Bentornato al gruppo A.I.D.O.

“Vi darò un cuore nuovo
metterò dentro di voi
uno spirito nuovo”

Dopo qualche mese di inattività, si è ricostituito il 20 novembre 2016 il gruppo comunale A.I.D.O. “Giuseppe Pavia” di Leno.

Una realtà con una storia così significativa alle spalle non poteva di certo rimanere inattiva a lungo… e infatti, grazie all’impegno di nuove forze, tra cui molti giovani, l’Associazione ha potuto ricominciare ad organizzare iniziative ed eventi, finalizzati alla diffusione del messaggio di sensibilizzazione alla donazione di organi, ed all’informazione alla cittadinanza affinché possa esprimere in maniera piena e consapevole il proprio consenso o diniego in merito alla donazione di organi.

Il nuovo gruppo si è prontamente messo all’opera per elaborare un calendario di appuntamenti per il primo semestre 2017, che ha visto come inizio i due eventi dell’8 marzo: il mattino un incontro con gli studenti dell’I.I.S. V. Capirola, e la sera la testimonianza di due rappresentanti del centro Antiviolenza “Casa delle Donne” di Brescia durante una serata musicale Pro A.I.D.O. presso la pizzeria Oasi, in occasione della Festa della Donna.

Sono già in fase di preparazione le prossime manifestazioni, tra cui:

– il 7 maggio, partecipazione alla gara podistica “StraLeno”, ed a chi vorrà correre con noi regaleremo una t-shirt con il nostro slogan di sensibilizzazione;

– il 26 maggio,  collaborazione con il Comune di Leno per l’organizzazione di un incontro presso il teatro comunale, a tema “Alimentazione preventiva: un regalo che vale una vita!”. Si parlerà  di alimentazione sana, ma sarà anche l’occasione per presentare il progetto “Una scelta in comune”, cui l’Amministrazione Comunale ha aderito, e che consiste nella possibilità di esprimere, all’atto del rilascio o del rinnovo della carta di identità presso l’Ufficio Anagrafe, la dichiarazione di volontà alla donazione di organi e tessuti. Ospiti della serata, il Sindaco dott.ssa Cristina Tedaldi, il presidente A.I.D.O. provinciale prof.ssa Rosaria Prandini, rappresentanti delle Associazioni AVIS e A.N.T.O.

– a giugno, pellegrinaggio a Medjugorje.

Il nuovo direttivo risulta così composto: presidente Giulia Beschi, vicepresidente Vicario Ivano Saletti, vicepresidente Samanta Robecchi, amministratore Margherita Savio, segretaria Claudia Migliorati e sei consiglieri.

Vi invitiamo a partecipare alle nostre iniziative e seguirci sulla pagina facebook.

La sede sociale si trova attualmente presso l’Ospedale di Leno, ospite nel locale dell’Associazione LILT (in quanto la sede operativa A.I.D.O. è momentaneamente in ristrutturazione). Cogliamo l’occasione per ringraziare l’LILT per la gentile accoglienza.

Siamo aperti il mercoledì dalle ore 9.00 alle ore 12.00.

Per informazioni, non esitate di contattarci ai numeri 3331582024 oppure 3391008832.

Fr. Giuseppe Udeschini: testimonianza di P. Roberto ai funerali

Ho incontrato Fr. Beppi, per la prima volta, nel 1981 mentre, dai Campi Rifugiati in Zaire,  accompagnavo un gruppo di Seminaristi  all’Ordinazione di P. Pio Yubuta  che, a motivo della insicurezza che regnava ancora a Koboko, venne celebrata nel Seminario diocesano di Pokea.

Fr. Beppi era li, con i suoi operai che stavano riparando le aule di un settore che erano state semi distrutte dalla guerra.

Rimasi sbalordito nel vedere come questo Fratello, in un momento in cui la città di Arua era ancora tutta in rovina, quasi completamente disabitata, senza alcun negozio e ufficio governativo funzionante, riuscisse a rimettere a posto quegli edifici con tanta bravura e solerzia. Da allora incontrai  il Fr. Beppi in vari posti di Missione:  Maraca, Ombaci, Otumbari, Lodonga…

E  imparai a conoscerlo  e apprezzarlo sempre di più: Fr. Beppi  era stato capace fin da quando arrivò in Uganda per la prima volta, nel 1962, a raccogliere attorno a se un gruppo di  lavoratori che acquistarono un poco alla volta una grande  esperienza nei vari settori: muratori, falegnami meccanici, idraulici, elettricisti… senza contare la sua grande esperienza nel campo dell’ agricoltura che probabilmente aveva acquisito qui nella sua famiglia di origine. Famose erano le discussioni tra i Fratelli del West Nile nel vantare i migliori orti e le migliori vigne.

In più il Fratello possedeva una qualità spiccata nell’interessarsi delle loro famiglie: le conosceva una per una, le seguiva nei loro bisogni; si interessava delle malattie, dei problemi scolastici, partecipava ai momenti significativi come nelle feste dei ragazzi o in occasione di malattia o funerali…

Probabilmente la sua vocazione di “Fratello” lo agevolava in questo contatto semplice, quotidiano, “fraterno” con la gente con cui spendeva i suoi anni; senza fare prediche, senza imporsi, senza pretendere di insegnare, con una animazione fatta di vicinanza e di partecipazione.

In una parola, ho visto in Fr. Giuseppe Udeschini un bell’ esempio di quel numero di meravigliosi Fratelli che hanno lasciato tutto per andare in Africa a  “portare il Vangelo”  e con i quali abbiamo condiviso il grande ideale missionario sulla scia del nostro Fondatore: Daniele Comboni.

Alla luce dell’ideale del Comboni, l’ Uganda è avuto centinaia di questi Missionari: Padri, Fratelli, Suore; impegnati nella  Evangelizzazione, nella Catechesi, Promozione umana: Centri di catechesi, scuole, dispensari, ospedali, women’s clubs…. Un lavoro enorme. iniziato più di 100 anni fa, fatto con tanta pazienza e lungimiranza.

E il Fr. Beppi ha avuto anche la gioia di vedere i frutti di questo lavoro: Lodonga è stata l’ultima tappa del suo servizio missionario: in questa missione il fratello ha dato il meglio di sé: ricostruzione della casa parrocchiale, quella delle suore, asilo, dispensario… e soprattutto:

  • Ristrutturazione della Chiesa parrocchiale che P. Sartori aveva costruito e dedicato alla Madonna Sultana d’ Africa ottenendone dal Papa Giovanni XXIII  il titolo di Basilica (prima volta nell’ Africa sub sahariana).
  • Il Centro di Formazione per Catechisti voluto con tanta lungimiranza dal Vescovo Drandrua che voleva assicurare alle comunità cristiane della diocesi leaders ben preparati e capaci .
  • Il grande e moderno Centro di Spiritualità per momenti di preghiera e di incontri per laici e religiosi.
  • Scuola Superiore per Ragazze dove poter agevolare l’istruzione alle ragazze in un ambiente a prevalenza musulmana.

…….. una vita lunga, intensa, vissuta con entusiasmo, senza interruzione…  fino alla fine quando un incidente di lavoro non risolto localmente lo ha riportato in Italia dove ha iniziato i penosi anni della malattia e della lotta contro il tumore.

A te , carissimo Fr. Beppi, una parola di ringraziamento e di plauso da parte dei missionari  con cui hai  condiviso le gioie e i dolori: alcuni ti hanno preceduto in Paradiso: P. Salvano,  Toni, Casella, Moser…. Tanti ti ricordano con stima e riconoscenza.

 Grazie infinite anche alla tua famiglia e alla tua Comunità parrocchiale di Leno: il Fratello ha ricevuto il dono della fede e il seme della sua vocazione a casa sua;  è ritornato qui spesse volte per ritemprare le forze e per chiedere quegli aiuti che gli hanno permesso di essere in Uganda testimone della vostra carità. La vostra numerosa presenza qui per l’ ultimo saluto testimonia quanto gli avete voluto bene….

Datecene  ancora di vocazioni: preti, fratelli, suore… che sappiano spendere la vita per diffondere nel mondo la fede e la carità che Cristo ci ha donato.

In Lui abbiamo sperato perché ci salvasse

Omelia del vescovo Luciano Monari nella Messa di Pasqua

Cattedrale di Brescia, 16 aprile 2017
Pasqua

I cristiani d’oriente si scambiano gli auguri pasquali non dicendo: “Buona Pasqua” o un saluto equivalente, ma dicendo: “Cristo è risorto” e rispondendo: “è veramente risorto.” La stranezza sta nel fatto che queste parole non sembrano costituire un augurio; richiamano sì un evento (la risurrezione di Gesù) ma non augurano nulla di preciso: né salute, né felicità, né lunga vita. Eppure in quel breve saluto sono racchiusi tutti i possibili desideri che possiamo nutrire per noi e per gli altri, tutti i possibili auguri. Dire che il Signore è risorto significa dire che l’oscurità della notte cede alla luce del giorno e quindi augurare la luce; che il male è stato sconfitto una volta per tutte dall’amore invincibile di Dio e quindi augurare la liberazione da ogni male del corpo e dello spirito; che le catene dell’orgoglio e dell’egoismo sono sciolte e quindi augurare la libertà del cuore; che il potere della morte è stato sconfitto e quindi intonare un inno di ringraziamento e di vittoria. Davanti alla risurrezione di Gesù possiamo dire con il profeta: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua grandezza.” Dio ha compiuto cose grandi in Gesù Cristo e noi benediciamo Dio perché la sua opera di vittoria diventi effettiva per ciascuno di noi, per tutti noi insieme. Ma che cosa significano realmente queste parole; che cosa significa in particolare il termine: ‘risurrezione’? Gesù non è tornato a vivere per morire qualche tempo dopo; è entrato in una condizione di vita nella quale la morte non ha più nessuna presa su di lui – non la malattia, non la vecchiaia, non la debolezza; è sfuggito alle dinamiche del mondo dove la morte rimane sempre come orizzonte ultimo della vita per entrare nella dinamica di Dio dove la vita non ha limite e non ha termine. Impossibile immaginare qualcosa del genere, che supera radicalmente la misura delle nostre esperienze. Possiamo dire di più?

Possiamo dire anzitutto che Gesù di Nazaret è vivo; in una forma diversa dal Gesù terreno, s’intende, ma proprio lui, Gesù, col suo corpo e il suo spirito, con le sue parole e i suoi gesti, con le relazioni che hanno arricchito la sua esistenza umana. Gesù appartiene al passato e allora gli storici si affaticano nel tentativo di comprendere la sua vita nel contesto della Palestina, al tempo di Cesare Augusto e di Tiberio; ma Gesù è realmente vivo oggi e allora i credenti possono entrare in relazione con Lui, ascoltando le sue parole – quelle del vangelo; sperimentando la sua opera di salvezza – nei sacramenti; rivolgendosi a lui nella preghiera per ringraziare e supplicare; consegnando a lui la loro speranza, certi di non rimanere delusi. Paolo poteva dire con parole stupende: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

Questa vita che io vivo nella carne, la vivo però nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato la sua vita per me.” Riconosceva, Paolo, di continuare a vivere ‘nella carne’ e cioè nella debolezza della condizione umana; e tuttavia affermava che misteriosamente Cristo aveva preso dimora in lui; che i suoi desideri, le sue decisioni, non erano più determinati dalla carne, cioè dell’egoismo e dalla volontà di affermarsi; provenivano, invece, dallo Spirito di Gesù, traducevano il desiderio di fare la volontà di Dio, di amare i fratelli, di sperare nella vita eterna.

Ma perché abbiamo bisogno di Cristo? È solo per un affetto personale, per un’abitudine sociale, per una tradizione religiosa? No: in Gesù Cristo e attraverso Gesù Cristo è Dio stesso che si è fatto vicino a noi, che ci ha amato in modo sensibile e concreto con parole e gesti umani, che ci ha offerto la riconciliazione nonostante i nostri peccati. Abbiamo bisogno di Cristo come abbiamo bisogno di Dio, del suo Spirito e della sua grazia; il Cristo risorto continua a essere il mediatore nel quale Dio e uomo s’incontrano, nel quale ci viene offerto uno spazio di libertà e di amore entro il quale giocare in modo positivo la nostra vita. Perché questo è il problema vero: ci troviamo a vivere senza averlo voluto ma, siccome siamo persone intelligenti, non riusciamo a vivere senza interrogarci: ha un senso la vita che vivo? c’è qualcosa che sono chiamato a realizzare? che uso voglio fare del tempo che ho, delle capacità che mi sono date, delle relazioni che vivo? Se non ci si pongono questi interrogativi, rimane solo il problema di inventare il modo migliore per ingannare il tempo; ma è davvero umano vivere senza chiedersi che senso abbia vivere? È davvero umano cercare un’emozione dopo l’altra per non cadere in depressione davanti alla banalità della nostra vita? Panem et circenses era, secondo Giovenale, il desiderio ansioso della plebe romana: qualcosa da mangiare e qualcosa con cui distrarsi – tutto qui?
Abbiamo ripercorso in questa settimana santa gli ultimi giorni della vita di Gesù, una vita drammatica, spesa facendo del bene, sanando quelli che erano schiavi del male.

Una vita che ha suscitato un’opposizione sempre più dura fino all’esito tragico della condanna a morte e della crocifissione; tutto, fuorché una vita banale. La Pasqua, la risurrezione è il sigillo che Dio stesso ha posto sulla vita di Gesù proclamandola come autentica, degna, pienamente umana. Aveva ragione Pilato quando, presentando il Gesù flagellato alla folla, diceva: “Ecco l’uomo!” L’uomo che Diogene, il cinico, cercava di giorno con la lampada accesa perché non riusciva a trovarlo nella persone che lo circondavano, non va cercato in alto, nelle stanze del potere; e nemmeno di traverso, nelle astuzie del piacere. Va cercato nella vita umile di chi confida in Dio e ripete ogni giorno il ‘sì’ alla vita; di chi cerca il bene, rifiuta la furbizia disonesta, non si perde in paradisi artificiali ma porta con pazienza il peso quotidiano della responsabilità verso gli altri. Di queste persone e della loro vita è modello Gesù di Nazaret, figlio di Dio e figlio dell’uomo. Quando dico che dobbiamo dare un senso degno alla nostra vita non intendo che dobbiamo fare cose grandi – come sarebbe il gestire fette ampie di potere; intendo che dobbiamo fare cose buone: lavorare con onestà e competenza, essere così sinceri e leali che gli altri possano contare su di noi, portare con pazienza le tribolazioni quotidiane, sciogliere i risentimenti con la riconoscenza per il dono della vita.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro, però, le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque abbia fatto un patto con la morte e si serva della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla forza del potere, sulla furbizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un contenuto di bontà a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte delle ambiguità del mondo e della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre cercavamo di percorrere un cammino di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

S.E. Luciano Monari

Colazione equa e solidale

Domenica 21 maggio, presso l’oratorio S. Luigi di Leno, si terrà l’ormai
consueto appuntamento della Colazione Equa e Solidale, in cui sarà
possibile condividere una gustosa colazione seguita da un aperitivo in
compagnia, che permetterà di scoprire e assaporare i prodotti del commercio
equo e solidale.

L’appuntamento della Colazione dà la possibilità di portare avanti il
sostegno a distanza di due bambini ruandesi, Tabita (quattordici anni) e
Bomide (tredici anni), tramite la Fondazione AVSI.

Grazie al supporto dell’adozione a distanza, Tabita e Bomide possono
proseguire il percorso di studi e completare la costruzione delle loro
case, inoltre è garantito a loro e alle rispettive famiglie l’accesso alle
cure sanitarie.

Parte del ricavato di questo evento è destinato anche ad un orfanotrofio
che accoglie duecentosettanta bambini dalle strade, in una baraccopoli di
Dacca, in Bangladesh.

Partecipando a questo evento sarà così possibile portare un aiuto concreto
a chi ne ha bisogno.

Vi aspettiamo numerosi!

Le bellissime bambole

Articolo redatto dagli utenti del C.D.D Collaboriamo di Leno

Mercoledì 8 febbraio siamo andati al laboratorio artigianale di Monte Dragone a Nave. Appena arrivati ci hanno accolto la signora Stefania e un altro signore con i loro due cagnolini. Entrati nel laboratorio abbiamo visto tante bambole molto belle che ci hanno subito colpito. C’era Pinocchio, Cenerentola tutta sporca di cenere ma molto bella; il gatto con gli stivali, Pippi Calzelunghe e c’era anche una cesta piena di stoffe per fare i vestiti alle bambole. Poi abbiamo proseguito nell’altra stanza dove c’erano degli scaffali pieni di bambole tutte nude e pelate.

C’erano anche degli gnomi,elfi, folletti e le streghe. In un punto della stanza c’era il forno verde e subito la signora Stefania ha iniziato a spiegarci come vengono realizzate  le bambole di porcellana. Vengono utilizzati degli stampi dove viene versata la porcellana liquida e questi stampi hanno un foro dove esce l’acqua. Lo stampo va messo nel forno a cuocere a temperature molto alte e per tante ore. Quando è cotta, lo stampo viene tolto dal forno e le forme vengono messe sugli scaffali. Poi si procede a rifinire le bambole. Stefania ci ha spiegato che alcune vengono dipinte a mano (gli occhi, la bocca, le lentiggini), altre presentano un buco sulla testa per infilare gli occhi e mettere i capelli, fissati con la colla. Nell’altra stanza c’erano, infatti un signore ed una ragazza che si occupano di vestire le bambole, mettere i capelli,pettinarle, aggiungere i vari accessori.

Un gruppetto di noi è andato nel giardino dove c’era un laghetto con i pesci e le rane. Abbiamo chiesto a Stefania da quanti anni svolge questo lavoro e ci ha detto ben 30 anni! Queste bambole,oltre ad essere molto belle,sono pezzi unici,una diversa dall’altra .Alla fine della visita la signora Stefania ci ha fatto un bellissimo regalo: una bambolina ciascuno che ci è piaciuta tanto. Inoltre , ci ha donato un libro delle fiabe scritto da una sua amica che ha costruito una fiaba utilizzando come personaggi le bambole e gli elfi realizzati nel negozio. Siamo stati molto contenti sia per la visita sia per i bellissimi regali ricevuti,ringraziamo ancora la signora Stefania ed i suoi collaboratori speriamo di poterli andare ancora a trovare,magari nel periodo estivo.

Silvana, Almici, Loredana, Lisa, Ylenia, Ravinder, Claudia, Emanuela e Giorgio

Giornata in memoria dei missionari martiri

Il 24 Marzo 1980, mentre celebrava l’Eucarestia, venne ucciso Mons. A. Oscar Romero, Vescovo di San Salvador nel piccolo Stato centroamericano di El Salvador. La celebrazione annuale di una Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri prende ispirazione da quell’evento, sia per fare memoria di quanti lungo i secoli hanno immolato la propria vita proclamando il primato di Cristo e annunciando il Vangelo fino alle estreme conseguenze, sia per ricordare il valore supremo della vita che è dono di tutti. Fare memoria dei martiri di ieri e di oggi è acquisire una capacità interiore di interpretare la storia oltre la semplice conoscenza. Come ogni anno la nostra Parrocchia ha commemorato l’evento con una S. Messa in loro suffragio celebrata sabato 25 marzo ore 18.30.

Secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides, nel 2016sono morti in modo violento 14 sacerdoti, 9 religiose, 1 seminarista, 4 laici. Per quanto riguarda la ripartizione continentale, in America sono stati uccisi 12 operatori pastorali (9 sacerdoti,  e 3 suore); in Africa sono stati uccisi 8 operatori pastorali (3 sacerdoti, 2 suore, 1 seminarista, 2 laici), in Asia sono stati uccisi 7 operatori pastorali ( 1 sacerdote, 4 suore, 2 laici), in Europa è stato ucciso 1 sacerdote.

A questi elenchi vanno aggiunta la lunga lista dei tanti, di cui forse non si avrà mai notizia o di cui non si conoscerà neppure il nome, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano con la vita la loro fede in Gesù Cristo.

Il coro è una metafora della vita

Stasera sono in ritardo, tra lavoro e famiglia, a volte ritagliarsi del tempo è un’impresa; il mio corpo anela al letto, ma il mio cervello è già in modalità ripasso spartito…
Inforco la bici e parto fischiettando le melodie delle canzoni che stiamo imparando per un ultimo ripasso al volo…
Nel salire le scale dell’Oratorio che portano alla nostra sala prove sento l’eco delle voci che si stanno riscaldando, sono tutti già in posizione; un saluto veloce, una strizzata d’occhio e subito concentrati.

Non avrei mai pensato di fare parte di un coro, se me l’avessero detto qualche anno fa, mi sarebbe spuntata in faccia un’eloquente quanto lapidaria smorfia tipo “ma ti pare il caso? ti rendi conto di cosa mi stai proponendo?”
E invece, casualmente, grazie al Coro San Michele di Leno, ho scoperto un mondo a me fino a poco fa ignoto, e al contempo un lato del mio essere che la mia parte razionale ha sempre celato: il canto.
É iniziato per gioco un sabato pomeriggio di tre anni fa; un gioco che poi si è trasformato in abitudine, ormai quasi un’esigenza.
Grazie all’accoglienza del gruppo e al sostegno del maestro Giacomo, cantare è diventato più di un semplice piacere, ma un modo per “rigenerarsi” e smaltire le stanchezze quotidiane.

Sembra un controsenso in termini, eppure è così… Ho scoperto anche che cantare (bene) non è facile come molti si aspetterebbero; non è “un gioco”…
Se vuoi fare qualcosa di più che emettere dei suoni quando sei sotto la doccia, oltre alla voce (che si allena e modella con l’esercizio e lo studio) serve impegno, passione e anche un po’ di fatica.
Giacomo durante le prove ci chiede spesso se “stiamo sudando”, diversamente significa che non ci stiamo impegnando abbastanza. La prima volta che l’ho sentito pronunciare questa domanda mi sono messo a ridere… Come è possibile che una persona ferma sul posto che apre “solo” la bocca e fa uscire un po’ di voce possa affaticarsi?
L’ho presto capito con l’esercizio…

Nel coro siamo tutti diversi, non è richiesta una particolare cultura o predisposizione per partecipare; C’è chi ha dimestichezza con le note da anni, e chi invece non ha mai affrontato uno spartito, ma questo conta poco: è un gruppo accolgiente, che da subito ti fa sentire a tuo agio, se hai volgia di metterti un po’ in gioco…

Quello che apprezzo di più nel cantare in un coro, però, è che per me il coro rappresenta una metafora della vita a livello sociale: siamo persone con background, storie, esperienze e capacità disparate, spesso cantiamo parti diverse, ognuno secondo la propria voce, spesso si stona, ci si ferma a parlare per capire come fare, ci si confronta e consiglia, si torna a capo e si ricomincia di nuovo.
A volte non è semplice, ma la dimensione che si riesce a raggiungere in certi momenti, a volte addirittura racchiusa in pochi istanti in cui ognuno con la propria voce contribuisce a quell’idilliaca sintonia, creando quella sensazione in cui tutte le fatiche svaniscono in un attimo.
E credo che sia tutto questo mix di aspetti che mi fa stare stare bene, stare bene insieme…

Raffaele

Perché dilaniarsi nel pianto?

Perché dilaniarsi nel pianto se la vita Le è stata generosa quanto a ricchezza d’anni e d’affetti, beni per nulla scontati, e se ora è nell’immortalità di Dio e le sue spoglie nell’immortalità della natura, che le adopera per rigenerare la vita stessa in nuovi fiori e nuove forme?

Non è dunque scomparsa, ma ci accompagna in un amore più grande, immenso quanto è quello della Carità Divina, profondo più della profonda umana disperazione: e ti è accanto il conforto di quei cuori illuminati che furono benedetti dalla presenza, fugace ed ormai estinte, ma non dimenticata, dell’anima che piangi come perduta.

Ma perché dirla perduta, se è il Buon Pastore che è giunto a ricercarla in questa vita per condurla all’ovile della beatitudine celeste?

Ella non era smarrita, ma troppo stanca per camminare ancora; e misericordioso il Signore l’ha presa in braccio, come altre volte aveva fatto nelle prove che il suo amore ci sottopone, e portata alla sua casa.

La morte non ci è nemica, ma ci è legge inesorabile, eppure essa non è sovrana dei nostri cuori, perché su di lei trionfa, sommo giudice, il Signore, e la pietà dello sguardo che volge alle miserie di noi uomini.

Ciò che in questa vita è addio, per noi non è che un arrivederci nella Gloria di Dio.

Enrico

Pensiero Stu-pefacente

Pensiero stu-pefacente

Incontri di sensibilizzazione alle dipendenze

11/05/2017: L’adolescenza e le sostanze
La serata sarà tenuta dalla dr.ssa Roberta Orsini psicologa psicoterapeuta affiancata dalla testimonianza di vita portata dal gruppo dei Narcotici Anonimi.

18/05/2017: L’adolescenza e le sostanze
Incontro tenuto dal dott. Davide Gorlani.

Gli incontri si terranno presso l’Oratorio San Luigi di Leno alle ore 20.30.

Porrò il mio Spirito dentro di voi

Omelia del vescovo Luciano Monari nella Veglia Pasquale

Cattedrale di Brescia, 15 aprile 2017
Veglia Pasquale

Abbiamo iniziato questa veglia pasquale fuori della cattedrale, in piazza, nel luogo profano dove ogni giorno le persone vivono, s’incontrano, lavorano. Lì, da un fuoco nuovo, abbiamo acceso un cero – simbolo di quella luce che illumina il mondo a partire dalla risurrezione di Cristo. Preceduti dal cero acceso, abbiamo fatto una piccola processione muovendoci da occidente verso oriente, dall’oscurità della notte verso il chiarore dell’alba. E’ stato il cammino che Gesù stesso ha percorso nella sua Pasqua, quando è passato dalla morte dolorosa sul Calvario alla vita incorruttibile della risurrezione. A motivo di Cristo e della sua risurrezione, questo è diventato anche il significato vero della nostra esistenza sulla terra: non un cammino inesorabile verso la morte, ma un passaggio che tende a Dio, alla sua vita. Il canto dell’Exultet pasquale ha allora invitato gli angeli e i santi, la terra intera, a gioire inondata di splendore perché “la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo.”

Poi, con gioia e attenzione, abbiamo ascoltato il racconto della storia della salvezza, la nostra memoria di fede. Ciascuno di noi ha una sua memoria personale, fatta degli eventi e delle persone che hanno contribuito negli anni a plasmare la sua vita. Ma tutti noi, insieme, abbiamo una memoria che ci accomuna e che risale addirittura all’origine stessa del mondo: è il racconto di quanto Dio, creatore e redentore, ha fatto per tutti noi. In questa notte abbiamo rinnovato questa memoria, ascoltando anzitutto il poema della creazione quando Dio, con la sua parola, ha fatto risplendere la luce di mezzo alle tenebre e ha creato uomo e donna a sua immagine e somiglianza.

Sappiamo, così, che non siamo al mondo per caso, per effetto di un intreccio anonimo di forze, ma chiamati dalla volontà sapiente di Dio. Con trepidazione abbiamo seguito Abramo sul monte della prova per imparare che anche in mezzo angoscia, possiamo continuare a confidare nella sapienza e nella fedeltà di Dio. Abbiamo ascoltato come i figli di Israele sono passati illesi attraverso le acque del mar Rosso e quel sentiero che poteva essere causa di morte è diventato invece per loro passaggio alla libertà e alla vita: “Mia forza e mio canto è il Signore – abbiamo cantato – egli è stato la mia salvezza.” Siamo popolo di Dio e Dio, attraverso la parola dei profeti, ci ha dichiarato il suo amore: “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto.” Sì, il Signore ha giurato amore eterno al suo popolo; la sua parola, che ci supera quanto il cielo è alto sopra la terra, ci ha confermato la promessa di fedeltà, di perdono, di vicinanza. Tutto questo, ormai, è diventato patrimonio della nostra memoria cristiana: fragili, peccatori, segnati dalla precarietà come siamo, sappiamo però di essere legati da un patto con un Dio buono e forte e fedele; con un Dio che ci ha promesso il suo Spirito e cioè la forza irresistibile della sua vita: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; porrò il mio Spirito dentro di voi.” Dunque dalla creazione, attraverso la liberazione, fino alla promessa dello Spirito di Dio come sorgente di un’esistenza nuova. Questo è il cammino magnifico della storia della salvezza.

Ebbene, in questa notte di Pasqua noi proclamiamo che tutto quanto era stato promesso è ora adempiuto nella morte e nella risurrezione di Gesù. E’ Lui, Gesù, il nuovo Adamo, inizio di una umanità nuova. Non solo Dio ha creato questo mondo affascinante; vuole anche condurlo a diventare partecipe della sua vita di santità e di amore, di bellezza e di verità. Ma non si tratta di una trasformazione che possa compiersi col semplice dinamismo dell’evoluzione; è una trasformazione che si sviluppa nel profondo del cuore, che fa appello alla libertà e alla responsabilità della creatura. È possibile al nostro mondo entrare nella vita di Dio solo se impara, il nostro mondo, ad amare come Dio ama, a essere misericordioso come Dio è misericordioso, a vivere nella comunione come Dio è comunione. Ebbene, questo è quanto ci è donato in Gesù: uomo come noi, è vissuto nel mondo mosso e guidato dallo Spirito Santo di Dio; è passato facendo del bene e liberando tutti coloro che erano sotto la schiavitù del male; ha patito una morte dolorosa e umiliante, ma l’ha trasformata in obbedienza al Padre e in amore agli uomini. Per questo Dio lo ha risuscitato, lo ha innalzato accanto a sé, lo ha reso partecipe della sua gloria e del suo potere di salvezza. Nel disegno di Dio Gesù è il primogenito di una moltitudine di fratelli; la sua risurrezione è pegno della nostra speranza. San Paolo potrà scrivere ai cristiani di Corinto: “Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.” Le cose vecchie sono le abitudini di cattiveria, di menzogna, di oppressione che sono iscritte nella storia dolorosa dell’umanità. Ora, nel Cristo risorto, sorge un sole nuovo, un giorno nuovo con la possibilità offerta a noi di vivere una vita nuova. È ancora Paolo che scrive: “un tempo… eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò da figli della luce” poi spiega: “il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.”

Quando siamo stati battezzati, ci è stata consegnata, con le parole del ‘Credo’, la professione di fede che questa notte rinnoviamo: è la nostra risposta filiale all’amore paterno di Dio. Sempre al momento del nostro battesimo, ci è stato insegnato il comandamento che vuole dirigere tutte le nostre scelte: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze… Amerai il tuo prossimo come te stesso.” Il cristianesimo è qui: credere nell’amore di Dio e rifiutare quel cinismo che considera illusione ogni pensiero di amore gratuito; sperare la vita eterna e quindi usare con libertà e con riconoscenza i beni terreni senza diventarne schiavi; amare sinceramente il prossimo e combattere ogni tentazione di ripiegamento egocentrico su noi stessi, sul nostro vantaggio privato. Può sembrare una cosa scontata, ma l’esperienza ci dice che credere nell’amore non è facile quando la violenza, la disonestà, la corruzione sembrano invincibili, rischiano di avvelenare i sentimenti e di suscitare nel cuore un risentimento infinito. Usare denaro e cose senza diventarne schiavi non è facile quando il denaro sembra aprire tutte le porte e quando le cose sembrano indispensabili per ottenere quei piccoli frammenti di felicità che sono offerti all’uomo. Continuare ad amare, a donare, a servire nonostante tutto è possibile solo se la forza di Dio ci sorregge e rigenera in noi ogni giorno il controllo dei nostri impulsi, il desiderio del bene e il coraggio di farlo.

Il mattino di Pasqua, il primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria sono andate al sepolcro; desideravano esprimere il loro cordoglio, dare sfogo al loro dolore. Al sepolcro le attende il messaggio sconvolgente di un angelo: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove l’avevano deposto. Presto, andare a dire ai suoi discepoli. ‘Ecco, è risorto dai morti e vi precede in Galilea!’.” Non abbiate paura voi! C’è qualcuno che deve avere paura di fronte alla risurrezione di Gesù ed è chiunque ha fatto un patto con la morte e si serve della violenza per affermarsi sopra tutti e sopra tutto. La scommessa sulla morte, sulla ingiustizia si è rivelata sbagliata. È uscito, una volta per tutte, il numero vincente della vita e sono premiati tutti coloro che, con umiltà e coraggio, cercano di dare un volto di amore a tutte le circostanze della vita; soprattutto coloro che non restituiscono male per male, ma sono capaci di fare solo del bene, anche a chi li contrasta. Beati i miti, beati i puri di cuore, beati quelli che mettono la pace tra gli uomini e non si tirano indietro di fronte al prezzo da pagare. La risurrezione di Gesù dice che queste persone hanno ragione, che il loro modo di vivere è quello giusto, che Dio è dalla loro parte e che il loro Dio è più forte della morte.

Abbiamo passato i quaranta giorni della Quaresima senza mai cantare l’Hallelu-yah, come se la gioia della fede dovesse essere trattenuta mentre pensavamo al nostro bisogno di conversione e di perdono. Ma oggi, giorno di Pasqua, gli Hallelu-yah si sprecano: li diciamo, li cantiamo, li ripetiamo senza fine. Hallelu-yah significa: Lodate il Signore! S’intende: per la sua grandezza e per le opere del suo amore: lodate Dio perché ha manifestato la sua vittoria, perché ha vinto la morte e ha fatto risplendere la sua gloria sull’orizzonte della nostra vita e della vita del mondo. Il Signore non ha consegnato il mondo alla morte ma ha riversato sul mondo, su di noi, lo Spirito della vita e dell’amore. È Pasqua!

S.E. Luciano Monari