritroveremo al pala Brescia in Via San Zeno e anche quest’anno saranno diversi linguaggi ad accompagnare la giornata:

  • Preghiera – Gruppo teatrale oratorio di Ghedi
  • Testimonianza – Giovanni e Chiara Balestrieri e P.Gerardo Sanchez
  • Racconto – Vescovo Luciano Monari
  • Reading Musicale – Antonella Mattei

Ci sarà poi la possibilità di un pranzo a buffet, in collaborazione con l’Associazione Croce del Sud.

Nel pomeriggio ci saranno tre laboratori tematici in cui ci si confronterà sulle tematiche legate al tema del LabMissio.

É Cristo che vive in me

Omelia del Vescovo Luciano Monari nella Veglia Palme – Piazza Paolo VI, 08 aprile 2017

Nel diario di Etty Hillesum al giorno 12 luglio 1942, domenica mattina, si legge così:

“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte, per la prima volta, ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con il peso delle mie preoccupazioni per il domani… Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare, in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini…. tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.”

Etty Hillesum è un’ebrea olandese, non praticante. Come tutti gli Ebrei olandesi patisce le restrizioni sempre più gravi imposte dagli invasori nazisti; finirà nel campo di smistamento di Westerbork, poi ad Auschwitz dove morirà il 30 novembre 1943. In questa situazione, la più angosciante che si possa immaginare, quando ogni giorno c’è la possibilità concreta di essere deportati, quando si sa che quel giorno verrà e che è solo questione di tempo, in questo contesto Etty riuscirà a dare alla sua vita un senso umano ricchissimo. Nel campo di concentramento diventerà, come dice lei stessa, il cuore della baracca; e cioè immetterà nelle baracche degli Ebrei alla vigilia della deportazione dei sentimenti umani, delle parole umane, dei gesti umani. In questo modo, dice ancora, aiuterà Dio a rimanere nel mondo come sorgente attiva di bene – attraverso di lei. L’espressione ‘aiutare Dio’ è evidentemente paradossale: Dio è onnipotente, egli fa scendere nella morte e fa risalire; tutto è nelle sue mani. Eppure rimane vero che Dio agisce nel mondo attraverso le creature: attraverso gli elementi della natura che seguono leggi, rigide o probabilistiche che siano. Ma soprattutto attraverso gli uomini che operano con coscienza e libertà e che possono lasciarsi riempire dalla sapienza e dall’amore di Dio e operare in modo che la sapienza e l’amore di Dio diventino rilevanti nel mondo. Dio può certo manifestare la sua provvidenza nel sole che sorge ogni mattina e che illumina buoni e cattivi, giusti e ingiusti; ma per manifestare appieno il suo amore ha bisogno di un cuore umano che, mosso da Dio, sappia amare e che immetta questo amore nelle parole scambiate con gli altri, nelle strutture sociali, nelle scelte piccole e grandi della vita. Così Etty ha aiutato Dio; accostando le madri angosciate per la sorte dei loro figli con loro, ha trasmesso loro un frammento di consolazione, un attimo di umanità; ha donato un sorriso a coloro che erano giustamente risentiti nei confronti del Terzo Reich, nei confronti degli uomini, della vita, del mondo. Ha mantenuto nei confronti dei militari tedeschi che sorvegliavano il campo uno sguardo non ottenebrato dall’odio, uno sguardo che riusciva a rimanere umano in una situazione disumana. È stata grande.

Ma perché, mi direte, tiro fuori Etty Hillesum? Abbiamo pregato col Magnificat, la preghiera di Maria; sto allora andando fuori tema? “L’anima mia magnifica il Signore”, così inizia la preghiera. Magnifica, dunque proclama che il Signore è grande. E però ‘magnificare’ significa prima di tutto ‘fare grande, rendere grande’ qualcuno o qualcosa; e anche il verbo greco del testo originale, megalùnein, significa prima di tutto ‘fare grande’. Si può dire che Maria ‘fa grande Dio’? Forse che Dio non è grande abbastanza per conto suo e ha bisogno di una creatura per mostrare quanto vale? Maria sa di essere ‘umile’; non prendete qui l’umiltà come una forma di virtù, ma come il riconoscimento di essere piccola davanti a Dio. Maria sa di essere una semplice creatura e che la verità della creatura è di essere fatta di terra, debitrice di tutto ciò che è, come di tutto ciò che possiede e può fare. Nessuna grandezza autonoma, dunque. Eppure Dio ha rivolto lo sguardo a lei, le ha parlato, l’ha chiamata a diventare la madre del Messia promesso nei secoli, a diventare la madre del Figlio di Dio fatto uomo, a dare una carne umana alla Parola di Dio perché la volontà di Dio prenda dimora nella storia umana. Domanda: l’Incarnazione – cioè il fatto che in Gesù Dio stesso sia presente nel mondo in una forma umana – rende più grande Dio? Certo, non rende Dio più grande in se stesso. Eppure con la presenza di Gesù c’è nel mondo una traccia di Dio che prima non c’era; gli uomini possono ascoltare una parola di Dio che prima non c’era; il male del mondo è affrontato e vinto in modo incredibile, con la croce – che prima non c’era. L’incarnazione non cambierà Dio ma certo cambia il mondo e introduce Dio nel mondo con una profondità e una densità nuova. Sì, Maria ha aiutato Dio perché attraverso di lei l’amore di Dio, la misericordia di Dio, il perdono di Dio hanno raggiunto e abbracciato il mondo in modo nuovo.

A questo punto, posso scoprire le carte: m’interessa che Dio sia presente nel mondo, che il mondo prenda la forma dell’amore e della santità di Dio. M’interessa che l’odio sia vinto dall’amore, che la disperazione sia assorbita nella speranza, che la cattiveria sia sanata dalla bontà; m’interessa che il mondo non distrugga se stesso lasciando campo libero all’ingiustizia e all’indifferenza. M’interessa la salute del mondo. Non m’interessa ormai più tanto per me stesso, perché la mia vita l’ho vissuta con grande gioia e con qualche fatica, come tanti. M’interessa per voi e per il mondo. E’ uno spettacolo da ammirare il sorgere del sole al mattino o il distendersi della Via Lattea in una notte d’estate; ma è uno spettacolo ancora più ammirevole un uomo capace di amare e di donare, di dimenticare se stesso e di comunicare sicurezza agli altri, un uomo che cresce ogni giorno in saggezza, semplicità, affabilità, amore. Sento ripetere dai politici americani che qualunque traguardo può essere raggiunto pur di volerlo con determinazione e costanza. Ma mi chiedo: cosa significa ‘qualunque traguardo’? Forse che un desiderio, per il fatto di essere forte, sarà anche giusto? O un sogno, per il fatto di essere bello, sarà anche vero? Posso desiderare ogni cosa? giustificare ogni cosa? Nel 46 a. C. Giulio Cesare celebrò a Roma quattro trionfi – sulla Gallia, sull’Egitto, sul Ponto, sull’Africa; trionfi magnifici come meritavano tante splendide vittorie; ma trionfi che sono costati fiumi di sangue, e che hanno il loro simbolo e sigillo supremo nello strangolamento sul Campidoglio di Vercingetorige, il vinto. Non sto giudicando Giulio Cesare; sto giudicando i miei desideri per riuscire a discernere quelli giusti da quelli sbagliati. Quelli giusti sono quelli che mi rendono più umano, quelli che contribuiscono al bene anche degli altri, quelli che tengono conto degli effetti di ciò che faccio sulle generazioni future. Le altre considerazioni – il mio successo, la ricchezza acquistata, il benessere garantito, la vittoria sugli avversari… tutto questo viene dopo e non pareggia il conto con una disumanità distratta. Continuo ad ammirare Giulio Cesare come generale, come politico, come scrittore e oratore, ma mi chiedo: Ha reso migliore il mondo? e non so rispondere.

Su Maria, su Etty Hillesum, su una marea di persone che ho conosciuto e stimato, non ho invece dubbi: hanno reso grande Dio, hanno allargato lo spazio di Dio nel mondo degli uomini. Questo dovete fare; desiderate essere ingegneri, attori, campioni dello sport, cantanti, ricercatori, giornalisti, politici, imprenditori…? Va tutto bene; ma va bene se, per queste vie, allargherete lo spazio di Dio in mezzo agli uomini. E come si fa? Possibile che possa accadere a noi quello che è accaduto a Maria? Se pensate all’apparizione di un angelo posso dirvi che è altamente improbabile, ma posso dirvi anche che non è nemmeno necessaria. La cosa più importante è che Maria ha ascoltato la parola di Dio e ha messo la propria vita a disposizione di quella parola, perché quella parola potesse correre nelle strade del mondo:

“Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga a me secondo la tua parola.”

Questo lo possiamo fare anche noi, a condizione di ascoltare la parola di Dio. Sì, mi dirà qualcuno; come fosse facile da trovare, la parola di Dio! E’ vero: non è facile discernere la Parola di Dio in mezzo alla confusione di parole che rintronano ai nostri orecchi. Ma la difficoltà non viene dal fatto che Dio non parli; viene dal fatto che il nostro orecchio e il nostro cuore sono ingombri di tali e tanti interessi che lo spazio per l’ascolto di Dio è striminzito, quasi nullo. Si legge nel vangelo di Giovanni (è Gesù che parla): “La mia dottrina non è mia ma di colui che mi ha mandato. Chi vuole fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio; o se io parlo da me stesso.” Traduco: ti deve stare a cuore conoscere e fare la volontà di Dio; ma ti deve interessare davvero – più delle altre cose, più che diventare importante, più che ‘realizzare te stesso’, più che avverare i tuoi sogni. Se hai questa volontà dentro di te, dice, saprai discernere se le parole di Gesù, se le sue proposte, se il suo stile di vita viene da Dio o no. Devi rientrare in te stesso e chiederti quali sono i tuoi veri desideri; poi devi confrontare questi desideri con la possibilità che in te si compiano i desideri di Dio. Questa sincerità del cuore renderà il tuo cuore capace di capire, di distinguere, di valutare, di scegliere. E quando avrai scelto, ti accorgerai con stupore e con gioia che ‘sei stato scelto’ e cioè che la decisione della tua coscienza non è stata arbitraria, nemmeno è stata determinata da tuoi interessi evidenti o nascosti, ma è stata guidata da qualcosa di più grande di te; sant’Agostino direbbe: dalla luce della Verità; si potrebbe anche dire: dal fascino del Bene. La verità, il bene – una volta riconosciuti – s’impongono con la loro forza; dire di sì alla verità, mettersi al servizio del bene è la realizzazione più alta dell’esistenza umana. Paradossalmente – ma poi nemmeno così tanto – realizziamo noi stessi non quando ci proponiamo come scopo della vita di realizzare noi stessi, ma quando l’obiettivo cui tendiamo è la conoscenza della verità e il compimento del bene. È vero che la nostra conoscenza della verità è sempre incompleta; è vero che il bene che riusciamo a compiere è sempre imperfetto. Ma questo non cambia in nulla quello che abbiamo detto; ci fa solo riconoscere che la nostra vita è un cammino di crescita incessante, che non raggiunge in questa vita un traguardo definitivo, un punto dove il riposo del divano prenda il posto dell’impegno. Questa condizione ci obbliga a essere umili, ad allontanare ogni arroganza che potrebbe nascere in chi si ritiene detentore della verità e possessore del bene; ma questo non ci conduce a nessuna forma di scetticismo o di nichilismo che sono sentimenti paralizzanti.

Maria ha ascoltato la parola di Dio trasmessagli dall’angelo; l’ascolto è stato reso maturo dalla fede e la fede ha reso Maria madre. Madre di che cosa? Della Parola di Dio che si è fatta carne in lei. Prendo una parola dalla lettera di Paolo ai Corinzi; dice:

“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa, la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.”

Sono parole di Paolo ma noi le riconosciamo come parole che, attraverso Paolo, vengono da Dio. Bene, supponiamo che uno di voi, affascinato da queste parole, le metta in memoria, le accarezzi, le custodisca gelosamente; poi che valuti i suoi sentimenti alla luce di queste parole imparando a distinguere i sentimenti che nascono dall’amore e quelli che nascono invece dall’odio; poi che tenti di vivere queste parole, di metterle dentro ai suoi pensieri, ai suoi desideri, ai suoi comportamenti. Che cosa ha compiuto in questo modo? Ha offerto alla parola di Dio una carne umana perché in quella carne la parola di Dio potesse entrare nel mondo, nella società; ha trasformato la sua esistenza umana dandole la forma della parola di Dio. Proprio così: quando siete pazienti e benevoli, quando gioite del bene degli altri senza invidia, quando dimenticate un po’ voi stessi e vi fate carico del bene degli altri, quando dimenticate il male ricevuto e rifiutate ogni compromesso ingiusto, voi state offrendo a Dio uno spazio nel mondo: lo spazio costituito dalla vostra stessa vita. Arrivo allora alla lettera di san Giovanni:

“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio… Noi abbiamo riconosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.”

Proprio così: la dimostrazione che Dio esiste e che Dio è amore siete voi, nella misura in cui l’amore di Dio prende spazio dentro di voi e nelle vostre decisioni; l’ostacolo alla scelta di fede siamo ancora noi, nella misura in cui non ci lasciamo trasformare dall’amore di Dio nelle relazioni che stabiliamo con gli altri, nello studio, nel lavoro, nella responsabilità politica, nell’uso del denaro, nella sessualità, nell’uso del tempo, nella scala dei valori che determinano le nostre scelte.

“L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome.” Le grandi cose che Dio ha compiuto in Maria sono Gesù: Dio in forma umana, uomo plasmato dallo Spirito di Dio. Ebbene, il senso della vita cristiana è simile a quello della vita di Maria: dobbiamo ‘edificare il corpo di Cristo’ e cioè assumere insieme la forma di Cristo: la mitezza, la misericordia, il coraggio, l’amore oblativo. Questo obiettivo deve nutrire il nostro desiderio e illuminare le nostre decisioni. Mantenendo un’umiltà sincera perché è da Dio solo tutto il bene che è nel mondo. Maria diventerà allora una maestra di vita e ci aiuterà a vedere che non sono i grandi a fare la storia della rivelazione di Dio nel mondo, ma i piccoli, quando custodiscono la fede e l’amore; non i prepotenti, ma i miti, quando hanno in Dio il coraggio di amare e di mettersi in gioco. Nel suo messaggio per la GMG papa Francesco ci invita a vivere la vita non come un vagabondaggio che non ha senso, direzione, scopo ma piuttosto come un pellegrinaggio che ha un orientamento preciso: Gesù Cristo. È verso Gesù Cristo – colui che ha dato la vita per noi – che tende il nostro cammino; vorremmo giungere a dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo; è Cristo che vive in me.” Parafrasi: non sono più i desideri arbitrari e capricciosi che determinano i miei comportamenti; sono invece i sentimenti che nascono in me dall’incontro con Cristo – sentimenti di amore e di misericordia, di fedeltà e di generosità, di nobiltà d’animo. Scrive il Papa: “Gesù vi chiama a lasciare la vostra impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, la vostra storia e la storia di tanti.” Il Signore ha compiuto per Maria grandi cose; vuole compiere opere simili per noi. Possa il nostro cuore essere così nobile da permettere a Dio di rivelare in noi il suo amore, di santificare in noi il suo nome.

S.E. Luciano Monari

Via: diocesi.brescia.it

Grande successo per la V Notte delle Chitarre!

Lo scorso sabato 1 aprile, si è tenuta la quinta edizione della “Notte delle chitarre”. Nella prestigiosa cornice del teatro dell’oratorio S.Luigi di Leno, si sono alternati sul palco chitarristi diversi con stili diversi, dando vita ad una serata piena di musica. Dal blues al rock classico al metal più estremo, è stato possibile assistere ad un’esplosione di suoni e di colori, dove a “cantare”, erano letteralmente le chitarre.

L’idea di questa manifestazione ideata e presentata da Attilio D’Agresti, ormai al suo quinto anniversario, è quella di avvicinare appassionati e non, al mondo della “sei corde”, dando la possibilità a ciascun chitarrista di suonare i brani che preferisce,  esprimendo al meglio la propria passione. L’obiettivo unico di questa manifestazione è suonare per divertirsi. Sul palco si sono esibiti Attilio D’Agresti, Mosy Regorel, Lorenzo Sbarbada, Davide Cavalli e Gabriele Messena. La serata è stata inoltre impreziosita dalla partecipazione di Eugenio Curti, chitarrista professionista che vanta prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Robben Ford e Rossana Casale (solo per citarne alcuni), nonché apprezzatissimo docente di chitarra in diverse scuole della provincia.

Il successo della manifestazione è stato possibile grazie a Don Davide, a Mario Sabaini per il promo video e alla straordinaria collaborazione di Stefano, Zico, Gabriele e Lorenzo, che hanno garantito un’ottima qualità in ambito audio e luci.

La sesta edizione della notte delle chitarre è già in cantiere, e sarà ancora più ricca di sorprese. L’appuntamento è per il prossimo anno! Rock on!

Attilio

Guarda le immagini della serata:

La V Notte delle Chitarre

Pasqua 2017

Di seguito trovate gli appuntamenti principali per la Settimana Santa. Tutti gli appuntamenti, anche quelli non segnati in questo articolo, sono presenti nel nostro calendario.

Venerdì 7
Primo venerdì del mese: ore 08.30-09.30 adorazione eucaristica; ore 15.30 in chiesa parrocchiale Via Crucis. Ore 18.30 S. Messa per i “figli in cielo” e le “famiglie ferite” segue adorazione fino alle ore 08.00 di sabato.
Ore 20.30 Via Crucis vivente a Porzano.

Sabato 8
Confessioni ragazzi del catechismo IV-V-VI-VII anno. Ore 17.00 Confessioni a Porzano.

Domenica 9
DOMENICA DELLE PALME. A Leno ore 09.45 benedizione dei rami d’olivo all’oratorio con processione alla chiesa parrocchiale e S. Messa.
A Porzano: ore 10.30 p.zza Corte benedizione rami d’olivo e processione alla chiesa;
a Milzanello ore 10.00. ICFR 1 ore 15.00 in Oratorio. Ore 16.00 in canonica incontro Azione Cattolica.

Lunedì 10
INIZIO DELLA SETTIMANA SANTA. Ore 08.30-09.30 ufficio di lettura e lodi con i sacerdoti e le suore, adorazione. Confessioni: dalle ore 09.00 alle 12.00 e dalle 15.15 alle 19.00.

Giovedì 13
Confessioni: dalle ore 09 alle 12 e dalle 15.15 alle 19.00. Sospeso il catechismo in occasione della festa di Pasqua.
Ore 16.00 Messa per ragazzi e anziani.
Ore 20.30 Messa in Cena Domini con la lavanda dei piedi, segue l’adorazione notturna.

Venerdì 14
Confessioni: dalle ore 09 alle 12 e dalle 15.15 alle 19.00. Ore 15.00 VIA CRUCIS.
Ore 20.30 Celebrazione della Passione del Signore e bacio del Crocifisso.

Sabato 15
Confessioni: dalle ore 09.00 alle 12.00 e dalle 15.15 alle 19.00;
Confessioni a Porzano dalle ore 15.00 alle 19.00; confessioni a Milzanello dalle ore 17 alle 18.00;
Porzano: Veglia pasquale ore 21.00. Milzanello: Veglia pasquale ore 21.00.
Leno: Veglia pasquale con Battesimo-Cresima e Prima Comunione di catecumeni adulti ore 21.00.

Domenica 16
PASQUA DI RISURREZIONE
Sante Messe orario festivo. Ore 17.45 Vespri solenni a Leno. Ore 17.00 a Porzano. È sospeso il catechismo.

Lunedì 17
Lunedì dell’angelo. Orario Sante Messe: a Leno 07.30 – 09.00 – 10.30 – 18.30, a Porzano ore 08.00 – 10.30.

Settimana Santa a Milzanello

Domenica delle Palme, 9 aprile
Ore 10.00: ritrovo in piazza dei caduti. Benedizione degli ulivi e Processione verso la Chiesa Parrocchiale e Celebrazione della S. Messa.

Martedì Santo, 11 aprile
Ore 20.30: Via Crucis per le vie del paese. Ritrovo: cascina Palazzo.

Giovedì Santo, 13 aprile
Ore 20.30: solenne celebrazione della Messa “In Coena Domini”. Al termine possibilità di rimanere in Chiesa per l’Adorazione fino alle 22.30

Venerdì Santo, 14 aprile
La Chiesa sarà aperta dalle ore 10.00 alle 11.30 per l’Adorazione. Ore 15.00: Via Crucis in Chiesa. La Chiesa rimane aperta fino alle ore 18.00 per l’Adorazione. Ore 20.30: Azione Liturgica della Passione e Morte del Signore.

Sabato Santo, 15 aprile
La Chiesa rimane aperta dalle 10.00 alle 11.30 e dalle 16.00 alle 18.00 per la venerazione del Cristo morto.
Confessioni dalle ore 17.00 alle ore 18.00
Ore 21.00: Solenne Eucarestia della Veglia Pasquale.

Domenica di Pasqua, 16 aprile
Ore 10.00: Santa Messa solenne della Risurrezione del Signore

Lunedì dell’Ottava di Pasqua, 17 aprile
S. Messa festiva alle ore 10.00

Risorgi nel tuo cuore, esci fuori dal tuo sepolcro. Perché quando eri morto nel tuo cuore, giacevi come in un sepolcro, ed eri come schiacciato sotto il peso della cattiva abitudine.
Risorgi e vieni fuori!

Sant’Agostino

Chiesa di Dio, popolo in festa

Tra le case ove ferve la vita ce n’è una con la porta aperta per chi vuole entrarvi: la CHIESA.

È la casa dei Figli di Dio, la grande famiglia umana. Eccoci, siamo venuti! Meglio dire: “Siamo stati convocati”.

Il Vescovo è tra noi, il suo saluto è augurio di pace ricambiato con gioia. È festa oggi, domenica particolare; si celebra a Porzano “la dedicazione della Chiesa Parrocchiale”, edificata da oltre 250 anni. Noi di Leno vi siamo legati.

La liturgia ha similitudine a quella battesimale. La Benedizione dell’acqua con l’aspersione dà inizio alla cerimonia: è la Benedizione del Popolo Santo, pronto ad accogliere la Parola di Dio di questa sesta domenica del Tempo Ordinario. “Voi siete il Sale della terra… Voi siete la Luce del mondo…” è parola del Signore proclamata dall’ambone; l’assemblea ascolta in piedi e, con la sua risposta, manifesta il Volto di Amore del Padre. Il canto delle Litanie dei Santi unisce la Chiesa della terra alla Chiesa del Cielo; è un coro stupendo di voci che ripetono “prega per noi” Maria la Madre di Gesù e Madre nostra apre lo stuolo di Santi. San Martino, nostro patrono intercede per noi, “pietre vive”.

Segue profondo, commosso silenzio: il Vescovo unge con il Sacro Crisma le pareti della Chiesa, le colonne sulle quali verranno affisse le dodici croci: è il segno visibile del Mistero di Cristo e della Chiesa Sua Sposa. Ora il fumo dell’incenso sale gradito a Dio, è profumo di Cristo. Un fascio di luce avvolge il Sacro Tempio. La “Luce di Cristo” illumina l’edificio, il volto, il cuore di tutti i presenti chiamati ad essere “la luce del mondo”.

La chiesa risplende ed è tutta bella d’arte, d’armonia. Alla nostra Chiesa particolare si addicono le espressioni stupende dedicate alla Chiesa Universale: “Chiesa Santa, vigna eletta del Signore, Chiesa Beata, dimora di Dio, Chiesa Sublime, ove splende perenne la lampada dell’Agnello”, lieta risuoni la Liturgia di Lode e la Voce degli uomini; da te salga “la preghiera incessante per la Salvezza del mondo”.

Sr. Maria Pia

Guarda le immagini della cerimonia:

Consacrazione della chiesa di Porzano